Succedeva in India, l’ottobre scorso, che appen arrivati a Fort Cochin io e Dandan si bighellonasse in cerca di un sarto per cucire la tela di sari comprata a Bangalore. E che, così per caso, si vedesse un vecchio con i capelli e la pelle bianchi, la camicia stirata e l’aspetto distinto di un Gujarati immigrato, seduto su una sedia di fianco alla porta del suo negozio di Indianerie, categoria che include qualunque forma di artigianato tipicamente indiano che, impolverato, vien fatto passare per antichità e venduto ai turisti. Entrati nel negozio buio e strapieno di merce accatastata in terra o sugli scaffali, o appesa al soffitto, tra le altre cose attirò la nostra attenzione una bella testa di Ganesh, in legno colorato. Appena la vidi pensai che ci sarebbe stata benissimo in cucina.
C’erano per la verità diverse teste di Ganesh, ma noi prendemmol’unica color turchese, l’unica con il copricapo crepato, da una caduta o forse dall’umidità. Nella fessura, scoprimmo poi, avevan fatto il nido numerose formiche che, una volta trovatesi nella valigia di Dandan, evacuarono la loro casa spargendosi per la camera d'albergo, piccoli insettini neri sul pavimento di legno scuro della Chiramel Residency. Forse volevano evitare di dover abbandonare l’India, o forse pensarono che il legno pregiato del parquet fosse dimora più piacevole del vecchio legno polveroso della testa di Ganesh.
Fatto sta che, una volta a Pechino, con un appendino in fil di ferro ottenuto dalla lavanderia e oppurtunamente deformato, facemmo un doppio uncino e appendemmo l’immagine del Dio Elefante al tubo del gas, in posizione elevata, le spalle al muro occidentale, lo sguardo ad abbracciare l’intera cucina e, oltre la finestra, la veranda e quindi le vecchie case e gli alberi antichi del Min’an Xiaoqu. Accendemmo una bacchetta d’incenso al fior di Kerala per dare il benvenuto, e da allora la bella testa turchese di Ganesh penzola in cucina, e se per caso il muro trema per un martello pneumatico al piano di sopra, il Dio Elefante scuote il capo in segno di assenso, alla maniera graziosa degli elefanti e degli indiani.
Ora, Ganesh venne dapprima particolarmente utile dopo il Capodanno cinese quando abbandonammo la vecchia moca usurata, lasciatami dai miei, a casa dei genitori di Dandan a Chengdu, e finalmente tirammo fuori dalla scatola la lussuosa Bialetti comprata alla Rinascente e regalata appunto a Dandan per il Natale 2006. Per varie ragioni Dandan non andò mai ad abitare da sola, quindi la macchina rimase in un cassetto fino a quel momento. Per quanto lussuosa e meccanicamente perfetta, anche la Bialetti non sfugge alla legge delle macchine da caffé per cui il primo caffé è sempre imbevibile. Fatto sta che, dopo aver acceso un bastoncino d’incenso al loto per Ganesh, consacrai la moca e, credeteci o no, il primo caffé fu meraviglioso. E questo v’insegni a non credere troppo alle leggi, non solo quelle civili ma anche quelle scientifiche.
Il fatto è che la presenza della testa di Ganesh da’ un tono molto diverso a una cucina che di per sé è piuttosto fredda, è un po’ come se l’energia, da quando ciondola dal tubo del gas, scorresse e vibrasse in modo diverso, più allegro e creativo. Da allora si cucina meglio, con più gioia e sperimentazione.
Qualche giorno fa abbiamo finalmente fatto un’altra aggiunta importante alla cucina, ovvero un mobile tibetano, sempre in legno pitturato e, secondo le nostre specifiche, color turchese e legno scuro, con figure di loti rosa e gialli. Al di là della comodità di avere cassetti in più, abbiamo anche pensato che alla testa di Ganesh avrebbe fatto piacere vivere in un posto più ordinato e carino. Abbiamo levato la sedia che sostenava il forno a microonde, ci siamo sbarazzati di una serie infinita di scatole di cartone e sacchetti di pastica accatastati dall’aiyi, probabilmente per istinto primordiale al non buttar via niente, abbiamo pulito, abbiamo inserito il mobile nel suo angolo predestinato, abbiamo acceso l’incenso per Ganesh, e abbiamo ammirato la perfetta armonia delle misure della cassettiera fata dal falegname su nostra specifica e quelle del muro irregolare.
Al che, assetato per la fatica, ho preso dal frigo del succo di frutta e me ne sono versato un bicchiere, sbrodolando abbondantemente sul ripiano della cucina. Senza pensare, ho preso un pezzo di carta assorbente e l’ho appoggiata sul succo lasciando che disegnasse spontaneamente delle forme. E quindi, sono rimasto a guardare le macchie di frutta che si allargavano sul panno. Dandan si è fermata accanto a me, anche lei è rimasta a guardare e mi ha detto che le macchie assomigliavano a una carta geografica. Vero, le ho detto, ma c’è dell’altro, si tratta di una forma familiare... non riesco a coglierla ma so che c’è, la sento. E poi finalmente l’ho vista.
E in quel momento abbiamo saputo che Ganesh era contento del mobile, e approvava pienamente il cambiamento. Da allora la testa di Ganesh è come fosse senziente, una presenza viva nella cucina: lo saluto giungendo le mani ogni qual volta cucino, e lo ringrazio ogni volta che ciò che mangio e bevo è buono, e mi fa felice. Chi l’avrebbe detto che quella testa di legno abitata dalle formiche e dimenticata in una bottega scura di Fort Cochin sarebbe finito in una cucina luminosa di Pechino, dove si cucina italiano, sichuanese e, di tanto in tanto, si prepara un piatto indiano e una tazza di té masala? Ma ora noi abbiamo un dio benevolo in cucina, e confesso che i piatti miei e di Dandan non sono mai stati tanto deliziosi.
Om Namah Ganesh!