giovedì 27 aprile 2006

Spostando l’Orizzonte un po’ più in là

"What limits people is that they don't have the fucking nerve or imagination to star in their own movie, let alone direct it"
Tom Robbins, Still Life with Woodpecker

 

E’ un bel periodo. Incredibile, ma vero, le cose si muovono dopo tanto tempo, e come si muovono… casa mia è completa, e mi ci trovo da dio nella mia solitudine indipendente, rotta dall’occasionale amico venuto a prendere un caffè, o l’occasionale amica venuta a passar la notte.

E’ mercoledì sera, e dopo due giorni di sesso intenso con una londinese molto più grande di me, che mi ha fatto ricordare i vantaggi delle donne mature su quelle giovani e inesperte, la scarico in un locale. “Non capisco” mi dice frustrata e offesa “ci siamo divertiti, mi pare. Ti offro un’altra notte di fuoco con me, e tu rifiuti?”. “Ci siamo divertiti, ed è stato molto bello” le rispondo “ma a questo punto, ogni nostro nuovo incontro sarebbe la ripetizione di un’esperienza già vissuta. E’ stato bello, ma ora appartiene al passato”.

Con la mente ben in sella al corpo per guidarlo secondo i desideri elevati, e non quelli più bassi, mi getto nella calca del locale, la ragazza inglese alle mie spalle, diretta verso il suo hotel, dove spenderà la notte sola. Abbandonati i miei desideri carnali, la mia timidezza, il mio ego più pesante, mi abbandono ai ritmi della musica pop e alla coscienza del gruppo. Circondato da gente d’ogni razza e colore, dal bancone dove do spettacolo con i miei amici passo tra le braccia di una ragazza indiana di Singapore, che a tarda sera mi lascerà il suo numero di telefono di casa. Nel caso capiti di passare da Singapore…

E’ giovedì, e di nuovo, dopo una giornata di lavoro scarso e di grandi risultati e lodi, percorro a piedi le strade che uniscono casa mia alla vecchia Fattoria di Dan. Mescolato a una folla di italiani, tedeschi, danesi, cinesi, americani, messicani, suono il bongo, picchio sulle corde della chitarra, e obbligato da un coro da stadio che scandisce il mio nome cinese – Kuang Biye – salgo infine sul palco per impugnare il microfono e dare la mia voce alle canzoni dei Creedence Clearwater Revival e dei Guns’n’Roses. La serata finisce ad arpeggi dei Modena City Ramblers, ululati alla Thom Yorke, e tanta, troppa birra offerta dalla casa.

I miei sogni rimangono stampati nella mia mente come vivide sensazioni. Complice l’alcool, o la realtà così morbida di questi giorni, nel sonno le mie percezioni sono moltiplicate – i colori più vividi, le forme più nitide, gli odori più forti. E’ come viaggiare nei ricordi e nelle fantasie a volume massimo, e conservarne l’impressione al risveglio.

Ancora una volta, sogno e realtà si avvicinano, il materiale e l’astrale perdono il confine e il mio mondo comincia a diventare un posto veramente interessante… e l’orizzonte si sposta ogni momento, spinto avanti dalla mia rincorsa. E’ tempo di spingersi oltre. Di dare nuovi orizzonti nuovi e più grandi a questo piccolo mondo conosciuto.

martedì 4 aprile 2006

Malinconia

Mi sveglio con un raggio di sole brillante che filtra tra le tende della mia camera. Mi sento bene, riposato a volontà, senza fretta di alzarmi. La giornata sembra splendida. Con le braccia fuori dal piumone, non sento freddo. Il rumore incessante del cantiere vicino giunge attutito. La primavera è arrivata.

E per un attimo, mi compare nella mente il pensiero di casa mia in Italia. Da quanto tempo non vedo la primavera, l’estate a casa mia? Il ricordo delle pigre mattine, svegliato da un raggio brillante di sole e dal rumore attutito del tagliaerba nel condominio vicino. Il profumo del latte italiano e dei biscotti del Mulino Bianco. La pulizia in casa e nelle strade. L’aria pulita. Le ragazze del condominio, un tempo tutte innamorate di me, che ormai avranno raggiunto i diciott’anni. Il supermercato di quartiere che vende gelato. Il panettiere. Il parco pieno di pioppi e aceri. La mia macchina azzurra, e la campagna a dieci minuti di strade sgombre.

Che ci faccio qui, quando la vita altrove è così dolce? Ogni tanto casa mia mi manca. Ma poi, quando mi alzo dal letto, spalanco le tende e vedo quello che c’è fuori, me lo ricordo. In questo Paese così alieno, sono libero: casa mia è casa Mia, il mio lavoro mi mantiene, le mie parole hanno un peso, le mie decisioni un valore. Non è orgoglio, o ambizione fine a sé stessa. E’ un semplice rifiuto della gabbia dorata, in favore di un mondo tanto vasto quanto difficile e pericoloso. Ma la mia scelta è stata fatta, e anche se la malinconia dell’Italia ogni tanto torna a commuovermi, eccomi qui, pronto ad iniziare una nuova giornata.