martedì 24 maggio 2005

Ritorno alla casa del mio spirito

Lascio una Shanghai fredda e umida, e la guardo scomparire lontana, la testa del dragone avvolta nella nebbia, il corpo serpeggiante del Huangpu e le corna dei grattacieli, che spuntano dal suo alito brumoso.
Quando atterro, mi accolgono un sole dolce e una brezza fresca e forte. Gli alberi ai lati della grande strada sono rinverditi dalla primavera, e i bianchi palazzi scintillano, mentre ai loro piedi bandiere rosse garriscono felici al vento.


C’è un luogo, dove due anni, un mese e quattro giorni fa ho lasciato un pezzo della mia anima. Lo raggiungo camminando all’ombra dei pini odorosi di Sanlitun, e in riva al fiume mi inginocchio, cercando nella terra là dove le mie lacrime disperate sono cadute. Le ripongo di nuovo sulla mia fronte, sulle mie labbra e sul mio cuore.
Oggi sono tornato, ed il mio spirito è in festa. E’ difficile descrivere l’emozione di camminare di nuovo per questi luoghi familiari, e trovarli talvolta identici a come li ricordavo, talvolta ingoiati dallo sviluppo economico che spietato distrugge ogni bellezza imperfetta sostituendola alla perfezione dell’efficienza e della grandezza.


Ma oggi sono a casa, e i miei piedi calcano le pietre grigie e irregolari della strada. Sono a casa, le ragazze sono più belle, i vecchi più nobili, le sigarette più buone e leggere, il cibo più economico e saporito, i passanti più quieti e gentili, e gli stranieri tutti amici miei, miei alleati. Incontro ragazze italiane bionde, e scopro che lavorano ora dove io e Massimiliano lavoravano in quei tempi lontani e ora di nuovo così vicini. Cammino nel passato, ma è come se ne tenessi la trama tra le mani per poterla ritessere in nuovi orditi, sorprendenti e sempre migliori.
Sono a casa, quando il suono dei miei passi risuona per l’atrio di Poachers. Sono a casa, quando mangio yangrouchuanr alla Red Rose. Sono a casa, quando la gente mi offre CD, VCD, DVD. Sono a casa, quando siedo con il nuovo segretario generale della Camera nella sala riunioni al 36° piano del Jingguang, e so che quel luogo è stato prima mio che suo.
Sono a casa, e sento chiaramente, senza ombra di dubbio nel mio cuore, che questa sarà la mia casa nel futuro. La mia Medina, il luogo del mio Graal, la mio Utopia, il luogo dove la mia anima trova la pace, ed entra in armonia col mondo.

Beijing.

Domenica

Svegliarsi tardi, far colazione con calma e senza bisogno di accendere il cervello, nel silenzio del primo pomeriggio. Guardare fuori dalla finestra, il cielo terso e i grattacieli muti, illuminati da sole. Mettere della musica rock dolce, posar sul fuoco la macchina del caffè, e accendersi una sigaretta. Rimanere sul balcone al trentunesimo piano, a dorso nudo e la pelle sfiorata dal vento. Il viso è morbido e rilassato dal lungo sonno, il resto della giornata sarà dedicata all’ozio.

Oggi mi sento libero come il vento, e sono semplicemente felice di esistere ed esser qui.

domenica 15 maggio 2005

Notte Cyberpunk

Shanghai Bar
E’ una sera di pioggia a Shanghai. La gente è stanca, il venerdì sera. Il lavoro succhia l’energia delle persone e le trasforma in automi.
Io non ce la faccio a non uscire. So che qualcuno mi aspetta.
Vestito di nero, giacca nera di pelle, e cravatta rosso sangue, esco nella strada, sotto la pioggia inclemente, e i miei piedi percorrono l’asfalto bagnato.

La strada è vuota, salvo un taxi parcheggiato da almeno un’ora in questa periferia dimenticata. I vetri sono appannati, ma come busso sul vetro del guidatore, vedo del movimento. Il tassista si è svegliato, e stropicciandosi gli occhi mi invita a salire.
La macchina si muove verso luoghi più vitali, e attraverso il finestrino coperto di gocce vedo luci scorrere intangibili, sconosciute. Il taxi imbocca la sopraelevata, e le forme nere dei grattacieli ci passano accanto, giganti dormienti.
Il tassista, ancora assonnato, prende un pacchetto di sigarette dal cruscotto e ne esamina il contenuto. Dal vetro di protezione che ci divide, sporco e graffiato, spunta una mano grassa, gialla, con le unghie del pollice e del mignolo lunghe più d’un centimetro. La mano porge una sigaretta.
Esamino quel dono spontaneo, e sulla carta rigata leggo all’incontrario tre cifre. “555”. La mano ricompare, reggendo un accendino. Mi metto quel dono tra le labbra e mi avvicino all’accendino, che clicca tre volte prima di produrre una fiamma tra il giallo e il blu. La sigaretta brilla rossa.
Abbassiamo entrambi i finestrini, io e il tassista. La città improvvisamente sembra più reale, senza la barriera di vetro che la nascondeva, e piccole gocce d’umidità si scontrano con la mia pelle.
La Pearl Tower ci appare, oltre il fiume, mentre scendiamo dalla sopraelevata. La macchina si ferma davanti a un edificio di un secolo e mezzo fa, di stile coloniale. Pago il tassista, lo saluto in cinese e quello mi risponde con un grugnito stanco.
I miei piedi calcano di nuovo l’asfalto bagnato, e un cinese in completo scuro alla coreana e un auricolare nero all’orecchio mi saluta cordialmente, invitandomi ad entrare. Guardo verso l’alto, dove sul pennone del terrazzo sventola selvaggia una bandiera cinese. Lassù, lo so, Ewa mi sta aspettando.

Il cinese vestito di scuro mi apre la porta, e io la varco, incosciente di quello che sarà.

giovedì 5 maggio 2005

Come As You Are

Come as you are, as you were,
As I want you to be
As a friend, as a friend, as an old enemy


Take your time, hurry up
The choice is yours, don't be late
Take a rest as a friend as an old memoria


Come dowsed in mud, soaked in bleach
As I want you to be
As a trend, as a friend, as an old memoria
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Nevermind, Nirvana (1991)

Tradimento

C’era una persona di cui Krsna si fidava molto, e verso cui aveva aperto il proprio cuore, ma si è dimostrata indegna di fiducia. Krsna ha molti amici fedeli, e difficilmente manca di scoprire quando qualcuno a cui tiene non gli è sincero. E così, dopo un po’ di tempo, so giunte alle sue orecchie voci maligne e spiacevoli commenti fatti sul suo conto proprio da una persona che aveva ricevuto, e accettato, la fiducia del sottoscritto.

Un tempo Krsna si sarebbe fatto prendere dall’ira, o comunque dalla sete di vendetta. Ma questi desideri sono così futili, e soddisfarli dona l’ebbrezza di un momento. Krsna ha trasceso la vendetta, ma ciò non significa che lasci correre. Ignorare un’offesa è come evitare una responsabilità.


 

Credo sia pacifico che il libero arbitrio si basi sulla scelta. Ogni individuo si trova davanti a numerosi bivi, e può imboccare una sola strada alla volta. Può, talvolta, tornare sui suoi passi e scegliere altre strade, cambiare idea, ricostruire sé stesso e quindi crescere o semplicemente sperimentare nuovi sentieri, ma non può percorrerne due allo stesso momento.

Qualcuno ci prova lo stesso. Qualcuno di fatto non sceglie chiaramente, coerentemente, ma gioca ai trucchi con la realtà, rifiuta le proprie responsabilità morali e approfitta dell’altrui buona fede, in tal modo limitando il libero arbitrio di altre persone per il suo vantaggio. Quando qualcuno fa questo, mente e tradisce.



Chi mente è solitamente una persona sciocca. Solo raramente i bugiardi sono svegli, ed evitano di farsi scoprire. Ancora più raramente essi mentono a fin di bene – sebbene sulla stessa opportunità di mentire a fin di bene il sottoscritto abbia forti riserve. Gran parte dei bugiardi, è questione di tempo, vengono smascherati, e allora cominciano i loro guai. Nella migliore delle ipotesi, essi perdono credibilità. Nella peggiore, diventano l’oggetto di vendetta.

Abbiamo già detto che Krsna trascende la vendetta, ma che ciò non toglie che ami tormentare chi gli causa dispiacere. Non per pura crudeltà, bensì per educare. A ben vedere, Krsna è altruista, e come un vecchio maestro bacchetta l’alunno perché impari e diventi migliore di lui, così il sottoscritto si fa portatore di messaggi costruttivi nei confronti degli sciocchi, e tali messaggi possono essere sia piacevoli che spiacevoli.


Auguro sinceramente alla persona che, come Giuda, mi ha tradito, di imparare il più possibile dai propri errori. Da parte mia, cercherò di fare del mio meglio per aiutarla in questo compito.

Confusione

Aveva i bei capelli bruni spettinati, con ciocche scomposte a ricaderle sulla fronte. Il viso solitamente pallido, punteggiato da graziose lentiggini, era acceso da un lieve rossore. Mi guardava a lungo, con occhi languidi, annebbiati dai fumi del vino. Davanti a lei una coppa, nuovamente colma della dolce bevanda color del rubino. Era confusa, sorpresa dalle sensazioni che le percorrevano il corpo, ma non reagiva in alcun modo; si limitava a contemplarle, lievemente turbata, mentre nella sua testa si rincorrevano molteplici pensieri.

Anch'io non saprei dire cosa provavo, in quel momento, mentre i miei occhi innamorati si fissavano nei suoi, così torbidi e stupiti. Anch'io contemplavo la sua compostezza, il suo usuale contegno muliebre sconvolti da Bacco, come un fuoco che percorresse la terra e la accendesse di nuovi e terribili colori. Così affascinante, così selvatica, non l'avevo mai immaginata.

Il mio cuore sobbalzava a quello spettacolo, come la notte improvvisa, annunciata da un tramonto che rompe la luce bianca del sole e la fa rossa, e l'orizzonte delle mie emozioni inonda di fuoco, di sangue, di vino, di un'emozione che è vita selvaggia, che è lo stato originario del cuore.

E in quell'istante sapevo di amarla, e quella consapevolezza confondeva anche il mio cuore.

lunedì 2 maggio 2005

Radici

L'albero di Baniano 
Tempo fa parlavo con una ragazza italiana. Lei è bella, intelligente, in gamba, e ha grandi prospettive nel suo futuro. Non credo le sfrutterà, o almeno questo è ciò che lei dà ad intendere. Ciò che la frena è il suo ragazzo, calabrese della sua città, geloso e possessivo come solo gli italiani del Sud sanno essere. Ma lei è contenta così, e forse rinuncierà a una brillante carriera in cambio di un posto mediocre nella sua città natale, mettendo su famiglia.

Una volta sognavo di fare così anch’io, quando stavo con Chiara. Ma poi, lasciandola, ho scoperto un universo nuovo, e la mia comprensione del mondo si è allargata: ora non rinuncierei a crescere per mettere radici in un posticino piccolo piccolo dove isolarmi in un paradiso artificiale fatto da un piccolo cerchio d’amici, un’isola beata circondata da un mondo vasto, sconosciuto e minaccioso.

Non è che voglia criticare il mettere radici, beninteso: senza di esse qualunque albero secca e cade, al primo soffio del vento primaverile, alla gelata autunnale improvvisa, alla neve pesante dell’inverno e alla siccità dell’estate. Le radici sono la base su cui tutto poggia, ma l’idea che queste radici mi trattengano a terra impedendomi di muovermi e guardarmi attorno mi disturba. E’ come avere delle catene ai piedi.

Si ritorna, credo, al vecchio discorso dell’amore e dell’attaccamento: è davvero necessario legarsi inscindibilmente a qualcosa per amarlo? Che sia una persona, un gruppo o un luogo, io non credo che amare significhi rinunciare a ciò che è diverso e non direttamente coinvolto con l’oggetto dell’amore. Amare in questo modo è come condannarsi alla stasi: mettere radici su un fazzolettino di terra, per quanto fertile, non permette di crescere senza limiti. E’ come essere un bonsai: piccolo, grazioso, ma dopotutto condannato a ricevere solo i raggi più bassi del sole, ad essere perennemente nell’ombra degli alberi più alti.

Il mio modello, manco a dirlo, è quello del baniano. Alto, vasto, con rami che si prolungano verso il cielo, scendendo poi verso terra a causa del loro peso, e generando radici nuove per sostenere il suo allargamento. Creando gallerie, corridoi meravigliosi sotto di sé, e piattaforme di legno e foglie verso l’alto. Il più maestoso e sacro degli alberi dell’India ride dei limiti della topografia: si arrampica sulle rupi, attraversa i fiumi, scende nella valli creando in sé stesso una foresta, senza per questo soffocare ciò che gli vive attorno, ma fondendosi con esso in perfetta armonia.

E’ così che voglio vivere e crescere: con il mondo come mia casa, e l’umanità come mia consorte, madre, figlia e sorella. Niente muri o soffitti per Krsna, solo lo spazio e il tempo come orizzonti infiniti.