sabato 24 dicembre 2005

Un Natale Trascendente a tutti!


La Canzone di Krsna risuona da un anno… e la Via, quella della crescita interiore, prosegue senza fine, lungi dall'uscio dalla quale parte, come diceva il buon Tolkien.
Un altro Natale arriva.
E non venitemi a dire che il Natale è per i cristiani! Il Natale è di chi lo vuole… di chi crede che sia la nascita del Cristo, di chi crede sia l'anima delle radici cristiane d'Europa, per chi crede che indipendentemente dalle credenze religiose, sia una buona occasione per esser più buoni e gentili l'uno con l'altro, coprirsi di regali, ossequi, auguri e abbracci. Un anno fa, commentando il Presepe di mia nonna - ora ereditato, tra tutti i fratelli, da mio padre, e un giorno da me - scrivevo:


"Io continuo a guardare il presepe di mia nonna. Giuseppe longobardo, con la spada e il cavallo. La Madonna bionda con gli occhi azzurri, che più bella non ce n'è, con il suo bambino biondissimo. I pastori umbri, con i salami e le bocce di vino - Brunello, ne sono sicuro. Presto arriveranno i Magi, elegantissimi nelle loro vesti di velluto e oro, ciascuno da un angolo di mondo diverso, da solo
e senza scorta, per adorare il Messia. Piccole luci elettriche blu, verdi e rosse, illuminano l'architettura medievale italiana e le valli solitarie dell'Appennino.
Io continuo a sognare. Buon Natale."

Quali che siano i veicoli che voi yogin decidiate di usare, gli strumenti della vostra arte, possano essi essere benedetti e fortunati.
Buon Natale, qualunque cosa significhi per le vostre anime.

She walks in Beauty

She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that's best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes:
Thus mellow'd to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.

One shade the more, one ray the less,
Had half impair'd the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o'er her face;
Where thoughts serenely sweet express
How pure, how dear their dwelling-place.

And on that cheek, and o'er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!


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G. G. Byron

sabato 3 dicembre 2005

La notte del tre dicembre




Guido alle 3 della notte nelle strade grigie di Milano, sotto una neve improvvisa che cade da ore e copre tutto. La macchina slitta anche a velocità bassa, e il mio viaggio dura a lungo. Davanti a me incontro una macchina ricoperta di neve che procede, lentissima, al centro della strada; specchietti e lunotto sono ingombri di nevischio, e il conducente chiunque sia, non vede nemmeno i miei fari, né sente il mio clacson. Quando passa un'ambulanza, la macchina innevata si sposta mossa dalla sirena acuta, e lascia il passo: colgo il mio momento, e mentre sorpasso vedo che il conducente è un vecchio dall'aria preoccupata.

La strada è di nuovo sgombra, se si eccettuano veicoli in sosta laterale, con le quattro frecce accese, e qualche ramo caduto a bordo della via. All'improvviso, un crac che rimbomba, e un suono fragoroso di rami che si spezzano, poi un tonfo sordo. Guardando nello specchietto retrovisore, vedo solo una nuvola di neve che, pochi attimi dopo, rivela a pochi metri da me la sagoma di un pino caduto che blocca l'intera via. Accosto ancora stupito, e osservo incredulo l'albero che non mi è rovinato addosso per un pelo. Un po' oltre, dei fari che forse indicano il vecchio che procedeva lento, e ora è nei guai insieme ad altri viaggiatori di questa notte. Un ragazzo indiano, intabarrato in una giacca a vento, con un cappello di lana e un ombrello, mi osserva sorridendo.
 
"Sono stato proprio fortunato… "esclamo, sorridendo a mia volta "per pochi metri non sono rimasto sotto"

Il ragazzo ride: "Tu molto bravo! Mentre albero cade tu va avanti e passa oltre, no fatto niente"

Mi verrebbe da rispondere che se mi fossi accorto dell'albero in caduta non sarei stato così bravo. Invece lo saluto, senza nemmeno chiedermi che ci faccia un indiano a piedi alle tre di una notte di tormenta come questa, e faccio per risalire in auto.

"Aspetta!" mi chiama, quasi esitante. Lo guardo in attesa.

"… Massage?" mi chiede, tra l'imbarazzato e il divertito, muovendo il pugno su e giù davanti alla bocca aperta a "o".

"No, grazie!" scoppio a ridere, scuotendo la testa "Ciao!"

"Ciao, grazie!" mi risponde, ridendo a sua volta.

Guido cauto e ormai solo sulla strada verso casa, che ormai è vicina, e inizio a sentire sinistri rumori. Gli alberi, gli alberi di Milano cominciano in quel momento a rovinare, uno per uno, tuonando nella notte silenziosa, il legno che si spezza, i rami che si infrangono cozzando contro gli altri, e il colpo del peso arboreo contro la neve, le cancellate, le auto parcheggiate. Le punte piegate dal peso della neve, i grossi rami appesantiti cedono, e cadono al suolo annunciati dallo schianto del legno. E' un grido di morte quello che odo, rinchiuso nella mia scatola di macchina, e per la prima volta in vita mia provo paura degli alberi. Sono ovunque, ai lati o al centro dei viali, incombono scuri e minacciosi sopra di me, non ancora privi del loro fogliame agli inizi di dicembre, e per questo più vulnerabili alla neve. Ho paura, e mi tengo lontano da essi; affronto la neve alta delle strade poco battute per evitare la loro presenza. Quando esco dall'auto, cammino solo, fragile e minuscolo uomo, nella neve fino alle caviglie, circondato da colossi morenti. Ancor più cautamente, procedo al centro della via, lontano dai marciapiedi e dai giardini dei palazzi. Attorno a me ancora i lamenti silvani, toni funebri delle piante maestose e più antiche di me, sconfitte dall'inverno prematuro. Mi sento spettatore estraneo di una tragedia, impotente davanti al suo consumarsi inevitabile, e al tempo stesso grato della sua estraneità.

E improvvisamente percepisco la caducità delle cose, piccole e grandi, giovani e antiche, fragili e forti; e nel silenzio della notte, rotto solo dai lamenti degli alberi che conosco dalla mia nascita, pini, cipressi, aceri e pioppi cresciuti davanti alla mia finestra prima che nascessi, tocco con l'anima l'ambiguità del tempo, lineare eppure concentrato in un punto, assoluto eppure così relativo, particolare, personale nel suo scorrere imprevisto. La morte delle mie piante, e delle altre, inaspettata e improvvisa, lenta e dolorosa, mi ricorda che un giorno la mia dovrà venire, forse allo stesso modo. Ma la consapevolezza della mia sopravvivenza e incolumità rispetto ai miei antichi compagni, mi dono un barlume di eternità.

lunedì 14 novembre 2005

Tempo Vincolato

Mi trovo in un'aula titanica, dai soffitti altissimi, le pareti ricoperte da antiche librerie polverose a più piani. Il pavimento, di mattonelle colorate e sbeccate, è liso da secoli di passi, ed è ingombro di banchi pesanti disposti ordinatamente per ospitare le decine di studenti, me e i miei compagni. Dalla cattedra sopraelevata parla una voce atona che non ascolto. E' la Gatti, la professoressa di filosofia priva di fantasia e rigida come un'asta di frassino, quella che assegna i punti in base non a ciò che si sa ma a quello che non si sa, quella che fa domande di nozionismo puro per testare la comprensione. Durante le sue lezioni, ho sempre fatto altro.

Quando la voce ha finito, gli studenti si ritrovano a sedersi insieme.
- A che punto sei per il compito di filosofia di domani? - mi chiede un compagno, il meno studioso.
- Pensavo di cominciare oggi pomeriggio - rispondo. Con la mia affermazione carica di sufficienza stupisco tutti.
- Ci sono più di 40 autori! - dice un'altra compagna - Non ce la puoi fare! -
Mi stringo nelle spalle: - Mi dichiarerò impreparato. Guardiamoci in faccia, ho di meglio da fare nella vita che studiare per settimane i suoi cazzo di 40 autori!
Ma non se ne sfugge così facilmente: chi non passa un compito deve sostenere un'interrogazione di recupero, e poi un'altra ancora fino a sapere la lezione sufficientemente bene. Nessuno, nemmeno nelle leggende, si è mai rifiutato a priori di studiare la materia e dichiarato soddisfatto di prendere zero, "tanto ho i voti alti nelle altre materie e me lo posso permettere". Non lo ammetto ma ho paura, perché ho le spalle al muro e non ne posso uscire. Il mio tempo sarà assorbito dal buco nero della filosofia intesa dalla Gatti, inutile e noiosa, e dall'angoscia del minimizzare lo studio per ottenere un voto che non mi faccia ripetere l'interrogazione. L'angoscia mi pesa addosso come una catena di ferro.

E' allora che mi sveglio, e mi accorgo che era un sogno. Sono laureato da due anni, cazzo. Non devo studiare. Non dovrò mai più sostenere un colloquio su una materia di cui non me ne potrebbe fregare di meno. Ho già dato il mio tempo, e ora sono libero, emancipato dalla scuola. Adesso sono io il padrone del mio tempo.


"Ho distrutto tutto il tempo
perché il tempo è solo mio

"[…] e ogni gabbia uccide un uomo
ma la rabbia fa resistere
e ha scolpito sulla pelle
che chi piange riderà

Sono il vento, sono libero
come il vento, senza fine
sono libero ah ah ah

E impa… rispetta la mia scelta
E impa… e impara

Libero libera, libero libera
Libero libera, libero libera

Sono libero


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Litfiba, Il Vento (1989)

lunedì 24 ottobre 2005

Cicatrici

Molte persone portano con sé un segreto oscuro, un evento nel proprio passato che a fatica condividono con gli altri, la cui memoria li tormenta e li confonde. Può trattarsi della perdita di una persona, di un senso di colpa o di un rimpianto, ed è come una cicatrice che non andrà mai via.
 
Tuttavia, le persone hanno modi diversi di percepire e affrontare il dolore di questa memoria. Alcune vi si perseguitano, altre cercano di negarla a sé stessi, altre ancora l’affrontano con la rinuncia, l’espiazione, il cinismo o l’ironia. Una di queste persone il proprio segreto, la propria cicatrice, la porta ancora fresca su di sé, ed era con lei che giacevo nella penultima notte trascorsa a Shanghai.
 
In una camera di un appartamento cinese, sperduto in un complesso popolare, in una zona residenziale della periferia nord della città, nel nulla urbano più anonimo, due europei condividevano pensieri ed emozioni dopo mesi di solitudine troppo lunghi e duri. Nonostante si conoscessero da meno di una settimana, il loro abbandono era quasi totale, e ciascuno cercava il calore dell’altrui abbraccio, dell’altrui bacio come un bambino la madre.
 
Dopo aver a lungo parlato di verità e segreti, di eventi passati e futuri, ed aver riso e giocato come solo chi non ha paura dell’altro può fare, la sentivo stringersi a me, così intima e quasi familiare, e allora chiudevo gli occhi e posavo il mio capo sul suo, abbandonandomi a mia volta al suo abbraccio.
 
La cicatrice della ragazza che stringevo poche notti fa brucia ancora, ma non spaventa. Il grosso del dolore è passato, e quella ragazza sa che non potrà mai far più mal di quel che ha già fatto. Nel proprio futuro, vede solo lo sfumare di quel dolore, giorno dopo giorno, e poi il sollievo della morte. E per questo non ha paura, quella ragazza, ma anzi affronta la vita con più coraggio ed energia di quella che io avrei, sfuggendo alla sua prigione di paranoie verso un mondo nuovo e sconosciuto, la Cina. Quella ragazza non ha più paura di nulla.
 
Mi chiedo se la rivedrò, un giorno. E nel mio cuore lo spero. Quel coraggio, quella quiete nel guardar negli occhi i propri demoni e non tremare, mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Mi chiedo tuttavia, dove si ponga il confine tra disillusione verso la vita e volontà di costruire un domani migliore. Quella cicatrice dovrà guarire, prima che quella ragazza sia ancora felice.


Alzati Teresa che e' tempo per ballare
Sopra a questa sorte che gioia non dà
Cuore pompa sangue che voglio vivere
E sputa via la morte...
 
DIETRO DI TE! DIETRO DI ME!

lunedì 17 ottobre 2005

Guarigione

Una delle cose positive in questa permanenza a Shanghai è stata la guarigione dalla “febbre gialla”, ovvero quella malattia che prende quasi tutti gli uomini occidentali che stanno in Cina, e li fa correre dietro a branchi di cinesi dalla pelle di porcellana, i capelli lunghi e lucenti, gli occhi scuri ed enigmatici e il fisico perfetto – categoria in cui ricade buona parte della popolazione femminile tra i 15 e i 40 anni, in questo Paese.

Devo forse ammettere che in questo ero ulteriormente spinto dall’esperienza italiana e milanese, dove ragazze mediamente soprappeso si tirano a fighe e si comportano come divinità in terra, algide e irraggiungibili nei loro jeans di 4 taglie troppo piccoli. Era facile per me ammalarmi di febbre gialla, come tutti gli altri attorno a me.

Qualcuno ogni tanto guarisce, però. La disillusione arriva quando ci si accorge che così come quasi tutte le cinesi sono bellissime, molto più belle di qualunque donna occidentale, allo stesso tempo sono quasi tutte oche e svampite. La consapevolezza di questo limite inizia il processo di guarigione.
 
Questa doverosa premessa ci porta a ieri pomeriggio. In una caffetteria di Sichuan Lu, in un curioso stile etnico-vorrei-ma-non-posso, in legno e ferro battuto, che mescolava alle pareti streghe di legno e collane d’aglio di Halloween con peperoncini e tricchetracche della settimana nazionale cinese, stavo seduto a bere un espresso di quelli come si deve, di quelli che la domenica sono capaci di cambiarti la giornata in positivo.
 
Di fronte a me, stava una ragazza conosciuta il venerdì sera. Bella. Alta quasi come me. Maglietta, jeans e scarpe da tennis. Occhi bruni intelligenti e dolci. Capelli corti, biondi e lucenti. Pelle bianca come latte. Tedesca, arianissima.
 
E mi parlava con quel suo dolce accento teutonico, che dava un tono curioso e divertente al suo ottimo inglese. Abbiamo parlato, credo, per 5 ore consecutive, fino a quando, davanti a casa sua, al momento di salutarci, non le ho fatto notare che aveva dimenticato la bicicletta allo stadio. Fino a quando, salutandoci, le ho sfiorato la mano e ho sentito le sue dita cercare le mie. Fino a quando mi ha salutato con un “Ciao!” e ha pedalato verso casa, sorridendo e descrivendo curve a zig zag sulla strada trafficata. L’ho vista andar via così, felice, e anch’io sorridevo, perché ero a mio agio.
 
Sarò guarito davvero dalla “febbre gialla”? Non lo so, ma so che ora mi sento bene e in pace come non mi sentivo da tanto tempo.

lunedì 10 ottobre 2005

I looked at you

I looked at you, You looked me
I smiled at you, You smiled at me
And we're on our way, No we can't turn back, babe
Yeah, we're on our way, And we can't turn back
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


And we're on our way
No we can't turn back, babe
Yeah, we're on our way
And we can't turn back, yeah
C'mon, yeah!


I walked with you, You walked with me
I talked to you, You talked to me
And we're on our way
No we can't turn back, yeah
Yeah, we're on our way
And we can't turn back, yeah
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


And we're on our way
No we can't turn back
Yeah, we're on our way
And we can't turn back
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


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The Doors, 1967

Urban Poison



 


Urban Poison





 


Today’s raining here. It seems to rain everyday, in this city. I wonder where the blue sky has gone… swallowed by grey clouds I guess. The hot drops fall all over me wetting my clothes and my hair, then dying on the dirty grey cement of the broken roads. I find cover under a building, in front of real estate agencies filled with Chinese signs offering flats in this hopeless periphery of the great whore of the East,



Shanghai . I smoke a cigarette waiting for the rain to go, but it’s pointless… the rain increases, and my body aches breathing the grey flavourless smoke which poisons my lungs. I throw the unfinished cigarette on the street, quenching its fire in a muddy pond.

 The people around me are all the same, I can’t tell one from another. Dressed in shabby clothes, with swarthy yellow skin and with the same detachment for the laowai, the foreigner. I think I would like to lay me down and die here, just if the ground wasn’t so disgusting I even loath to die in such a place.


 Apathy is creeping like a disease inside me, killing like a poison every hope, every desire, every care for virtue or growth. All is grey, and I’m turning grey, too.


 

giovedì 29 settembre 2005

Dreamlike Dive

Unfamiliar Faces Pass By...

In chaotic darkness, veins beating to the rhythm of music and bodies rocked by the flow of alcohol, unfamiliar faces pass by until one of them hits the memory, as the one looked for. Bare feet tread on the unseen floor, hands join in an embrace of fingers. Skin touches skin, and the warmth of each other’s breath can be felt with more than one sense.


 


Sitting on a bench, giving up all burdening thoughts that swirl with no order in the mind, we surrender to our deepest instincts and, as the first note of a symphony after a crescendo, our lips finally meet. Our tongues engage in a wild dance where everything else disappears, and they stand alone, joined together in a world of their own.


 


I lose myself in the weightless chemistry of your kiss, as overwhelmed by the tide of an ocean unknown. In that strange sea I drown, looking for the treasure of my own and others’ self.

sabato 24 settembre 2005

Cafè de Niro

Café de Niro


Musica soffusa, fuori il primo giorno d’autunno, aria fresca e umida di foschia. Odore di caffè, sapore di tiramisù, cacao e mascarpone, dolcezza di succo d’arancia e neutralità d’acqua. La completezza della sigaretta.


 


Seduto a un tavolino sul fondo, unico cliente, mi collego con il mondo tramite la rete. Comunico con persone, ed evito la folla.


 


Mai trovato un luogo così dolce e pacifico. Non mi meraviglia sia a Pechino.

mercoledì 21 settembre 2005

Domenica a Guangzhou

Svegliarsi dopo una notte di alcol, giochi e risate. Una notte di flirt andati in bianco e di scherzi andati tutti a buon fine. Una notte senza pensieri dall’altra parte del mondo.

Accanto a me, sul pavimento, un amico italiano, e un altro nella camera accanto. Il quarto arriverà più tardi. 

Con calma sonnolenta, si chiacchiera del più e del meno, si raccontano storie e aneddoti, si discute di storia ed etica nella dolce lingua madre. E si cucina un brunch, di gran lunga uno dei pasti migliori consumati qui da molti mesi: frittata con patate, bresaola con limone ed erba cipollina, grissini, brie, mozzarella e pomodoro in insalata, caffè, succo d’arancia, yakult. Il culmine del piacere arriva con la sigaretta al sole pigro di un giorno variabile, che illumina le colline lussureggianti e i palazzi grigi di Guangzhou.

E’ una giornata di pace come non ne passavo da tanto tempo. Siamo tutti viaggiatori, metà di noi sono di passaggio. E di passaggio sono le nostre emozioni diverse e forse complementari. Ma in questo momento, non esistono passato o futuro rilevanti, solo tranquillità.

Sbadiglio, guardando dal balcone le finestre silenziose dei palazzi, mentre alle mie spalle canta la voce vellutata di Norah Jones. Aspirando dalla sigaretta, mi stiracchio. Oggi sono un po’ a casa. Domani non sarò più qui, ma in fondo me ne importa molto poco, perché ho imparato a giocare con il tempo, e non mi fanno paura né attimo né eternità.

martedì 20 settembre 2005

Immoralità

 


“Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è dovuto a opinione, ciò
che attende conferma, ciò ch'è presente con evidenza in base a sensazione o ad
affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente, finirai col
confondere anche le altre sensazioni con opinione vana, e non riuscirai più ad usare
alcun criterio di giudizio. E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai valere
ugualmente sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma, non potrai
sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato assolutamente dall'ambiguità nel
giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.”


 Epicuro


 


E’ bella, bellissima. Elegante, in un completo nero con giacca, sandali neri con tacco
alto che ne mettono in luce i piedi perfetti, le gambe ben tornite. Capelli scuri e
profumati. Seni sodi e pieni e vita sottile e vellutata. Labbra carnose morbide oltre
ogni immaginazione. Occhi scuri e bugiardi.


Mi mente, lo so. Anch’io le mento spudoratamente. Non c’è sincerità nella nostra
conversazione. Ma io mento meglio, credo, perché lei è a disagio. I suoi tabù la
bloccano.


Mi racconta di chiamarsi Aiyun, Nuvola d’Amore. Ha 22 anni e viene da Changsha,
nello Hunan, o Hulan, come lo pronuncia lei. L’accento è quello. Sua nonna è malata e
lei è venuta quattro giorni fa a Shenzhen per tirar su soldi. Faceva la maestra
elementare prima. Fa massaggi al Best Western, ma questa, mi giura, è la prima volta
che fa l’amore con qualcuno che non è il suo ragazzo, l’unico che ha avuto, oltre due
anni fa. Lo fa troppo bene, per essere la prima volta.


“Mi hai detto che non hai moglie né fidanzata. Potrei essere io tua moglie” mi propone
“Potrei venire con te e Shanghai e andremmo insieme a divertirci”


“Certo” le rispondo ridendo “Quando tornerò a Shenzhen ci sposeremo”


“Ma non voglio vivere a Shanghai” puntualizza “preferisco stare nel Sud”


“Va bene” rido ancora “Staremo dove vuoi tu. Shanghai non piace nemmeno a me”


“Chiamami la prossima volta che sarai a Shenzhen, così staremo assieme”


“Lo farò certamente” le dico.


So che non c'è nulla di vero nelle sue parole, e la sua tensione lo rende lampante. Oggi
non ha mangiato, mi dice. Mi racconta che dei soldi che prende, la metà va al suo
pappone, il manager dell’albergo. Ma mi lascia il suo numero di cellulare, in modo da
bypassarlo la prossima volta che capito da queste parti. Le lascio il mio biglietto da
visita: tanto il numero di cellulare è quello di lavoro, rubato due settimane fa
all’aeroporto di Hongqiao.


E’ stupenda e fa l’amore in modo favoloso, poi mi massaggia sciogliendo
completamente ogni mia parte del corpo. Ma è bugiarda, e io sono bugiardo con lei.
Questo rapporto, così superficiale, mi dà una punta di disgusto. Rifletto su come i
rapporti umani siano spesso basati sulla malafede e la mancanza di trasparenza. Su
come l’amore, quel sentimento disinteressato, venga raramente raggiunto in qualsiasi
rapporto. Tocco il fondo dello squallore per imparare ad evitarlo. E in questo modo
cresco, grazie a una puttana.


E in qualche modo le voglio bene, per quello che fa, perché mi insegna una lezione.
Provo pena per lei, e per il modo in cui si degrada sistematicamente per denaro. E
provo paura per il mio degrado, perché come ogni cosa che fa male rischia di divenire
vizio. Ma questo è il rischio di esser tantrista, e lo accetto volentieri. Ridere del
pregiudizio e della paura, e toccare con mano il male, saperlo riconoscere e dominare
a volontà. Danzar coi propri demoni e guidare la danza.


Quant’è difficile la vita, ma quanto è bella. Mi sento libero come il vento, perché il mio
libero arbitrio esiste ancora, e ignora i limiti della moralità. In qualche modo,
trascendo. E questo, se non felice, mi rende fiero di non aver mai rinunciato alla mia
anima.


 


“Scivolando sopra i tabù


senza patria e senza tribù”


Negrita, Indie (Paradisi per Illusi)


 

lunedì 19 settembre 2005

Idealismo fine a sé stesso

“E’ il buonismo che mi causa



puntualmente delle crisi di nausea”




Negrita, Aria (Radio Zombie, 2001)










L’Idealismo, su cui già è stato scritto, è una bellissima cosa, perché mette in contatto i sogni con la realtà e spinge quest’ultima a migliorarsi aiutata dalla fantasia. Si dice spesso, e non a torto, che per essere degli idealisti ci vuole coraggio, ma questo non basta: ci vuole anche buonsenso.
 
Ed esiste appunto una forma pervertita di idealismo che nasce in quelle (tante) persone che buonsenso non ne hanno, o comunque sono colme di ingenuità più o meno indotta piuttosto che di inesperienza delle cose mondane. Quando queste persone sognano, il loro idealismo diventa concentrato su sé stesso e smette di essere strumento di miglioramento, ma diventa fine autonomo.
 
Queste persone, incapaci di coltivare dubbio e ironia, si riempiono la bocca di grandi parole e la testa di sciocche astrazioni senza alcun riscontro con la realtà. E proclamano con arroganza la loro fede nell’amore eterno, nella purezza interiore, nella verità assoluta, nella bontà originale del genere umano o nella provvidenza divina. Esasperano ogni regola arrivando a distorcerla pur di sentirsi migliori e più vicini al loro parametro di perfezione.
 
Per chiunque conservi un minimo di immaginazione e flessibilità mentale, queste persone sono oltremodo esasperanti: persone che invece di sbattersi, pregano Dio perché la loro vita cambi. Ragazze che rifiutano di lasciarsi andare agli impulsi della vita perché aspettano il principe azzurro che un giorno suonerà alla loro porta. Religiosi che in barba alla misericordia verso gli altri esseri fanno gli spocchiosi perché non vogliono mescolarsi con chi non condivide la loro visione della Verità. Cittadini che non vogliono nemmeno provare a capire chi è diverso e votano partiti estremisti per risolvere le dispute con la violenza, nel nome di un’ideologia più “elevata”.
 
Persone che si rifiutano di vedere la realtà al di là del proprio naso, e preferiscono sbatterci la testa contro sperando che si buchi e al di là ci sia il mondo dei loro sogni. Sogni generati dall’oppio di cui nutrono la propria mente, riempita ogni giorni di bugie create ad arte e mezze verità fatte su misura, un sistema che esiste non per crescere attraverso la riflessione, ma per autoperpetuarsi e null’altro.
 
Queste persone si rivelano solitamente moraliste all’eccesso e assolutamente intolleranti verso chi, esistendo, mette in dubbio il mondo in cui loro credono di vivere. Persone frustrate da un eccesso di ottimismo, che le porta, in ogni situazione, ad esser negative verso tutto e tutti e a criticare ciò che è diverso.
 
Come già detto, un idealista ha fantasia. Chi non ne ha, al contrario, si nutre della fantasia altrui senza capirla. Impara a memoria i sogni degli altri e li distorce sclerotizzandoli in visioni chiuse e ristrette, e se ne pasce atteggiandosi ad eroe.
 
Sono come cavalli da soma che, facili a distrarsi e spaventarsi, ricevono paraocchi per vedere solo la strada che hanno davanti. Ma i paraocchi se li mettono da soli. Se mai decideranno di levarseli, vedranno qualcosa di più della strada che sta davanti: i sentieri laterali, le scorciatoie e le passeggiate, i crocevia e il paesaggio.
 
Lasciateli dunque, severi e orgogliosi, camminare guardando sempre dritto in una sola direzione. Non prestate loro attenzione, perché uno sciocco non ne merita, specialmente quando è arrogante. Voi, che i paraocchi non li apprezzate, fate come preferite – viaggiate e riposatevi, correte o guardate semplicemente il panorama che avete attorno. Il mondo è vario e la vita è dolce, se si guarda coscientemente alle direzioni.
 
“Qui niente male        l'eterno funerale
chiudi la testa             rinuncia alla tua festa”
Litfiba, Proibito (El Diablo)

lunedì 12 settembre 2005

Sogno sull'Italia


L’altra notte ho avuto un sogno strano. Ero tornato in Italia. I miei amici, svaccati sulle sedie attorno a un tavolo, mi rivolgevano saluti felici ma stanchi. Nessuno si alzava per salutarmi, ma mi invitavano al loro tavolo a chiacchierare e ridere, bevendo e fumando.
 
Andavo a un colloquio di lavoro. L’edificio elegante era pieno di giovani lavoratori rampanti e ben vestiti. Tutti parlavano ad alta voce, agitati, correvano con fogli in mano, urlavano al telefono. Seduto al tavolo del colloquio, ostentavo il mio solito flemma alle domande dell’esaminatrice. Dietro di noi, due persone, un uomo e una donna, discutevano animatamente, senza badare al colloquio che si stava svolgendo. Cercavo di rispondere tranquillamente alle domande che mi venivano poste, ma le voci dei due dietro a me continuavano a sovrastare la conversazione al tavolo, rendendo difficile parlare e pensare.
 
Dopo alcuni minuti, esausto della fatica spesa in un banale colloquio, chiedo un attimo di tempo alla mia esaminatrice.

“Mi scusa un momento?”
“Prego… ” mi risponde incerta.

Mi alzo calmo dalla sedia e mi dirigo verso i due. La donna mi dà le spalle, l’uomo è di fronte a lei, appoggiato al muro nel suo bel gessato scuro di moda italiana. Nessuno dei due mi fa caso.
 
Afferro la donna per i capelli, corti e biondi, e tirandola la scaravento a terra. L’uomo mi nota e alza le mani agitato: lo colpisco al volto prima con le nocche, poi con il gomito, finché anche lui non rovina a terra. Li guardo stesi sul pavimento, incapaci di rialzarsi. Quietamente, ritorno al tavolo e mi siedo, sorridendo all’esaminatrice esterrefatta.
 
“Ora possiamo continuare”
 
Che significherà questo sogno, che non ho voglia di tornare in Italia? Mah…

mercoledì 7 settembre 2005

Transalcolico

Io bevo per dimenticare, bevo per non stare male
bevo, che così mi drogo, bevo tutto quel che trovo
bevo che non mi fa niente, bevo come un deficiente
bevo, cosa c'è che non va, bevo eppure sono qua

Io bevo che mi dà la carica, bevo che la vita è stupida
bevo solo per fare rabbia a chi ha la testa nella sabbia
perché credo che ognuno ha una misura e non sarà mai una censura
in grado di poter stabilire cosa è bene e cosa è male
bevo solo per pisciare...

 Transalcolico Viaggio Cosmico
puoi cercarmi lì... quando sono così... quando sono così !

Io bevo anche se poi sto male, ma mi serve a far uscire

fuori la mia parte animale, devo farla respirare
bevo anche se non è vero, qui lo dico e qui lo nego
solo per provocare, guarda che per giudicare
devi un po' saperci fare... 

Transalcolico Viaggio Cosmico
puoi cercarmi lì... quando sono così... quando sono così !

Io bevo per dimenticare, bevo per non stare male
Bevo che così mi va, bevo tutta la città
Bevo per dimenticare, bevo per non stare male
Bevo che così mi va, bevo da fare pietà
Bevo per dimenticare, bevo per non stare male
Bevo che così mi va, bevo tutta la città
Io be be be bebebe be be be…




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Reset – Negrita (1999)

giovedì 1 settembre 2005

Notte Strana

Abbandono i miei amici italiani, ciò che conosco, il mio ambiente sicuro e tranquillo, e cammino da solo per le strade di Shanghai, con la promessa di ritornare a breve e raggiungerli al locale dove stanno andando. Ma io ora ho una persona da incontrare, colui che domani mi terrà lezione di chitarra.

Raggiungo il Tang Hui, questo buco più simile a un centro sociale o a un bar di Pechino che a un locale Shanghainese, e mi inoltro nella semioscurità fumosa verso il palco, dove una band cinese sta suonando rock. Vengo fermato da un ventaglio: Yan è in piedi, a braccia aperte, che mi squadra sorridente. Indossa una camicia bianca coperta di caratteri antichi, e un cappello emisferico e colorato con una finta treccia che avvolge attorno al collo, e agita un ventaglio enorme per rinfrescarsi. Questo trash cinese tradizionale ben si adatta al piercing che porta sul labbro inferiore.

Yan è uno Hui, un membro di una minoranza musulmana famosa per la cucina ed il commercio (e le rivolte contro il governo, ma questo si pubblicizza di meno). Figlio di un militare, suona il basso elettrico e si divide tra Liverpool, dove studia alla scuola fondata da Paul McCartney, e Vancouver, dove durante la settimana suona nei locali i cui palchi sono stati calcati nei week-end da Nirvana, Pearl Jam, e altri grandi della musica rock, grunge e punk della Costa Pacifica. L’ho conosciuto ad una festa dove era l’unico cinese. Per quel che vale, il suo inglese è migliore del mio. Tra due settimane tornerà in Canada per un anno.

Mi siedo con lui e i suoi amici: tre cinesi, non saprei dire se Han o di qualche minoranza, e un tipo scuro di carnagione e capelli, che alla mia presentazione in mandarino risponde “Sorry, I’m Swedish”. Quella che cattura subito la mia attenzione nel gruppo è An.

Non è bella, ma c’è qualcosa in lei che mi affascina fin dal primo istante in cui la vedo. E’ sveglia, è libera, è piena di energia che prende e trasferisce con maestria. Flirtiamo praticamente da subito, e sul divano la sua schiena si appoggia al mio petto mentre le passo un braccio attorno alle spalle. Studia a Tokyo, parla qualche parola di italiano. Tra pochi giorni anche lei tornerà in Giappone per il nuovo anno accademico. Io, lei e Yan beviamo birra dallo stesso bicchiere e ci ascendiamo le sigarette a vicenda. Discuto con Yan sul giorno seguente, e ci mettiamo d’accordo per suonare.

Bene, è ora di raggiungere i miei amici italiani. Ma non ne ho voglia… sto troppo bene. Mi invitano ad un locale vicino che non conosco, lo si raggiunge a piedi. Diamoci ancora un po’ di tempo, i miei amici li raggiungerò dopo.

Yan raccoglie la sua borsa verde maoista, uguale alla mia, e noto il suo anello tibetano, uguale al mio. Anche An ha una borsa maoista, e ne sfila una camicia identica a quella di Yan. Interrogo il mio amico sul perché, e la risposta arriva come una martellata – “’coz we’re lovers!”

Camminiamo ridendo, già alticci, per dieci minuti fino ad una strada buia, ed entriamo nel portone di un palazzo dall’architettura stalinista, grigio e trascurato. Superato il portiere che guarda storto da dietro la sua scrivania di legno polveroso piazzata in mezzo all’atrio, scendiamo una scala che non porta cartelli. Più sotto, c’è il C’s, un inferno suburbano che nemmeno un incubo di Kubrick sotto acido avrebbe potuto generare.

Impossibile stimarne le dimensioni: una serie di stanze, tutte uguali, pavimento e soffitto neri e pareti rosse coperte da scritte e disegni lasciati dagli avventori. Le porte, messe a caso, lo trasformano in un labirinto che la musica rimbombante e l’odore stagnante rendono ancora più confuso. Non ci sono finestre, non c’è sistema di aerazione, solo ventilatori bianchi attaccati alle pareti con dei chiodi. Cercando il cesso, trovo altre tre uscite prive di porta che danno su parcheggi non illuminati. Una di queste sembra sia stata adibita a cesso da coloro che come me si sono persi. In un’altra stanza, tavoli e sedie di legno sono accatastati su un pavimento coperto di vomito. Uno dei parcheggi diventa il mio cesso, e il mio viaggio di ritorno passa attraverso la pista da ballo – una stanza identica alle altre ma con una console e un DJ dietro ad essa e tre stranieri che ballano in evidente trip - e il bar - contraddistinto da un bancone di legno e un frigo, e dalle birre più economiche di Shanghai, impossibilmente economiche.

Quando raggiungo gli altri, cominciamo a bere offrendo a giri. Ben presto siamo ubriachi. Di fronte al mio imbarazzo distaccato, An raddoppia i suoi sforzi verso di me, mettendomi le mani addosso ad ogni occasione. Yan reagisce facendomi un’imitazione del padrino, minacciandomi e quindi abbracciandomi, baciandomi le guance e brindando “alla Famiglia”. Conosciamo due francesi, uno con il viso sfigurato, l’altro ci parla di quanto odi Shanghai. Poi si presenta Johnny, il cugino di Yan, appena tornato dallo Yunnan con diversi etti di hashish che però non fuma perché sta smettendo, e vuole regalare. Infine, la ragazza occidentale di Johnny, che si presenta con un “amico”. Johnny la prende sul ridere e non le bada. Tento di unire il gruppo cinese con quello italiano, ma entrambi sono troppo ubriachi per badarmi, e quindi rinuncio definitivamente e mi abbandono al flusso degli eventi. Le birre vanno via una dopo l’altra intervallate dalle sigarette. An si mette a cavalcioni su di me, Yan fa lo stesso e mi abbraccia. An mi abbraccia da dietro, io supplico Yan di tenerla a bada e lontana da me, Yan estrae un coltello a farfalla che maneggerebbe benissimo, non fosse ubriaco, e mi fa la voce da mafioso dicendo che non lo rispetto abbastanza e che sto insultando la sua donna.

Prendiamo lo stesso taxi verso casa… siamo ormai vicini al mio palazzo, è quasi finita. E’ allora che An propone di andare a casa sua. “Tanto i miei dormono e non disturbano” dice. Ho un pessimo presentimento. Resisto invano perché né lui né lei accetteranno una risposta negativa, e io in fondo ci voglio andare anche se so che me ne pentirò.

Sotto una pioggia leggera, saliamo le scale di questo palazzo cinese alla periferia di Shanghai, e An apre la porta silenziosamente per non disturbare. Nel salotto, con la luce accesa, c’è sua madre che la aspetta: tipica sciura cinese cicciotella e alta un metro e mezzo, ancora truccata, capelli nerissimi con permanente, camicia di seta gialla, pantaloni e ciabatte. Non sta in piedi dal sonno: ci limita a guardarci senza espressione e a dire: “Prego, accomodatevi, posso offrirvi qualcosa?”. Nonostante i miei complimenti dal frigo escono acqua, birra, caramelle, cioccolato e manzo con i funghi. La sciura saluta e va a letto.

Io e Yan rimaniamo seduti sul divano del salotto, mentre An torna dalla sua camera, avendo ben cura di non infilarsi completamente il pigiama prima di essere davanti a noi. Si siede accanto a me e guardandomi intensamente si sfila il reggiseno e lo lancia in un angolo. I suoi piedi nudi si appoggiano sulle mie gambe.

La birra e le sigarette si inseguono una dopo l’altra, si ride, si scherza. An chiede se vogliamo vedere delle foto, e quando assentiamo sveglia la madre per farsele dare. Si gioca a freccette, e chi perde beve, ancora. An è perennemente abbracciata a me. Yan estrae di nuovo il coltello per minacciarmi e nell’agitarlo spacca un bicchiere. Finalmente lo convinco a metterlo via definitivamente. Si ride, bicchieri si rovesciano a terra, Yan ne fa cascare un secondo rompendolo. Mi soffio il naso con il fazzoletto, e Yan ride di me dicendomi “It’s disgusting, man, you keep a dirty handkerchief in your pocket! You’re sooo Italian… I really love you!” e mi abbraccia baciandomi e brindando alla famiglia. Mi offre una caramella e quando la assaggio mi accorgo che è manzo coperto di zucchero. La sputo schifato tra le loro risate. “Vuoi del cioccolato?” chiede An. “Sì, per favore” le rispondo. Pessima idea: monta a cavalcioni su di me e mi infila il cioccolato in bocca con la sua lingua. Sto per morire… e Yan non fa nulla per fermarla. Me le scrollo di dosso, e lei si siede ai miei piedi, appoggiando un braccio sulla mia gamba e la sua mano più in su… credo che i pantaloni mi stiano per esplodere. E il mio amico, il suo ragazzo, è lì davanti a me che mi fa l’imitazione del padrino…

Guardo dalla finestra e mi accorgo che è ormai l’alba. “Sapete da dove si vede benissimo l’alba?” chiede An “da camera dei miei!”. Terza sveglia per i genitori. Rimaniamo in tre affacciati al davanzale a guardare la luce grigia che, sotto la pioggia, illumina la periferia di questa città. Yan ha un sentimento misto verso Shanghai, io la odio, ma stanotte è la prima volta che qui non mi sento straniero…

E’ la fine della notte. Il padre di An si alza, sono ormai le sette del mattino. An porta Yan a braccia al letto del padre e lo stende sulla stuoia dura. Fa lo stesso con me, nonostante le mie proteste, mi supplica di riposare qualche ora prima di tornare a casa. Yan, di fianco a me, ha già perso conoscenza. No, voglio tornare a casa, nel mio letto, nella mia solitudine pacifica.

Mentre mi infilo le scarpe, guardo il padre di An sul divano. So di essere uno straccio e di reggermi in piedi a fatica. “Ni hao” gli dico sorridendo “Renshi ni hen gaoxing”. Lui mi sorride incerto, trovandosi uno straniero in casa arrivato non si sa bene a che ora e completamente sfatto.

An si infila un paio di ciabatte e insiste nell’accompagnarmi a prendere un taxi. E’ sul pianerottolo che ci baciamo. Nel cortile camminiamo sotto la pioggia mano nella mano, con la gente che sta uscendo per andare al lavoro. Ci scambiamo il numero di telefono, poi ci baciamo ancora, e mentre stringo il suo corpo vittorioso sul mio, le nostre lingue si accarezzano dolcemente. “Mi piaci molto” mi dice “spero di trovarti ancora qui quando tornerò l’anno prossimo”. “E’ un po’ troppo in là per pensarci adesso” le rispondo sorridendo. Quanto la desidero… le mie braccia la abbandonano e le mie mani scorrono su di lei, intrecciandosi con le sue dita prima di abbandonarle. Monto su un taxi, e mi dirigo verso casa, nella luce ormai piena del mattino.

Mai vissuta una notte così strana. Senza una morale, una linea, un senso, un finale. Esperienza pura senza ordine. Non trovo conclusioni da fare su tutto quel che è successo, solo desiderio di addormentarmi… ma guardando fuori dal finestrino rigato di gocce, continuo a sorridere.

lunedì 29 agosto 2005

Leaving Beijing for the first time

Walking through the park
Babe, baby, baby, I’m gonna leave you.
I said baby, you know I’m gonna leave you.
Leave you when the summertime,
Leave you when the summer comes a-rollin’
Leave you when the summer comes along.

Baby, baby, I don’t wanna leave you,
I ain’t jokin’ woman, I’ve got to ramble.
Oh, yeah, baby, baby, I’m leaving,
I’ve really got to ramble.
I can hear it callin’ me the way it used to do, 
I can hear it callin’ me back home!

Babe... I’m gonna leave you
Oh, baby, you know, I've really got to leave you
Oh I can hear it callin’ me
I said don’t you hear it callin’ me the way it used to do?

I know I’m never never never gonna leave your babe
But I got to go away from this place, 
 I've got to quit you, yeah
Baby, ooh don't you hear it callin’ me? 
Woman, woman, I know, I know
 It feels good to have you back again 
And I know that one day baby, it’s really gonna grow, yes it is. 
We gonna go walkin’ through the park every day. 
Come what may, every day 

It was really, really good. 
You made me happy every single day. 
But now... I’ve got to go away 

Baby, baby, baby, baby 
That's when it’s callin’ me 
I said that's when it’s callin’ me back home... 

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 "Baby, I'm gonna leave you" 
Led Zeppelin I - Led Zeppelin (1969)

lunedì 22 agosto 2005

End of the Night

“Take the highway to the end of the night
end of the night, end of the night”

I’ve been roaming all night long – from one bar to the other, looking for old memories and new hopes. Through clouds of smoke and alcoholic dreams, the smell of sweat and that of dust, I’ve walked and run, dazed by glowing lights and dark sleeping streets.

It’s at the end of the night that, finally, I choose to meet you, climbing the stairs to the rooftop where you sit on a sofa, the music still playing dim as the last few customers leave the place. I sit in front of you, a drink and a sigarette in my hands, and as the breeze cools my skin, I enjoy your sight. Your eyes and your smile make me feel so quiet, happy – like there was no tomorrow to think about, like the past had never been severed from tonight.

This is the end of the night, and I am happy to share it with you.

venerdì 5 agosto 2005

Fake Plastic Trees

Chinese Plastic Trees
 
Her green plastic wateringcan
For her fake chinese rubberplant
In fake plastic earth
 
That she bought from a rubberman
In a town full of rubberplants
To get rid of itself
 
It wears her out
It wears her out
It wears her out
It wears her out
 
She lives with a broken man
A cracked polysterene man
Who just crumbles and burns
He used to do surgery
For girls in the eighties
But gravity always wins
 
and It wears him out
It wears him out
It wears him out
It wears him out
 
She looks like the real thing
She tastes like the real thing
My fake plastic love
 
But I can't help the feeling
I could blow through the ceiling
If I just turn and run
 
And it wears me out
It wears me out
It wears me out It wears…
 
If I could be what you wanted
If I could be what you wanted
All the time
All the time...
 
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The Bends, Radiohead (1995)