venerdì 12 ottobre 2007

Viaggio in Cerca di una Risposta

India




E’ un periodo che la Cina mi da’ ai nervi. E’ il classico periodo di caduta dopo il picco nella curva dell’espatriato: appena arrivati in un nuovo Paese, se si passa lo shock culturale, c’è la cosiddetta “Luna di Miele”, un periodo in cui tutto è nuovo, tutto è una sfida da vivere giorno per giorno, con gioia ed eccitazione. Poi arriva il momento in cui le cose smettono di essere nuove ed eccitanti, e diventano i “soliti problemi” che uno non riesce ad accettare, non riesce a spiegare perché nel posto in cui vive debba costantemente confrontarsi con certe situazioni insopportabili. Per me questo momento è arrivato, con un ritardo notevole rispetto alla norma, ma è arrivato, e il mio morale è sceso. Nell’iperbole della soddisfazione dell’espatriato, ho raggiunto il picco e da alcuni mesi ho cominciato a scendere, lentamente ma costantemente.


Tutto mi pesa – il cibo, il lavoro, la gente, il clima, non c’è nulla che non mi irriti, nulla che, in fondo, non mi faccia pensare che avrei voglia di andarmene, che mi fa salire l’inquietudine e la voglia di partire e rompere questa monotonia, questa costante sensazione che l’universo esista in funzione di crearmi spiacevoli sorprese ad ogni angolo. Ho bisogno di staccare da questo posto, ma come? Tornare in Italia non se ne parla, e allora dove? La risposta possibile è una sola: India. Se ci pensate, “andare in India” è una risposta che va bene per qualunque problema. Suona hippie come commento, ma è terribilmente corretto – nessuno entra in India, si mescola alla sua stranissima umanità, e non ne esce cambiato, con un’epifania tutta sua, una risposta a un perché, una piccola o grande trascendenza.



E’ così che un venerdì pomeriggio, uno di quei venerdì pomeriggio in cui immancabilmente il mondo ha deciso di crollare sulla mia testa per augurarmi buon weekend, dico arrivederci ai colleghi e insieme alla mia Radha mi imbarco su un aereo diretto nel Subcontinente. Ancora prima di arrivarci, qualcosa sta già cambiando in me, perché ho lasciato le sigarette a casa. Per questo viaggio non fumerò, lo stress degli ultimi tempi è diventato eccessivo e mi facevo disgusto da solo per il volume di sigarette giornaliere.



L’India è ancora più India di quanto me la ricordassi. Più sporca, più malfamata, più disperata, più falsa e più pericolosa. Eppure più sorridente, più paziente, più chiara e rilassante che mai. Il nostro viaggio è un’avventura, fatta di posti da sogno e da incubo, spiagge deserte in riva all’oceano e cubicoli suburbani invasi dagli scarafaggi, bazaar lerci pieni di folla, in cui si mescolano loschi individui che ci seguono con ovvia malizia, e palazzi imperiali in mezzo a giardini simili a paradisi terrestri, dove nostri compagni sono antilopi ed elefanti.



Quale risposta ho trovato dunque, in questo viaggio? Quale epifania, quale trascendenza? Anzitutto, ho raggiunto la consapevolezza che il mio corpo vive meglio senza sigarette, e di riflesso anche la mia mente, liberata da una scocciante dipendenza; magari mi permetterà qualche tiro di tanto in tanto, ma mai più voglio riprendere a fumare come facevo, una dietro l’altra, rabbiosamente, fino a farmi venire il malditesta. La seconda sorpresa del viaggio è che le avventure passate con la mia Radha hanno raffozato ancora di più il nostro rapporto – ridiamo in modo diverso, ci guardiamo in modo diverso, ci abbracciamo in modo diverso, tutta la nostra comunicazione verbale e fisica è cambiata, in meglio. Ora so che è con lei che voglio trascorrere la mia vita. Ma non è finita qui: l’epifania più grande l’ho avuta al mio ritorno, quando l’India era ormai lontana.



Quando scendiamo dall’aereo, dopo un viaggio di 24 ore spezzate in 4 tappe, il cielo è di un blu zaffiro, e un vento freddo spira da Nord. Vestiti ancora da viaggiatori, leggeri e colorati, io e la mia Radha ci copriamo le spalle con le pashmina originali, che indossate a mo’ di scialle e combinate alle facce stanche, ai capelli spettinati e alla mia barba incolta da 12 giorni, ci danno un look peculiare rispetto al resto dei passeggeri. Ma sorridiamo. Il tassista ci accoglie lamentandosi che ha aspettato all’aeroporto per 4 ore e casa nostra la si raggiunge in 20 minuti, ma non ci accigliamo, anzi guardiamo ai pioppi della Jichang Gaosu che sfilano piegati dal vento. Il panorama è conosciuto, la skyline nota. Il palazzo dove abitiamo appare in lontananza. Nel cortile la gente ha facce note, rudi e oneste, la gente di Pechino. Il ringhio dell’erhua non è mai stato così dolce. Saliamo le scale carichi di valige e apriamo la porta trovando una casa sistemata dall’ayi che non ha mai profumato così di pulito. Ci buttiamo in doccia, poi Dandan è sul letto, io metto la moca sul gas, entrambi con calze di lana e pigiami pesanti – l’autunno è arrivato, con il suo profumo di foglie morte e di carbone bruciato nelle stufe. Senza nemmeno consultarci, ordiniamo yangrouchuan’r, naan e Xinjiang chaocai, che arrivano in una mezz’ora portati dal nostro amico dell’hutong vicino. Scartiamo i nostri acquisti, scarichiamo le foto sul computer, più tardi accendiamo il riscaldamento ad aria condizionata, che doma il gelo della notte che si avvicina. Ci addormentiamo nel grande letto matrimoniale, abbracciati sotto il piumone, con la sensazione di essere finalmente a casa. La nostra casa, qui a Pechino.



Per tutto il tempo in India mi sono chiesto se sono pronto per venire a vivere nel Subcontinente, ma non ho trovato nessun posto dove volessi veramente fermarmi. L’ho capito guardando il cielo e i pioppi sull’autostrada che da questa città, Pechino, non me ne andrò mai per sempre. Forse per un periodo, per qualche mese o anno, ma tornerò sempre qui, perché questa, questa è la Casa del mio Spirito.



Grazie India, come sempre.





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