
L’amico Bruno, che la Cina orientale l’ha girata più di me, descrive in modo efficace la situazione del turista occidentale: si parte sempre con un’attitudine positiva e di grande rispetto verso questa cultura antichissima, ma si rimane regolarmente schiaffeggiati e delusi. Non si può capire senza averlo provato. Infatti io non l’avevo capito, mi ero fidato del mio ottimismo e insieme alla mia Radha sono andato a visitare i luoghi sacri del buddhismo in Cina occidentale, lontano da quella che è la regione progredita. Qui siamo nella parte più remota del Paese. Necessità vuole che l’unica settimana in cui la mia Lei abbia tempo è la settimana dell’Anno Nuovo, la vacanza principale dei cinesi in cui tutta la popolazione torna a casa dalla famiglia e spende qualche giorno a visitare le attrattive del Paese di Mezzo.
Cominciamo con il Grande Buddha di Leshan. Patrimonio dell’Unesco, il Buddha litico più grande del mondo, con i suoi 71 metri di altezza, costruito quasi 15 secoli fa da un monaco per domare, con la sua benedizione, le rapide assassine alla confluenza di due grandi fiumi.
Prendiamo il pullman da Chengdu, che dista meno di un paio d’ore. Il fatto che per Leshan partano bus ogni 15 minuti e siano tutti pieni dovrebbe essere un campanello d’allarme, ma lo ignoro nella mia ingenuità d’ospite di questa bella e antica civilità. Sulla strada sorgono a random archi in pietra che ritraggono vari buddha e personaggi mitici, tutti in stile moderno. Abbastanza inutili, ma tutto sommato non fastidiosi.
L’entrata alla montagna in cui è stato scopito il Grande Buddha è segnata da un cancello in stile dinastia Tang. Dopo essere entrati notiamo che è bidimensionale, cioé una facciata, sul retro non c’è nulla. Ma la montagna è bella: bambù ovunque, vegetazione lussureggiante e pietra rossiccia in cui sono scavati numerosissimi buddha. Il primo mi lascia a bocca aperta: è la scultura più bella che abbia mai visto in Cina, in stile antichissimo, con tanto di particolari i rovina e scheggiati, muschio che cresce sopra, liane che scendono a coprire parzialmente la triade sacra degli illuminati. Si notano chiaramente influenze indiane nello stile che lo identificano come risalente ai primi anni del buddhismo in Cina, quindi l’età del Grande Buddha. Il cartello dice: “Buddha di Luoyang”.
Aspetta: Luoyang sta a più di un’ora di aereo da qui. La descrizione recita “Questo rilievo è una copia del famoso Buddha di Luoyang, risalente all’VIII secolo, realizzata dal tal professore dell’Università del Popolo di Chengdu negli anni novanta”.
No. Perché? PERCHE’?!?
Da lì in poi nulla ha più senso: tutto ciò che vedo è rovinato dall’ombra del dubbio che sia stato costruito ieri. E così è. Le statue dei buddha in tufo, marmo, giada e altri materiali sono state realizzate appositamente da vari artisti locali o di Hongkong per creare questa grande pacchianata che è la “Montagna dei Mille Buddha”, istituita qualche anno fa come trappola per turisti che venivano a vedere il Grande Buddha. Già che c’erano hanno scavato a bassorilievo un buddha dormiente che è il più lungo del mondo, e anche il più recente. Tutto ovviamente nello stile della dinastia Tang. E fanno pagare un biglietto a parte, solo che per vedere il Grande Buddha bisogna passare per forza di lì, quindi si paga comunque anche se non si guarda.
La gente è troppa. Pienissimo di cinesi delle campagne che, con tutto il rispetto per la loro vita onesta e dura, mi irritano non pco quando:
a) gridano a mezzo metro da me per chiamare un familiare che sta a un metro di distanza.
b) scavallano la fila e, mentre sono allo sportello, infilano la mano con le banconote sopra la mia spalla e la sbattono in faccia all’impiegata.
c) spingono e urtano e non chiedono scusa
d) sputano e buttano bucce di mandarini, latte di Coca Cola e buste di plastica per il latte sul sentiero.
e) lasciano i bambini liberi di giocare ai giochi più idioti e volenti in mezzo alla folla, col risultato di gente urtata e contusa, e comunque non chiedono scusa.
f) portano i cani minuscoli e rabbiosi fin dentro il tempio e li lasciano liberi di abbaiare.
La coda per arrivare ai piedi del Grande Buddha è costituita, a occhio e croce, da alcune migliaia di persone e si muove a passo di lumaca. Il tempo d’attesa che posso stimare è due ore, che in mezzo ai contadini della Cina sono come dieci per i nervi di una persona normale. Infatti io e la mia Lei non proviamo nemmeno ad accodarci. Guardiamo il Buddha dal lato, poi scendiamo per la montagna fino al battello, che ci imbarca sul fiume.
Le vecchie rapide assassine sono ormai state domate non dalla misericordia del Buddha, bensì da una diga artificiale in cemento. Il Buddha è davvero maestoso nei suoi 71 metri d’altezza, bellissimo, ma circondato da migliaia di persone che si accalcano ai piedi e ai lati e gettano spazzatura nel fiume. Il battello rischia diverse volte di speronare gli altri quattro che percorrono il tratto di fiume nello stesso momento. Sulla sponda opposte sorge la città di Leshan, dove qualche genio ha deciso di costruire un grattacielo modernissimo, tutto residenziale, così un manager rampante o un direttore di Partito si sveglia la mattina e dalla finestra vede il Grande Buddha. Bello no? Il grattacielo è un misto di bianco sporco e giallo vomito, una trentina di piani nel mezzo di una città dove in media le case sono alte tre piani.
Ce ne andiamo da Leshan diretti al monte Emei, la più alta delle quattro cime buddhiste della Cina, dove dal sesto secolo i monaci hanno edificato eremi e templi nella certezza che, sulla cima e sopra le nubi, vivessero gli illuminati, in quello che viene chiamato “paradiso dei buddha”. Nel corso dei secoli migliaia di monaci hanno scalato la montagna in cerca di una rivelazione, e il viaggio lungo i sentieri solitari era un viaggio alla scoperta di sé stessi e alla ricerca di una comprensione più elevata. Numerose leggende riportano incontri dei fedeli con i buddha che emergevano dalla nebbia per elargire rivelazioni e benedizioni. Anche qui tutto porta il marchio Unesco.
Arriviamo in pullman, sempre pieno, con film di Jackie Chan a ripetizione a un volume impossibile. Siccome è mezzogiorno, e tutte le famiglie cinesi, con nonni, bambini e cani hanno appena finito il loro pranzo a base di peperoncino, pepe verde del Sichuan e merda, il 75% degli occupanti vomita. L’autista non si ferma, non c’è tempo; una sosta sola in un viaggio di due ore per permettere a una metà dei passeggeri di comprare il biglietto, visto che erano saliti di sfroso. Poi si riparte, e via con le curve a U per salire sulla montagna, con i bambini che piangono, i cani che abbaiano, Jackie Chan che urla e tutti che svomano nei sacchetti di plastica dei mandarini.
Arrivo due ore dopo a duemila metri d’altitudine. Nebbia fittissima, freddo, parcheggio fangoso, folla. Bancarelle di souvenir inutili e salsicce dolci alla cantonese. Rumore. Un sentiero largo un metro e mezzo, scalini di fango e ghiaccio su per la foresta nebbiosa. Densità umana uguale alla metropolitana di Shanghai. Ti immagini i monaci che arrancano su per la china tra la nebbia e i bambù e il silenzio. Ma qui non c’è nulla di simile. Non puoi neanche fotografare un pino nella nebbia, meravigliosa combinazione cromatica di bianco e nero, senza prendere dentro un cappello giallo fluo, una giacca a vento fucsia, una bandierina verde. La gente spinge, oppure si ferma a random e blocca la strada. Molti cadono rovinosamente, gli altri li ignorano e proseguono, su o giù, che la strada va in entrambi i sensi.
Dopo mezz’ora c’è la funivia. Non la funivia come in Italia, con tante cabine da quattro o sei persone. Questa ha solo due cabine, da trenta persone. Solo che siccome c’è folla ne caricano cinquanta per volta. La gente spinge e scavalla la fila. I bambini corrono, cascano o piangono. I cani abbaiano. Troppa gente, dopo aver vomitato, mangia ancora frutta e salsicce e butta i rifiuti per terra, oppure semplicemente sputa.
La cabina sale la montagna, bianco in tutte le direzioni, sospesi nel nulla nella nebbia più fitta, come una piuma in volo dentro una nube. Rumore. Poi quando si sbuca si vede la cima della montagna, cielo blu e sole fortissimo. La gente urla tutta assieme, spimge per uscire che le porte neanche sono aperte. Come in metropolitana a Shanghai, devono tutti scendere per primi. Spingono anche la polizia che dovrebbe mantenere l’ordine, ma nella settimana dell’Anno Nuovo l’organico è basso e anche la polizia ha paura della folla.
E poi, il paradiso buddhista, la cima del monte Emei sospesa in un mare di nuvole, una vista che vedi solo nei dipinti tradizionali, ma che qui è reale. Mastoso. Ti immagini la soddisfazone di chi ci è arrivato dopo giorni di scalata e ha visto il sole, il mare di nubi che sta sotto, udito il suono del vento, e ha creduto veramente di essere in un luogo abitato dagli illuminati. Ma adesso qui non c’è un silenzio di meditazione. C’è un buddha alto 15 metri in legno coperto d’oro finto, che sulla guida del 2004 non è nemmeno nominato, quindi deduco sia posteriore. Ma questo è nulla: un tempio ricostruito, tutto in legno ma verniciato d’oro a spuzzo, che si vedono le sbavature di vernice sulla pietra dove finisce l’edificio e comincia la montagna, tanto gli operai cinesi non sanno verniciare un cazzo senza trenta centimentri di sbavatura. Tutto d’oro, maniglie, porte, tegole, pavimenti, tutto stessa qualità vernice. Di fianco un altro tempio, questo tutto spruzzato d’argento. La cosa più pacchiana dell’universo. Il luogo dove una volta, grazie a un gioco di rifrazione della luce, appariva l’ombra del buddha, e i fedeli in estasi si gettavano tra le nubi, è transennato in acciaio, quindi non si può andare. Meglio, se no magari mi gettavo giù io.
E poi la gente. Ovunque gente che sputa, mangia, fa casino, si fa fare foto con le dita a V, spinge, inciampa, sputa ancora. La coda per scendere dura quaranta minuti. Anche qui tutti a far casino. Diversi vecchi, arrivati a 3099m in funivia che ormai la scienza permette a tutti di andare dove vogliono, litigano con la polizia perchè secondo loro non devono fare la fila che se no si stancano, e che la loro famiglia di sedici persone deve scavallare con loro. Cani dimensioni chihuahua che abbaiano inutilissimi. Rifiuti. Bambini che piangono. Metà della gente tenta di salire sulla funivia senza biglietto, tutto si ferma perché devono andare a comprarlo. Ecco il paradiso buddhista del Monte Emei, dove vivevano gi illuminati.
Io e la mia Lei arriviamo in albergo distrutti. Un’ora sulla cima della montagna, otto ore di viaggio. Mal di testa, nausea. Delusione.
Neanche rabbia, perché è troppo per arrabbiarsi. Se uno si arrabbiasse, avrebbe voglia di usare la bomba nucleare. E allora si trattiene, si sdegna e basta. Perché nella moderna era delle masse, i luoghi sacri non esistono più, i paradisi sono stati distrutti. Che siano cittadini i cui diritti sono benedetti da una democrazia, il popolo protetto dal governo di una repubblica popolare, o semplicemente consumatori che pagano e quindi consumano, oramai tutti vanno dappertutto. Tutto è massificato, tutto è mercificato. I templi servono un solo Dio, il denaro ricavato dai biglietti e dai gadget, e questo Dio accoglie saggi e ignoranti, fedeli e bestemmiatori, onesti e furbi, basta che faccian circolare la moneta. Quello che un tempo era speciale, riservato a persone speciali che se lo erano guadagnato con la volontà, con la fede, con la fatica, oggi è alla portata di tutti i paganti, senza fatica, senza sforzo. Non è più speciale: tutta la sua bellezza, tutto il suo significato, che faceva di quel luogo un luogo santo, è dimenticato. Divorato da quest’era di tolleranza ed eguaglianza.
Penso ai monaci che ancora vivono sulla montagna insieme alle guardie: non vedo differenze, entrambi in divisa, entrambi dipendenti agli organi politici locali, entrambi con un solo fine, lucrare sulla fama del luogo. A me, come al solito, reazionario nato troppo tardi, o forse rivoluzionario nato troppo presto, il tutto fa un po’ ribrezzo.