Abbandono i miei amici italiani, ciò che conosco, il mio ambiente sicuro e tranquillo, e cammino da solo per le strade di Shanghai, con la promessa di ritornare a breve e raggiungerli al locale dove stanno andando. Ma io ora ho una persona da incontrare, colui che domani mi terrà lezione di chitarra.
Raggiungo il Tang Hui, questo buco più simile a un centro sociale o a un bar di Pechino che a un locale Shanghainese, e mi inoltro nella semioscurità fumosa verso il palco, dove una band cinese sta suonando rock. Vengo fermato da un ventaglio: Yan è in piedi, a braccia aperte, che mi squadra sorridente. Indossa una camicia bianca coperta di caratteri antichi, e un cappello emisferico e colorato con una finta treccia che avvolge attorno al collo, e agita un ventaglio enorme per rinfrescarsi. Questo trash cinese tradizionale ben si adatta al piercing che porta sul labbro inferiore.
Yan è uno Hui, un membro di una minoranza musulmana famosa per la cucina ed il commercio (e le rivolte contro il governo, ma questo si pubblicizza di meno). Figlio di un militare, suona il basso elettrico e si divide tra Liverpool, dove studia alla scuola fondata da Paul McCartney, e Vancouver, dove durante la settimana suona nei locali i cui palchi sono stati calcati nei week-end da Nirvana, Pearl Jam, e altri grandi della musica rock, grunge e punk della Costa Pacifica. L’ho conosciuto ad una festa dove era l’unico cinese. Per quel che vale, il suo inglese è migliore del mio. Tra due settimane tornerà in Canada per un anno.
Mi siedo con lui e i suoi amici: tre cinesi, non saprei dire se Han o di qualche minoranza, e un tipo scuro di carnagione e capelli, che alla mia presentazione in mandarino risponde “Sorry, I’m Swedish”. Quella che cattura subito la mia attenzione nel gruppo è An.
Non è bella, ma c’è qualcosa in lei che mi affascina fin dal primo istante in cui la vedo. E’ sveglia, è libera, è piena di energia che prende e trasferisce con maestria. Flirtiamo praticamente da subito, e sul divano la sua schiena si appoggia al mio petto mentre le passo un braccio attorno alle spalle. Studia a Tokyo, parla qualche parola di italiano. Tra pochi giorni anche lei tornerà in Giappone per il nuovo anno accademico. Io, lei e Yan beviamo birra dallo stesso bicchiere e ci ascendiamo le sigarette a vicenda. Discuto con Yan sul giorno seguente, e ci mettiamo d’accordo per suonare.
Bene, è ora di raggiungere i miei amici italiani. Ma non ne ho voglia… sto troppo bene. Mi invitano ad un locale vicino che non conosco, lo si raggiunge a piedi. Diamoci ancora un po’ di tempo, i miei amici li raggiungerò dopo.
Yan raccoglie la sua borsa verde maoista, uguale alla mia, e noto il suo anello tibetano, uguale al mio. Anche An ha una borsa maoista, e ne sfila una camicia identica a quella di Yan. Interrogo il mio amico sul perché, e la risposta arriva come una martellata – “’coz we’re lovers!”
Camminiamo ridendo, già alticci, per dieci minuti fino ad una strada buia, ed entriamo nel portone di un palazzo dall’architettura stalinista, grigio e trascurato. Superato il portiere che guarda storto da dietro la sua scrivania di legno polveroso piazzata in mezzo all’atrio, scendiamo una scala che non porta cartelli. Più sotto, c’è il C’s, un inferno suburbano che nemmeno un incubo di Kubrick sotto acido avrebbe potuto generare.
Impossibile stimarne le dimensioni: una serie di stanze, tutte uguali, pavimento e soffitto neri e pareti rosse coperte da scritte e disegni lasciati dagli avventori. Le porte, messe a caso, lo trasformano in un labirinto che la musica rimbombante e l’odore stagnante rendono ancora più confuso. Non ci sono finestre, non c’è sistema di aerazione, solo ventilatori bianchi attaccati alle pareti con dei chiodi. Cercando il cesso, trovo altre tre uscite prive di porta che danno su parcheggi non illuminati. Una di queste sembra sia stata adibita a cesso da coloro che come me si sono persi. In un’altra stanza, tavoli e sedie di legno sono accatastati su un pavimento coperto di vomito. Uno dei parcheggi diventa il mio cesso, e il mio viaggio di ritorno passa attraverso la pista da ballo – una stanza identica alle altre ma con una console e un DJ dietro ad essa e tre stranieri che ballano in evidente trip - e il bar - contraddistinto da un bancone di legno e un frigo, e dalle birre più economiche di Shanghai, impossibilmente economiche.
Quando raggiungo gli altri, cominciamo a bere offrendo a giri. Ben presto siamo ubriachi. Di fronte al mio imbarazzo distaccato, An raddoppia i suoi sforzi verso di me, mettendomi le mani addosso ad ogni occasione. Yan reagisce facendomi un’imitazione del padrino, minacciandomi e quindi abbracciandomi, baciandomi le guance e brindando “alla Famiglia”. Conosciamo due francesi, uno con il viso sfigurato, l’altro ci parla di quanto odi Shanghai. Poi si presenta Johnny, il cugino di Yan, appena tornato dallo Yunnan con diversi etti di hashish che però non fuma perché sta smettendo, e vuole regalare. Infine, la ragazza occidentale di Johnny, che si presenta con un “amico”. Johnny la prende sul ridere e non le bada. Tento di unire il gruppo cinese con quello italiano, ma entrambi sono troppo ubriachi per badarmi, e quindi rinuncio definitivamente e mi abbandono al flusso degli eventi. Le birre vanno via una dopo l’altra intervallate dalle sigarette. An si mette a cavalcioni su di me, Yan fa lo stesso e mi abbraccia. An mi abbraccia da dietro, io supplico Yan di tenerla a bada e lontana da me, Yan estrae un coltello a farfalla che maneggerebbe benissimo, non fosse ubriaco, e mi fa la voce da mafioso dicendo che non lo rispetto abbastanza e che sto insultando la sua donna.
Prendiamo lo stesso taxi verso casa… siamo ormai vicini al mio palazzo, è quasi finita. E’ allora che An propone di andare a casa sua. “Tanto i miei dormono e non disturbano” dice. Ho un pessimo presentimento. Resisto invano perché né lui né lei accetteranno una risposta negativa, e io in fondo ci voglio andare anche se so che me ne pentirò.
Sotto una pioggia leggera, saliamo le scale di questo palazzo cinese alla periferia di Shanghai, e An apre la porta silenziosamente per non disturbare. Nel salotto, con la luce accesa, c’è sua madre che la aspetta: tipica sciura cinese cicciotella e alta un metro e mezzo, ancora truccata, capelli nerissimi con permanente, camicia di seta gialla, pantaloni e ciabatte. Non sta in piedi dal sonno: ci limita a guardarci senza espressione e a dire: “Prego, accomodatevi, posso offrirvi qualcosa?”. Nonostante i miei complimenti dal frigo escono acqua, birra, caramelle, cioccolato e manzo con i funghi. La sciura saluta e va a letto.
Io e Yan rimaniamo seduti sul divano del salotto, mentre An torna dalla sua camera, avendo ben cura di non infilarsi completamente il pigiama prima di essere davanti a noi. Si siede accanto a me e guardandomi intensamente si sfila il reggiseno e lo lancia in un angolo. I suoi piedi nudi si appoggiano sulle mie gambe.
La birra e le sigarette si inseguono una dopo l’altra, si ride, si scherza. An chiede se vogliamo vedere delle foto, e quando assentiamo sveglia la madre per farsele dare. Si gioca a freccette, e chi perde beve, ancora. An è perennemente abbracciata a me. Yan estrae di nuovo il coltello per minacciarmi e nell’agitarlo spacca un bicchiere. Finalmente lo convinco a metterlo via definitivamente. Si ride, bicchieri si rovesciano a terra, Yan ne fa cascare un secondo rompendolo. Mi soffio il naso con il fazzoletto, e Yan ride di me dicendomi “It’s disgusting, man, you keep a dirty handkerchief in your pocket! You’re sooo Italian… I really love you!” e mi abbraccia baciandomi e brindando alla famiglia. Mi offre una caramella e quando la assaggio mi accorgo che è manzo coperto di zucchero. La sputo schifato tra le loro risate. “Vuoi del cioccolato?” chiede An. “Sì, per favore” le rispondo. Pessima idea: monta a cavalcioni su di me e mi infila il cioccolato in bocca con la sua lingua. Sto per morire… e Yan non fa nulla per fermarla. Me le scrollo di dosso, e lei si siede ai miei piedi, appoggiando un braccio sulla mia gamba e la sua mano più in su… credo che i pantaloni mi stiano per esplodere. E il mio amico, il suo ragazzo, è lì davanti a me che mi fa l’imitazione del padrino…
Guardo dalla finestra e mi accorgo che è ormai l’alba. “Sapete da dove si vede benissimo l’alba?” chiede An “da camera dei miei!”. Terza sveglia per i genitori. Rimaniamo in tre affacciati al davanzale a guardare la luce grigia che, sotto la pioggia, illumina la periferia di questa città. Yan ha un sentimento misto verso Shanghai, io la odio, ma stanotte è la prima volta che qui non mi sento straniero…
E’ la fine della notte. Il padre di An si alza, sono ormai le sette del mattino. An porta Yan a braccia al letto del padre e lo stende sulla stuoia dura. Fa lo stesso con me, nonostante le mie proteste, mi supplica di riposare qualche ora prima di tornare a casa. Yan, di fianco a me, ha già perso conoscenza. No, voglio tornare a casa, nel mio letto, nella mia solitudine pacifica.
Mentre mi infilo le scarpe, guardo il padre di An sul divano. So di essere uno straccio e di reggermi in piedi a fatica. “Ni hao” gli dico sorridendo “Renshi ni hen gaoxing”. Lui mi sorride incerto, trovandosi uno straniero in casa arrivato non si sa bene a che ora e completamente sfatto.
An si infila un paio di ciabatte e insiste nell’accompagnarmi a prendere un taxi. E’ sul pianerottolo che ci baciamo. Nel cortile camminiamo sotto la pioggia mano nella mano, con la gente che sta uscendo per andare al lavoro. Ci scambiamo il numero di telefono, poi ci baciamo ancora, e mentre stringo il suo corpo vittorioso sul mio, le nostre lingue si accarezzano dolcemente. “Mi piaci molto” mi dice “spero di trovarti ancora qui quando tornerò l’anno prossimo”. “E’ un po’ troppo in là per pensarci adesso” le rispondo sorridendo. Quanto la desidero… le mie braccia la abbandonano e le mie mani scorrono su di lei, intrecciandosi con le sue dita prima di abbandonarle. Monto su un taxi, e mi dirigo verso casa, nella luce ormai piena del mattino.
Mai vissuta una notte così strana. Senza una morale, una linea, un senso, un finale. Esperienza pura senza ordine. Non trovo conclusioni da fare su tutto quel che è successo, solo desiderio di addormentarmi… ma guardando fuori dal finestrino rigato di gocce, continuo a sorridere.