sabato 25 dicembre 2010

Ordine e Senso




"Nelle profondità del nostro inconscio c'è un bisogno ossessivo di un universo logico e coerente. Ma il vero universo è sempre un passo al di là della logica"
Muad'Dib, Dune

Una delle caratteristiche proprie dell'uomo è quella di cercare un ordine nel cosmo. In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni classe sociale e ad ogni livello di cultura, gli uomini hanno tentato di trovare le ragioni degli avvenimenti, per unire in un filo logico gli eventi della vita. Il legame tra causa ed effetto, il perché delle cose.
Ma regolarmente gli eventi irrompono, in modo da dimostrarci i limiti delle risposte che ci siamo dati, o di quelle che abbiamo accettato da altri. L'universo ci mette davanti il nostro errore.

Il cancro è uno di questi casi. Ci sono tanti modi di morire, e a quasi tutti è facile dare una spiegazione. L'infarto capita per cattive abitudini alimentari e fisiche, e mancanza di prevenzione. Il tifo e l'epatite per scarsa igiene. La malaria per la malsanità dell'ambiente. L'alzheimer per l'età avanzata. La gente muore negli incidenti stradali, ferroviari, aerei, per errore di qualcuno o falle del sistema meccanico. Muore in guerra perché c'è qualcuno che la uccide.
Il cancro no: non si previene, è spesso impossibile da tenere sotto controllo, e se certi comportamenti ne aumentano la possibilità, non ci sono comportamenti che la escludono. Non c'è un tipo particolare di persone colpita dal cancro: può colpire chiunque, ovunque, in qualunque momento. Non è come la vecchiaia, che è una certezza; il cancro può anche non colpire mai, e tutti sperano sia così: e invece a volte colpisce, inaspettato, crudele, senza ragione apparente nella scelta della sua vittima. Come il cancro al pancreas, che si è portato via mia suocera.

Cinquantasei anni, vita sana, tranquilla. Mai fumato, mai bevuto, cibo con moderazione: poca carne, poco olio, tanta verdura fresca. Un lavoro da insegnante, quanto basta per non essere sedentaria ma al tempo stesso nemmeno schiava della frenesia moderna. Si faceva visitare spesso dal medico, attentissima ad ogni sintomo di un qualunque malessere. Persona buona, positiva, sempre pronta a dare agli altri e mai a chiedere. Da un po' aveva un mal di schiena molesto: all'inizio le avevano detto che era l'età, forse cattiva postura nel fare lavori di casa; poi invece le hanno detto che era cancro al pancreas. Così. Aveva fatto dei test per il cancro al seno e alle ossa due mesi prima, non le avevano trovato niente.
Quel giorno non è nemmeno tornata a casa, l'hanno tenuta all'ospedale. Una settimana dopo non camminava più. Una dozzina di giorni dopo la mente già si offusca, le parole escono a fatica dalle labbra. Si nutre con una flebo, il torace è pieno d'acqua. La malattia si è ormai diffusa alla milza, al fegato, ai polmoni. Sedici giorni dopo, senza nemmeno essersi resa conto di non avere più speranze, l'anima abbandona il corpo torturato.

Una causa convincente per l'effetto non si trova, io non la trovo. Non me la offre la scienza, non la religione, non la filosofia. E' capitato. Sono cose che capitano. Non a tutti, solo ad alcuni, ma non si sa mai quali, non si può prevedere. Sua madre ha 80 e passa anni, ed è sana come un pesce.

Sua figlia, 30 anni, che vive in Europa ed è tornata in Cina, lasciando il suo lavoro, per starle vicino, trova che sia ingiusto. Non c'è nessuna ragione perché sia capitato a sua madre, non se lo meritava. Non si dà pace, e fino all'ultimo, fino a quando ha visto i medici tentare di rianimarla, fino a quando uno di loro ha pronunciato il decesso, ha sperato che la madre guarisse. Sperava. Pregava. Atea, ha fatto voto di farsi cattolica se le fosse stato concesso un miracolo, ma niente. Cerca un senso in quanto è accaduto, ma non lo trova. Sua madre doveva venire in Europa l'anno prossimo, vedere un continente che da tanto tempo sognava. Aveva appena 56 anni. E' ingiusto.

Da parte mia, posso solo accettare l'insensatezza dell'universo, la fragilità della condizione umana. Morire è più facile di quanto ci illudiamo: tutti moriamo, ma raramente ci riesce di scegliere o prevedere il come e il quando. Il più delle volte la realtà lascia stupiti e insoddisfatti.
Forse un senso non c'è, o forse c'è, ma siamo noi a non trovarlo. E' un po' lo stesso, per quanto ci riguarda. Come sempre, come in ogni cosa, tocca a noi trovare le risposte, immaginare un senso nella nostra esistenza e in quella degli altri, accettando la nostra incapacità di rispondere in modo esauriente alla Domanda, cui nondimeno necessitiamo, tutti in quanto uomini, di dare una nostra Risposta, almeno temporanea. Finché l'universo tornerà nuovamente a dimostrarci i limiti della nostra comprensione umana.
Ma questi non sono che fatti, e l'ordine che sta dietro ad essi aspetta solo di essere immaginato da noi.

giovedì 7 ottobre 2010

Giovinezza

young Krishna devotees.....

Ieri ho fatto la mia migliore lezione di yoga di sempre. Concentrato, sereno, tonico, tutte le posizioni entravano e si mantenevano quasi con naturalezza, mentre attorno a me gli altri compagni tremavano e sbuffavano. E' merito del mio maestro, ed è anche un po' merito mio. Durante la lezione, mentre la mia mente vagava durante il rilassamento, e gioiva del fatto che, a 30 anni e 81kg, faccio yoga meglio di quando avevo 25 anni e 70kg, ho avuto un'epifania.

Il segreto sta tutto nel migliorare.

Implicitamente ho sempre pensato “adesso che ho 31 anni non sono più giovane, almeno non lo sono relativamente a quando avevo 25 anni”. E qui sbagliavo, confondendo una misura astratta di tempo con una condizione del mio corpo e della mia anima. Essere giovani in questo senso è relativo: c'è gente che è giovane a 60 anni, altra a 20 anni è già vecchia. Cosa significa allora essere giovane, in che cosa consiste?

Essere giovane, ho compreso ieri, significa crescere. Sapere che davanti a noi c'è un futuro in cui potremo essere persone migliori, in qualunque senso vogliamo. Più consapevoli, più buone, più forti, più sagge, più belle, più affascinanti, più esperte.

In poche parole, si è giovani finché si può sperare in un domani migliore. Si è vecchi quando i tempi migliori sono alle spalle.

Ecco, io ho capito di essere ancora giovane, perché non ho mai fatto yoga meglio di ieri, e se mi impegno so che la prossima lezione potrò raggiungere un livello ancora più alto. E non solo nello yoga. Ogni giorno voglio impegnarmi per migliorare in tutto, essere più consapevole, buono, forte, saggio, bello, affascinante ed esperto. Ricordarsi che migliorare è possibile, questo è il segreto, e non è cosa facile, con tutte le distrazioni che ci portano verso la stasi fisica e spirituale. Ci concentriamo sulle cose esterne a noi, sulle cose che possediamo o vogliamo possedere, o sulle informazioni irrilevanti che ci bombardano continuamente, e in quel momento perdiamo noi stessi, ci abbandoniamo alla vecchiaia.

Ma io so che finché mi ricorderò di migliorarmi ogni giorno, non sarò mai vecchio.

sabato 12 giugno 2010

Oltre la Tempesta

 


Sono su una nave, fabbricata da me, costruita da quella che era una zattera e poi una barca, rinforzata con pezzi di legno trovati qua e là, sulle varie isole che ho visitato nei miei viaggi. Attorno a me, bonaccia, una bonaccia che dura da lungo tempo, troppo tempo. Il sole mi ha scurito la pelle e l'ha resa come cuoio, mi ha assetato e mi ha fiaccato con la sua violenza tropicale. E poi, all'orizzonte, nero. Lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato prima o poi, in parte lo desideravo, in parte speravo non arrivasse mai. Lo stomaco mi si torce per l'ansia, per la paura. La mia nave sarà abbastanza solida? La saprò governare? Mi viene persino in mente di voltare la prua e cercare un rifugio, una baia dove nascondermi, aspettando che passi il tifone. Ma poi mi ricordo che attorno è bonaccia e non posso muovermi, e comunque la tempesta mi raggiungerebbe prima o poi. Se non oggi, forse domani.



Abbasso le vele e scruto costantemente l'orizzonte. Ostento calma per convincere me stesso, in cuor mio prego Siva perché mi dia la forza, Durga perché mi protegga, Kali che mi dia coraggio, e Rama risolutezza. La tempesta è nera, davanti a me, e diventa sempre più grande. E' una tempesta che conosco, ricordo bene le volte che, giovane, mi ci sono buttato dentro incoscientemente, il fasciame della mia imbarcazione è stato sfasciato, e io sono stato preda delle sue onde, sbattuto qua e là, fino a rimanere sfiancato, solo, abbandonato, su una spiaggia sconosciuta. Tre volte è già successo, tre volte sono naufragato per la mia inadeguatezza.


Lo stomaco fa male, mi piega quasi in due, le gambe mi tremano, ma la mia mano si stringe alle sartie e i miei occhi non si abbassano. Se oggi si affonda, si affonda con dignità, come si conviene al capitano di una nave. Le prime gocce di pioggia mi battono sul viso, pesanti. L'odore della tempesta mi avvolge, le nubi mi sono ormai addosso e coprono il sole.


E poi è pioggia e vento, e niente più. Niente tuoni, niente fulmini, niente turbini. La mia mano lascia andare una gomena e fa svolgere le vele, che vengono gonfiate da un vento per nulla indomabile. La mia nave si muove, lasciandosi condurre docilmente da me. La pioggia mi bagna, mi infradicia, e mi accorgo che lava via strati di sudore, di terra in cui sono caduto, di sangue rappreso. Mi pulisce e mi purifica. E' la tempesta che conoscevo, eppure non è la stessa – si è placata, con il tempo, mentre io sono cresciuto in abilità, e ora la mia nave nemmeno si agita. Cavalco il monsone verso la mia direzione, senza paura, senza angoscia. Il mio stomaco si è lasciato andare, le mie gambe sono divenute solide come prima. E quando ne esco, e vedo nuovamente il sole, non sono più quello che ero prima.

Una volta qualcuno disse “Un giorno rideremo di tutto questo”. Quel giorno è arrivato. Io non credevo sarebbe mai accaduto. Di certo non me l'immaginavo così. Lavato dalla pioggia, mi sento quindici anni più giovane, pieno di gloria, di fiducia, di speranze, come se il mio cuore non fosse mai stato ferito, come un adolescente che affronta al mondo senza averne mai sperimentato i mali. Il 10 giugno non è un giorno qualunque. Il 10 giugno 2003, la terza vota che mi sono buttato nella tempesta. Il 10 giugno 2004, il mio primo lavoro. Il 10 giugno 2006, il primo bacio con la mia Sita. Il 10 giugno 2010, dirigo la mia nave fuori dalla quarta tempesta, vittorioso. Una parte della mia vita finisce oggi, un nuovo capitolo comincia domani.


sabato 27 marzo 2010

Planet Caravan

Blue Sunset over Beixinqiao


Mancano quattro giorni alla partenza. Pechino ci regala miracolosamente un giorno di primavera. Usciamo per pranzo, dato che in cucina è rimasto ben poco per cucinare, e finiamo al Sandie Shui su Gulou Dajie, hot pot di costolette di maiale alla lijiangese che ci ricorda il nostro mini-viaggio di nozze nello Yunnan. Pechino il sabato a mezzogiorno è pigra, soprattutto quando esce il sole che illumina e intiepidisce un po'. Camminiamo fino all'Amilal per accordarci col proprietario sulla festa di domani, ma alle due non ha ancora aperto. Camminiamo tranquillamente verso casa godendoci la prima passeggiata di primavera, e forse l'ultima a Pechino. E' quasi un peccato andarsene ora che arriva la bella stagione, gli alberi rinverdiscono, e si può stare sulle terrazze dei bar a rilassarsi e far passare il pomeriggio.



Arriviamo a casa, una casa che per metà è già in viaggio. Il sole filtra giallo dalle finestre e illumina la polvere sbucata dal movimento di mobili e dalle finestre aperte. Diverse valigie sono sparse per le camere, il letto sfatto, i piatto da lavare, entrambi i laptop appoggiati sul tavolo, connessi a internet ed elettricità a turno. La mia Sita testa skype con i suoi, io lavo i patti ascoltando l'iPod, poi stacco i thangka dalle pareti e li preparo per il loro viaggio. Qualche amico viene a prendere quel che non riusciamo o non vale la pena spedire, e qualcosa che porterà a Milano per noi. La giornata è pigra e luminosa, la prossima partenza ci solletica lo stomaco, ma allo stesso tempo andarsene così, dopo quasi quattro anni, non è cosa semplice. La casa mezza vuota, le pareti prive di quadri mi ricordano quando sono arrivato qui, il 5 agosto di quattro anni fa. Quante cose sono successe in questa casa da allora. Ricordo quando Dandan veniva da pendolare e facevamo l'amore in ogni stanza, e tutto era nuovo, e non c'erano ancora i vicini ma gli operai. Ricordo suonare la chitarra, che ormai è a casa in Italia, e che non suono da troppo tempo. Ricordo il freddo, il caldo, il vento, la pioggia, e mille altre sensazioni provate in questo appartamento. Ricordo l'appartamento di Shanghai, prima di questo, e il trasloco dall'anno all'altro. Ricordo il trasloco da un appartamento all'altro a Shanghai. Ricordo le partenze dall'Italia, ogni volta senza certezze, ogni volta senza sapere quando sarei tornato, tra le lacrime di mia madre e l'imbarazzo confuso di mio padre. Ricordo mille viaggi, mille valigie, una vita che da molti anni, non è mai stata ferma.



E l'iPod passa una canzone, Planet Caravan dei Black Sabbath, anno 1970. E le sue note riassumono tanti anni della mia vita in movimento, anni passati, e forse anni futuri.



We sail through endless skies

stars shine like eyes

the black night sighs

 

The moon in silver trees

falls down in tears

light of the night

 

The earth, a purple blaze

of sapphire haze

in orbit always


While down below the trees

bathed in cool breeze

silver starlight breaks down the night


And so we pass on by the crimson eye

of great god Mars

as we travel the universe


Così cantava Ozzy nove anni prima della mia nascita, così suonavano Iommi, Butler e Ward in un'epoca ormai mitica, appartenente alla leggenda più che alla storia. E sono felice, perché questa è la vita che ho sempre sognato. Un altro viaggio comincia in quattro giorni, e io inseguo la Strada, come sempre, perché questa è la vita che ho scelto.


martedì 23 febbraio 2010

Inquinamento Visivo

Pubblicità

Pubblicità, ovunque. Ovunque guardi, enormi cartelloni sono presenti nella mia visuale, cercando di vendermi qualcosa. Mobili, automobili, elettronica, telefonate, intimo femminile, alimentari. Per lo più cose che compro perché ne ho bisogno, oppure non compro. Certamente marchi che non compro, per non pagare il costo della carta e della colla dei cartelloni, il lavoro di chi li stampa, li consegna e li attacca, l'affitto dello spazio. Se compro qualcosa vorrei pagare per quello, e non per altre cose.




Sono lì, i cartelloni, e li vedo. Non ho molta scelta: generazioni di pubblicitari hanno studiato il modo per attrarre la mia attenzione. Chi vi ha detto che il pubblicitario è una professione creativa o artistica sbaglia o mente; forse era così un tempo, ma ormai il pubblicitario è un tecnico, uno scienziato, formato in psicologia. I cartelloni sono disegnati con perizia seguendo precise regole, che eminenti studiosi hanno dedotto studiando il nostro cervello. Esistono precise combinazioni di colori, forme, parole, simboli, che il nostro cervello interpreta in modo prevedibile, senza interpellare necessariamente l'intelligenza cosciente. La pubblicità, come la cattiva politica e la demagogia, ha scoperto che far leva sull'intelligenza cosciente delle persone è difficile, più facile è invece girarci attorno e andare a stimolare comportamenti involontari, istinti profondi, quasi animali, meccanici. Non si possono non notare, come non si può non udire chi vi urla nelle orecchie. Non è una scelta, è una reazione inevitabile avere la propria attenzione attratta da queste cose. Se queste cose poi non vi interessano, è un fastidio notevole.




E' quindi curioso che, sebbene i rumori molesti siano stati banditi in molti luoghi, con il nome di “inquinamento acustico”, i luoghi in cui i cartelloni sono stati banditi sono pochi, molto pochi, e la nozione di “inquinamento visivo” stenta a diffondersi. In quali luoghi sono vietati i cartelloni? Semplice, nei luoghi sacri e in quelli artistici; niente cartelloni per cattedrali, meraviglie architettoniche, scenari naturali incontaminati. Il motivo è ovvio: la presenza dei cartelloni svaluta la bellezza e la sacralità di questi luoghi, attrae l'attenzione inevitabilmente verso banalità commerciali quando essa normalmente si concentrerebbe su bellezza e divinità. Negli altri luoghi invece questa situazione viene normalmente accettata come necessaria. Ma provate a pensare alla vostra città senza cartelloni. Cosa guardereste quando andate in giro? Su cosa si concentrerebbe la vostra attenzione mentre andate al lavoro o a fare la spesa? La domanda non è sciocca, e rispondere non è così immediato.




Il cielo? Le architetture? I fiori? Le persone? Quante cose più belle e interessanti ci sono da vedere, piuttosto che la pubblicità? Se volete fare un elenco, prendetevi del tempo, sarà lungo. Ora ragionate sulle conseguenze della presenza dei cartelloni: essi, di fatto, distraggono la vostra attenzione da un sacco di cose più belle, sacre, interessanti, curiose, stimolanti, ogniqualvolta uscite di casa. Succhiano gli stimoli estetici della vostra giornata, e li sostituiscono con consigli per gli acquisti, suggerimenti di come spendere il vostro denaro e, in fondo lo sapete, vi danno da pensare che di soldi da spendere non ne avete abbastanza (nessuno ne ha mai abbastanza) e forse dovreste guadagnarne di più. Dovreste fare le cose meglio di come le fate (evidentemente non le fate abbastanza bene), più velocemente, più di fretta. Vi mettono ansia. Basterebbe poco per calmarsi, basterebbe guardare un fiore in un'aiuola, una foglia su un ramo, delle belle tende colorate appese a una finestra, o una persona che, incontrando il vostro sguardo, vi sorride senza motivo. Invece entrambi state guardando un cartellone pubblicitario, e avete l'ansia.




Non voglio più vedere i cartelloni pubblicitari, non voglio più il mio mondo inquinato dai tecnici che li progettano studiando il mio cervello. Sogno città senza pubblicità. Città fatte come i disegni dei bambini: di case, strade, persone, animali, uccelli che volano e il sole che splende. Sono queste le cose che voglio vedere ogni mattina e ogni sera, cose vere, cose belle, cose a me sacre. Il mio mondo, almeno la notte, io lo vedo così.

giovedì 14 gennaio 2010

L'Anno del Ritorno in Patria



Milano

L'Anno che è passato doveva essere l'Anno dell'Abbandono dell'Individualismo. L'idea era fare tutte quelle cose che avrei voluto fare da giovane, e in particolare licenziarmi e fare un viaggio di 2-3 mesi da Pechino alla punta meridionale dell'India, prima di tornare in Italia, cercare un nuovo lavoro e diventare un serio padre di famiglia. Come avrete già capito, un po' tutti i piani sono falliti o sono stati messi da parte: non sono ancora in Italia, e quindi non sono passato per mezza Asia come speravo. L'evento chiave del mio Anno dell'Abbandono dell'Individualismo non c'è stato, né so con certezza se e quando ci sarà. In generale va detto che cose divertenti e spensierate ce ne sono state poche, ma in compenso casini tanti.





 

Il 2009, che si sperava portasse meno problemi del 2008, non è stato infatti all'altezza delle aspettative. I problemi del 2008 ci sono stati, più o meno uguali, ma questa volta una serie di eventi risolutivi li ha conclusi, nel bene e nel male. Anzitutto mi sono sposato: grande cambiamento, che ha chiuso un lungo periodo di riflessione e contrattazione con la mia Radha, che ora è la mia Sita. Il problema del mio lavoro che non mi soddisfaceva e non mi pagava si è risolto con uno spettacolare fallimento della società dove lavoravo, che mi ha lasciato a piedi da un giorno all'altro con sette mesi di stipendi non pagati e a capo di un ufficio con due persone che non venivano pagate da 5 mesi. Principalmente è stato questo a farmi abbandonare i miei piani di ritorno: il 5 di agosto, data prevista per la partenza da Pechino, invece di chiudere casa stavo rinnovando il mio contratto di affitto per un anno, sganciando tre mesi anticipati e interrogandomi su come fare a recuperare almeno una parte dei soldi che il mio ex capo mi doveva. Altri due fattori spingevano a non farmi ritornare: da un lato la crisi economica, che lasciava poche speranze di trovare lavoro in Italia dopo il Grande Viaggio (e che aveva fatto sì che quasi tutti i miei amici fossero costretti a disertare non solo il Viaggio, ma anche la cerimonia del mio matrimonio); dall'altro l'inaspettata morte della mia mentore e protettrice, colei che mi ha spedito in Cina e si era offerta di aiutarmi a tornare in Italia, a causa di una malattia tenuta a lungo nascosta a tutti tranne che ai suoi familiari. Nel mese di agosto, mentre dovevo essere su un treno verso i freschi altopiani tibetani, ero in realtà nella torrida e umida Pechino che collettivizzavo quel che rimaneva dell'azienda, vendendo il contenuto del magazzino e dell'ufficio, appellandomi ad amici e contatti d'affari per avere un aiuto, chiudendo i contratti d'affitto, pagando almeno parzialmente fornitori, dipendenti e me stesso, opera magna per fortuna ormai conclusa. Quanto al problema del visto, mentre a giugno ho ottenuto un visto tramite un truffatore professionista amico di un imprenditore corrotto amico di un funzionario dell'immigrazione di Chengdu, a novembre ho finalmente coronato il sogno di tre anni e mezzo e, certificato di matrimonio alla mano, ho ottenuto un visto di un anno multientrata senza magheggi né agenzie, in perfetta legalità, all'ufficio dell'immigrazione dietro casa. E' stato un anno di sorprese, nel bene e nel male, anche se quasi nulla è andato come doveva andare.



 




 

Ma in qualche modo il ritardo della mia partenza ha avuto un effetto importante: ha fatto maturare in me un desiderio incredibile di tornare a Milano, e di lasciare Pechino, cosa che non credevo possibile solo due anni fa. La mia Pechino, sebbene rispetto alle Olimpiadi sia migliorata, non è più la stessa e credo non lo sarà mai. Il capitalismo ha vinto anche qui: la parola d'ordine è sviluppo, nella testa della maggior parte delle persone ci sono solo lavoro-stipendio-macchina-appartamento di proprietà. Nessuno ha più tempo per sorridere, fermarsi a fare quattro chiacchiere con uno sconosciuto, sedersi su un muretto e mangiarsi un gelato per il puro piacere di mangiarsi un gelato. La Casa del Mio Spirito non è più qui – sono per certi versi triste nel vedere che nulla dura, ma anche sollevato dal fatto che sia arrivato a saturarmi di questo posto prima di andarmene. Mi mancherà, ne sono certo, qui ho passato alcuni degli anni migliori della mia vita, ma il passato non ritorna e il futuro è lì che aspetta e io devo rincorrerlo senza troppi rimpianti. Dov'è ora la Casa del Mio Spirito?



 




 

A Bali, guardando il mare dalla sommità della montagna di Munduk, ho avuto un'illuminazione. Quel che mi succede attorno, il luogo fisico in cui mi trovo, è importante solo finché influenza il luogo mentale in cui mi trovo. Con la mia Sita posso essere ovunque e felice, in barba a mille problemi professionali, economici, legali. Basta ridimensionare tali problemi e non lasciare che facciano paura e pesino sulla vita spirituale. Come recitava la canzone del nostro primo bacio, If we stand here together, We can laugh at what we've done, All our time has been wasted, And there's nowhere left to run, There may be trouble up ahead, Will we be sleeping in our beds, Or will we arise to a new world?”





 

Ramasita



 

Mi resta una gran voglia di sfogarmi, una gran voglia di prendermi tempo e spendere i risparmi di anni di sbattimenti e girare il mondo, come avrei voluto fare anni fa, e come non potrò fare da padre di famiglia. Mi rimane poco tempo: un anno, forse, due, per giocare all'eroe e al vagabondo, e poi toccherà cambiare, prendersi le responsabilità dei vecchi e dei bambini, passare dal Kama di Krsna al Dharma di Rama.



 




 

Ho bisogno di un rito di passaggio, e il Grande Viaggio è proprio questo: rinunciarvi sarebbe un peccato eccessivo, un rimpianto insanabile. Continuo a concepirlo come lo spartiacque della mia giovinezza indipendente e della mia vita da marito e padre. Senza di quello, sarei un marito e un padre a metà, distratto a guardare indietro e immaginare quello che avrebbe potuto essere. Per ora la data indicativa è l'estate prossima, ma nulla è ancora certo.



 




 

Nel frattempo continuo a praticare molte arti: la cucina, la fotografia, la scrittura, leggo e studio molto. Non lascio che le distrazioni del capitalismo me le portino via. Sono sempre meno interessato al successo professionale e più preoccupato di conservare viva e desta la scintilla divina dentro di me, quella che mi rende umano e non un animale da alveare.



 




 

Cosa succederà l'anno prossimo? Che cosa mi aspetto di ottenere? Anzitutto abbandonerò Pechino, come dovevo fare nel 2008. Questa volte le cose sono meno nebulose, ho già una casa a Milano e non ho un lavoro che mi trattiene qui. Mi trasferirò con Dandan ed entrambi dovremo adattarci a una nuova realtà, completamente nuova per lei e stranamente nuova per me, che non vivo in Italia da quattro anni e mezzo. Quando me ne sono andato avevo 25 anni ed ero fresco di laurea, ora ne ho 30, ho 15kg in più, sono sposato e non vedo l'ora di fare bambini con mia moglie. Dovremo trovare un lavoro, diventare nuovamente indipendenti economicamente cercando di vendere il nostro lavoro e non noi stessi. Diventare necessariamente persone nuove, diverse, speriamo migliori. Trovare nuovi amici e recuperare quelli vecchi, che anche loro sono cambiati. Trovare nuovi equilibri nella nostra vita.



 




 

Questa cosa mi fa un po' paura, da un lato perché l'Italia è meno “semplice” da vivere che la Cina, dall'altro perché io sono scappato da questo luogo a cui non avrei mai voluto tornare, solo qualche anno fa. Ora ritorno in parte costretto da situazioni familiari, in parte attratto da un luogo che mi appare diverso da quello che conoscevo – io sono cambiato, e quindi perché Milano non dovrebbe essere diversa per una persona diversa? Vivendo all'altro capo del Mondo mi sono reso conto che, al di là del pessimismo, della provincialità, della superficialità, della decadenza politica e morale di questa città, qui c'è cultura, qui c'è uno zoccolo duro di persone provenienti da ogni parte del mondo che lavorano, e non lo fanno solo per i soldi ma per la dignità che il lavoro dà loro, per a libertà e l'indipendenza che ne ottengono, o semplicemente per l'amore che hanno per le loro creazioni. Non si può dire lo stesso di tanti altri luoghi su questa terra. Il bello di Milano sono le persone, immagino, e me ne sono reso conto pensando a tutti i miei amici che sono lì, e che non ho mai trovato qui. E' per le persone, per la mia famiglia e per i miei amici, che torno a Milano.



 




 

Il 2010 sarà l'anno della tigre, che porta solitamente grandi cambiamenti, soprattutto sociali. Francamente me lo auguro, aria di rivoluzione tira da un bel po'. Nell'anno della Tigre prosperano coloro che seguono il cambiamento e non vi si oppongono. Potrebbe sembrare difficile trovare equilibrio in un anno così, ma credo invece sia più facile perché le vecchie realtà scomode si possono abbattere con maggiore semplicità. Nel 2010 cavalcherò la mia Tigre, come Durga insegna, e raggiungerò i miei obiettivi materiali e spirituali.



 




 

L'anno che viene sarà l'Anno del Ritorno in Patria. Tornerò alle origini con il mio bagaglio di esperienze materiali e spirituali per affrontare vecchi demoni, domarli, e ripensare a me stesso. E poi? E poi il Grande Viaggio, dopo il quale nulla sarà mai più lo stesso.




Durga sulla tigre