domenica 12 ottobre 2008

Fuori dallo Stagno

2006-10 - Qinghai Lake - fdgorilla

Ho imparato a sognare, quando inizi a scoprire


che ogni sogno ti porta più in là


cavalcando aquiloni, oltre muri e confini


ho imparato a sognare da là”


Ho Imparato A Sognare, Negrita (XXX, 1997)




La vita stabile è una trappola per l'anima. Da troppo tempo sono invischiato in un mondo statico e prevedibile, e sebbene tale mondo paghi, permettendomi notevoli lussi e infinite possibilità di imparare dalla realtà, in qualche modo l'apprendimento è sempre posto in secondo piano – l'importante è fare, produrre, prendere, costruire. Ma come costruire, con mezzi limitati ed esperienza quasi nulla? E soprattutto, cosa costruire, senza un ricambio adeguato di idee alle spalle?




Una delle fregature delle realtà di questo tipo è che invischiano: non ne esci facilmente, per sopravvivere devi immergerti, e quando sei immerso non ne esci. Capisci come governare il tuo sistema e dimentichi come governare i sistemi diversi. Perdi fantasia. Io ero così: lavoro nel settore agroalimentare, casa, libri didattici di cucina e business, gran cene a casa e al ristorante, vendite, relazioni pubbliche, politica. Conosco molto del mio ambiente, mi ci muovo molto bene, ma non so quasi nulla di quello che c'è fuori.




Poi, mio padre ha avuto un infarto, e sebbene ne sia uscito benissimo, tutti i miei piani sono stati cambiati. Lascio Pechino, tra un anno torno a Milano. Tante cose cambiano.




Il cambiamento più inatteso, tuttavia, l'ho trovato nella mia fantasia. Tutto è cominciato dagli scarabocchi. Per anni, durante le telefonate, durante i meeting, durante le lezioni, ho scarabocchiato strane forme geometriche, insiemi di angoli acuti e curve, punte e cerchi, con tratti marcati e linee spesse, con poca somiglianza con la realtà. Ora, improvvisamente, disegno architetture indiane – archi, colonnati, tetti, case. I miei panorami sono giardini cinesi di pini contorti e ritti bambù, tutti ornati da foglie e aghi. Il mio tratto si è addolcito, ora compaiono ombre e linee sfumate.




Vedo la fine, so che la mia realtà contemporanea è destinata a morire, nel bene e nel male, e guardo oltre, tentando di immaginare il dopo. E nel dopo, nel cambiare delle mie prospettive, la mia fantasia si risveglia da un lungo sonno con progetti, piani, sogni, il mio cuore si agita dal desiderio di cose cui avevo rinunciato, che avevo dimenticato.




E in questa agitazione da novità, in mezzo tra la fine della mia realtà pechinese e l'inizio di quella milanese, ho concepito il piano – il Viaggio. Pechino – Kanyakumari via terra, con una selezionata compagnia d'amici fedeli. Ora studio geografia, storia, ascolto musica e leggo gli scritti di chi è stato là prima di me con uno spirito simile, da viaggiatore alla scoperta non solo del mondo ma anche di sé stesso e dell'umanità. Un viaggio epico come specchio della condizione dell'uomo che non ha paura di confrontarsi con sé stesso e il mondo.




La mia immaginazione è ravvivata, e improvvisamente è come se emergessi dal mio stagno e guardassi il sole, respirassi aria pura dopo anni di fiato tirato. Improvvisamente, e ancora una volta nella mia vita, sento di vivere in una realtà più grande e molto più interessante di quanto ricordassi. E di questo non so dire quanto sono felice.




Quando tutte le scuse, per giocare son buone


quando tutta la vita è una bella canzone


C’era chi era incapace a sognare e chi sognava già”


Ho Imparato A Sognare, Negrita (XXX, 1997)

sabato 12 luglio 2008

Oltre il Muro

Mutianyu



“Oltre il muro, oltre il confine,


oltre il mondo, oltre la fine”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)



Il 2008 non è un anno facile, ma per la Cina e per chi ci vive in modo particolare. Quello che doveva essere un anno fortunato in cui tenere le Olimpiadi si sta trasformando in un incubo di proporzioni titaniche, tra rivolte varie, terremoti, rischio di terrorismo, inquinamento a livelli mai visti, e in generale una serie di situazioni imbarazzanti in cui la Cina non vuole trovarsi gli occhi addosso. Quindi, un po’ come quando succede a uno che in casa ha una macchia sul soffitto che si allarga, fa di tutto per chiedere agli ospiti di andarsene.



Ne risulta la politica di visti di quest’anno, il cui scopo semi-dichiarato è quello di far uscire dalla Cina tutti gli stranieri, o almeno tutti quelli che si possono mettere alla porta, e gestire in modo più semplice una situazione di crisi in cui occorrerà manipolare le informazioni ben bene.



Visto che io abito in Cina, mi sono trovato nella situazione di avere delle difficoltà impressionanti nel rimanere. I visti turistici necessitano ora di prova di prenotazione aerea e di residenza, ovvero prenotazione in un hotel per tutta la durata della permanenza o dichiarazione di una persona che ospiterà allegata al suo contratto d’affitto o documento di proprietà di una casa; non durano più di un mese, rinnovabili per un mese al massimo. I visti d’affari richiedono lettera d’invito di una società con almeno 500.000 RMB di capitale, e la precedente documentazione; durano tre mesi non oltre il 1° luglio e sono rinnovabili per un mese al massimo, ma non oltre il 1° agosto. Lasciando stare gli impraticabili visti da studente, giornalista e familiare di residente, rimangono solo quelli di lavoro, unici che permettono di rimanere in questo Paese oltre il 1° agosto.



Comincio le procedure a metà aprile, richiedendo tramite la mia azienda la Licenza d’Impiego e una Lettera d’Invito. Con queste mi reco in Italia (il visto non può essere concesso in Cina) dove al consolato di Milano, la seconda settimana di maggio, presento la lista di documenti presente sul sito web e confermatami dall’agenzia per i visti cinese: oltre ai due precedenti fogli, modulo di richiesta compilato (difficilissimo), passaporto valido almeno un anno e due fototessere. Sopra lo sportello è scritto “In base alla convenzione di Vienna, il consolato si riserva di richiedere qualunque documento aggiuntivo senza preavviso, e in caso di rifiuto del visto non è tenuto a fornire spiegazioni”. Infatti il funzionario mi guarda e mi chiede: “Certificato medico”. Visto che non ne ho uno in tasca al momento, mi invita a tornare la settimana successiva; solo dopo numerose richieste mi fornisce spiegazioni maggiori sul certificato medico, fornendomi una lista di esami, scritta in cinese e inglese e fotocopiata male. Nella lista figurano certificato di buona salute, esame della vista e dell’udito, esami del sangue e delle urine, elettrocardiogramma, lastre toraciche, ecografia. Attorno a me, in consolato, vedo gente disperata al secondo o quarto tentativo di richiesta del visto. A uno viene contestato un timbro poco chiaro su un foglio, a un altro un errore nello scrivere un’indirizzo in cinese, a un altro ancora vengono richiesti documenti in più.



Mi informo: nessuno sa nulla, se non voci stranissime. Pare che quasi nessuno riesca ad ottenere il visto di lavoro, vari contatti istituzionali mi danno quasi per spacciato e provano a mettermi in contatto con persone che forse potrebbero aiutarmi, da personale diplomatico e titolari di ristoranti cinesi. Torno in consolato una settimana dopo con una busta piena di esami clinici e la rovescio sul bancone. “Basta?” chiedo. Il funzionario non fiata e accetta la domanda di visto. Una settimana dopo è pronto: visto temporaneo, una entrata in Cina e trenta giorni per regolarizzare. Chissà se è stato per uno dei contatti che ho mosso o meno.



Sono in Cina il 28 di maggio, mi registro alla polizia sotto casa, che mi rilascia un permesso di residena valido fino al 28 giugno, ma anche se abito a Pechino dietro il PSB, l’ente che si occupa dei visti, mi tocca andare a Shanghai perché la mia azienda è registrata là. Una volta a Shanghai, mi viene richiesto di riregistrarmi alla polizia locale, utilizzando il contratto d’affitto di un mio collega, cosa che mi prende circa due ore visto che le poliziotte sono impegnate a chiacchierare nel loro sciocco dialetto e mi fanno attendere all’infinito; per procedere con la storia del visto, dovrò inoltre fornire un certificato medico, stavolta cinese. Non è che la mia salute sia cambiata rispetto a tre settimane prima, tuttavia quasi tutti i miei documenti sanitari italiani, inclusi quelli costituiti solo da immagini, vengono scartati e mi viene fissato un appuntamento a metà giugno, in cui ripeto la trafila di esami già subita in Italia. Una settimana dopo ho i risultati, con il mio rapporto medico, posso fare domanda di Permesso di Lavoro (ben diverso dalla Licenza d’Impiego che già ho) e in seguito chiedere il visto definitivo. Per fortuna la mia agenzia è brava e riesce a fare entrambe le domande in contemporanea.



Il giorno del mio compleanno, il 23 giugno, mi vengono a prendere con un’auto nera e mi portano a Pudong, al PSB di Shanghai. Qui un poliziotto mi squadra, registra la mia faccia su una webcam, esamina la mia registrazione alla polizia di Shanghai e nota che il mio nome è sbagliato, hanno messo una erre in più, così. Per fortuna non vuole infierire, semplicemente mi chiede di riregistrarmi con il nome corretto, piazza un timbro su un foglio e mi comunica che il mio visto è approvato. Tra una settimana potrò ritirarlo, tanto il tempo per stampare l’adesivo e appiccicarlo alla pagina del passaporto. Per fortuna, discutendo, riesco ad avere un passaporto temporaneo, ovvero un foglio di carta sottilissima tipo ricevuta con pinzata la mia foto, con cui potrò muovermi per la Cina ma non espatriare. La sera stessa parto per Pechino, dove arrivo all’1 di notte, un’ora di ritardo ripetto al mio compleanno, ma la mia Radha mi aspetta alzata, per festeggiare con me.



Passa il tempo, e nel frattempo vengo fermato più volte dai comitati di quartiere per la sicurezza olimpica che mi chiedono il permesso di residenza. Mi va bene fino al 28 giugno, giorno della scadenza, in cui mi reco in polizia. Solo che con il mio lasciapassare, stampato a Shanghai, non posso registrarmi perché la matricola sui computer di Pechino segue un sistema diverso. Mi chiedono altri documenti, mostro la registrazione in polizia di Shanghai e notano che il nome è sbagliato. Si consultano, fanno un paio di telefonate, è chiaro che non sanno come procedere. Alla fine una poliziotta mi dice che loro non possono fare nulla, è meglio che me ne vada, loro faranno finta di non avermi visto, e quando avrà il passaporto mi regolarizzerò.



Per questioni varie riesco a tornare a Shanghai solo il 7 luglio. L’agenzia mi viene a prendere sulla solita macchina nera, ritira il mio lasciapassare shanghainese e dopo un’ora è di ritorno, con due libretti: uno è il fantomatico Permesso di Lavoro, che mi autorizza a svolgere un impiego in terra cinese (dopo tre anni che lavoro in Cina), l’altro il passaporto con visto Z, validità un anno, entrate illimitate.



Dovrei tornare a casa il 9 luglio, ma per impegni di lavoro diventa prima il 10 e poi l’11, venerdì. Ha fatto bello tutta settimana, ma un’ora prima di uscire dall’ufficio comincia a piovere. Cerco un taxi ma non ce sono, rimango piantato in mezzo alla strada con le mie valigie, ignorando stoicamente le gocce che mi lavano, mentre attorno a me è battaglia per accaparrarsi i pochi taxi liberi. Sarà perché sono l’unico in tutta la strada che mantiene il sangue freddo, nessuno mi sfida e quando un taxi si ferma vicino a me salgo. “All’aeroporto di Hongqiao”.



Sono all’aeroporto all 6.45. Acquisto un biglietto per il primo volo per Pechino, quello delle 9. Vado al banco dello Standby, il ragazzo mi guarda negli occhi, mi fa saltare la fila delle persone inferocite, batte due tasti e mi cambia il biglietto: “Imbarco tra cinque minuti” dice, indicandomi il gate. La gente attorno a m è incredula ma non fiata. All’immigration ho davanti una comitiva di trenta turisti cantonesi: faccio segno a quella con la bandierina, mostro il biglietto, e quella mi fa passare davanti. Un attimo dopo, un impiegato apre un nuovo sportello, accorciando ulteriormente la mia attesa.



Il volo è quasi puntuale. Sono a Pechino alle 9.45. C’è fresco, una leggera brezza. Alle 10.45 sono a casa, la mia lei mi aspetta in camicia da notte. La faccio vestire, poco dopo siamo in Guijie a mangiare ali di pollo piccanti e jiaozi alla sichuanese. Torniamo a casa a piedi godendoci il fresco, e poi mangiamo bigné di Beard Papa che ha comprato per me e stappiamo una bottiglia d’Asti spumante. Quindi facciamo l’amore, e quando abbiamo finito torniamo sul divano, a vedere una puntata d Scrubs su DVD. Ci addormentiamo tardi, sfiniti.



I miei documenti sono ancora sul tavolo, vicino alla bottiglia di vino usata per festeggiare. In tre mesi, da quando li ho richiesti, ho passato a Pechino, a casa, un terzo del mio tempo, costantemente obbligato ad andarmene per regolarizzarmi. Ma ora sono qui, e sono legale. Nessuno potrà cacciarmi da qui, almeno fino al 19 giugno del 2009.



E’ un anno difficile, ma il successo è più dolce, se si è dovuto faticare per ottenerlo.



“Giro nella notte forte che questo tempo non mi avrà


ormai il contratto è già firmato sono tutelato, sono assicurato


un dio mi ha dato l'immunità e questo tempo non mi avrà mai”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)




Documenti

lunedì 23 giugno 2008

Meraviglia

2006-10 - Anindo Ghosh - Colors beyond capture

Ci sono sogni in cui la nostra mente crea illusioni fantastiche, di dimensioni tali da stupirci e farci svegliare ancora sorpresi dalla visione che la nostra memoria ricorda. Sono sogni speciali, che non capitano spesso e si fissano nella memoria a lungo, espandendo o forse semplicemente portando alla luce una parte nascosta della nostra immaginazione. La scorsa notte ho avuto uno di questi splendidi sogni...




Era il primo anniversario di matrimonio mio e della mia Radha, e per festeggiarlo ero stato in grado, sorprendentemente, di convincerla ad andare in India. Avevamo prenotato una stanza in un albergo lussuosissimo, un palazzo un tempo appartenuto al raja locale, costruito sulla cima di una collina circondata da futteti e, più in là, da una valle erbosa che degradava dolcemente verso un grande fiume. Oltre la linea grigio scuro delle acque, in lontananza si potevano distinguere lontane cime himalayane, coronate di nubi plumbee dorate dai raggi del sole al tramonto. Eravamo appena arrivati alla nostra destinazione, e lo staff, due camerieri sikh in livrea e una vecchia donna in sari rosso, con una vistosa catena argentea che le collegava gli anelli all’orecchio e al naso, ci stavano mostrando la nostra camera, abbellita da un letto baldacchino istoriato in legno duro, tappezzerie in broccato rosso, zafferano e oro, cristalli, statue bronzee e dipinti a olio con cornici in stile europeo.



Guardando dalla finestra in vetro antico, ammiravo la natura selvaggia e il cielo maestoso, quando scorsi all’orizzonte, avvicinarsi a gran velocità, una nube nera come la pece, che fluttuava a poca distanza dal terreno. Troppo spessa e densa per essere una tempesta di sabbia, troppo compatta e veloce per essere semplice fumo da incendio, la scambiai dapprima per un’emanazione tossica da qualche grande complesso industriale. Allarmato, chiesi informazioni al personale che, con l’usuale aplomb indiano scossero la testa e, con sorriso enigmatico e voce tranquilla, spiegarono che si trattava di una semplice invasioni di pipistrelli giganti, fenomeno comune in quella stagione. Non c’era ragione di preoccuparsi, aggiunsero, per essere tranquilli e sicuri sarebbe bastato chiudere le finestre. Mentre i tre scuotevano graziosamente il capo e destra e sinistra, ripetendo il mantra “no problem”, scorgevo altri servitori dell’albergo uscire dall’edificio con bastoni e fucili e, ai piedi della collina, ingaggiare battaglia con l’avanguardia della nube, battendo presto in ritirata davanti alla furia di mostri neri con ali larghe quanto quelle d’un aquila e artigli proporzionati.


2008-04 - Kaziranga - divingdog5



Voltandomi dall’altro lato, vidi un gruppo d’elefanti avanzare, seguiti da un secondo gruppo di enormi rinoceronti e una vasta mandria di bufali. Tra loro, appiedati, soldati in uniforme e turbante verde, i visi scuri resi impassibili dalle folte barbe e i fucili in mano, anch’essi in marcia verso la nube di pipistrelli che, da vicino, non faceva che cambiare forma agendo quasi come un’unica creatura, incombente a pochi metri dal terreno. I colpi dei soldati non sembravano causare alcun danno all’opprimente massa.



E’ allora che vidi i primi elefanti corazzati: si trattava di elefanti domestici che, sulle spalle, portavano coperture prelevate da carri armati, e adattate a colpi di martello alla schiena delle some. Alcune di queste armature erano senz’altro riciclate da carri in disuso, mentre altre, che univano tre elfanti in una sorta di treno corazzato, sembravano create apposta per essere utilizzate allo scopo. Gli enormi cannoni si preparavano a fare fuoco sui pipistrelli nella luce drammatica del tramonto, mentre altri soldati marciavano impassibili verso il nemico, lo sguardo privo di emozioni fisso sulla nube scura.



“In India, anche l’esercito è disperatamente povero” commentò mia moglie, con sarcasmo “non hanno nemmeno i soldi per i cingoli”



Mi voltai verso la servitù, che continuava ad ostentare un quieto sorriso illuminato dagli ultimi raggi del sole dorato, come se tutto quel che avveniva fuori fosse assolutamente normale e, in fondo, non ci riguardasse.




Forse qualcuno potrebbe trovare abbondanti archetipi jungiani e significati freudiani nel mio sogno... non lo so. Quel che conta per me, è che la mia mente sia ancora capace, talvolta, di viaggi simili in terre immaginarie, esplorando i confini sconosciuti della mia coscienza.




2008-02 - Assam2 - Rita Willaert

sabato 24 maggio 2008

Addio a Casa di Giulia

Casa di Giulia

“Tanelorn aveva una strana caratteristica: attraevae accoglieva i vagabondi. Alle sue tranquille vie e alle sue basse case giungevano i disperati, gli infelici, i perseguitati, i tormentati, e lì trovavano la pace”


Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock


 


Ci son quei posti dove hai passato alcuni dei momenti più strani e intensi della tua vita, che quando ci pensi ti evocano in mente il concetto stesso di amicizia. Uno di quei posti è Casa di Giulia.


 


Casa di Giulia era particolare, nel senso che era una ex portineria: quando entravi nel portone di questo palazzo d’epoca a due passi dal Parco Ravizza, svoltavi a sinistra e, oltre una porta a vetri, c’era un’anticamera: procedendo lungo la scala c’era un portone di quelli che intimidiscono, ed è l’ufficio di qualcuno che di giorno è importante, ma che di sera quando noi facevamo bisboccia non c’era mai, e questo vi basti. A destra e sinistra c’era Casa di Giulia. A destra, la camera da letto più disordinata che io abbia mai visto e un piccolo bagno umido e con le tubature vecchie, di cui ricordo il poster di Kenshiro attaccato di fianco al cesso, il cui asse andava tenuto con le mani se no cascava a mo’ di ghigliottina sul più bello. A sinistra il salotto, le cui pareti erano completamente dipinte dall’artista di casa, Giulia appunto, una cucina minuscola con un numero spropositato di bicchieri e tazze spaiati, un soppalco su cui si montava tramite una scala di metallo ripida e traballante, e che ospitava una scrivania con un computer sempre acceso e connesso; quindi un loculo senza finestre adibito a sgabuzzino per cianfrusaglie da artista e che, anni fa, costituiva l’inquietante camera da letto di una coinquilina.


 


Ma non si descrive Casa di Giulia così: il suo aspetto materiale non è che il riflesso pallido di quello astrale, quello che esiste nei sogni e nelle memorie di noi tutti che, in questi sette anni di affitto, ci siamo ritrovati come una congrega di streghe in questo appartamento agli orari più improbabili, per lo più studenti privi di soldi per andar nei bar e sprovvisti di spazi propri. E’ anche vero che altre case c’erano e si usavano talvolta, ma nessuna si è mai avvicinata così tanto ad incarnare l’ideale bohemién come l’appartamento di Giulia. Lì ci si sentiva davvero a casa, si poteva fare tutto, ci si serviva da soli, non avevi mai timore di sporcare o mettere in disordine perché nessun altro lo faceva; non ti veniva voglia di chiedere cose strane perché non ce n’erano – c’erano acqua purificata o supertisane turboteosofiche col miele, il resto ce lo si portava. Di solito si portavano lo sigarette, se si era in sei c’erano almeno sei pacchetti sul tavolo da cui tutti si servivano, se si era in otto, almeno otto pacchetti, e via a fumare che tanto il soffitto era alto e la finestra sulla strada aperta. C’erano anche il gatto nero, più tardi due, e i serpenti e i gechi nelle teche, che obiettivamente contribuivano a rafforzare la sensazione di luogo bohemién. Insomma, per farla breve, c’era buona energia.


 


Sette anni son lunghi, e va detto che il periodo d’oro di questi anni si è avuto più o meno a metà. Poi io sono finito dall’altra parte del mondo, e anche gli altri hanno scuse simili. Giulia è cresciuta, s’è diplomata all’Accademia, ha trovato un lavoro non bohemién che le offre una vita più stabile, e adesso ha una macchina e una casa sua, luminose e ordinata, un po’ più in là verso la periferia. Quindi ieri sera ci s’è trovati per dire addio alla Casa, tristemente spoglia, anche se l’energia era la stessa. C’era qualche grande assente del gruppo originale, mancavano i gatti e il computer che oramai hanno traslocato, c’era il nuovo ragazzo di Giulia che è arrivato dopo il gruppo e non lo conosce, ma ne avrebbe potuto benissimo esser parte; c’era anche che io ho smesso di fumare e non ho potuto prtecipare alla maratona di sigarette come si faceva una volta, a malincuore. Ma grosso modo l’atmosfera era quella. S’è bevuto, s’è fumato, s’è scherzato, s’è ragionato di cose degne, e poi, per l’ultima volta in questo luogo, ci s’è salutati distribuendo gli appiedati sulle macchine disponibili.


 


Un pezzo di Storia passa, e mi sentirei quasi malinconico se il buon Rev non m’avesse esorcizzato la malinconia alla maniera degli psicologi buddhisti. Tutto passa, m’ha detto, e ora lo capisco: Casa di Giulia era un luogo dello spirito fatto di persone, un po’ come la Tavola Rotonda non era fatta di legno ma di cavalieri. Noi, il vecchio gruppone, lo zoccolo duro che rimane anche dopo il passaggio di tante comparse più o meno degne, è sempre qui a Milano. La padrona di Casa Giulia, il filosofeggiante Rev, Gas dal cuore grande, il tagliente Gene, il trascendente Gab, il malvagio Will; e poi lo zio Tony il furbacchione, l’elegante Alberto, e tutti gli altri. Fin che siam noi qui, la Casa continuerà ad esistere, in diverse forme, per noi.


 


 “Tanerlorn esisterà finché esisteranno gli uomini – disse l’eremita – Non è una città, quella che hai difeso oggi. E’ un ideale. Tanelorn è un ideale.


 E sorrise”


Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock


 


 


“The fellowship was a brief beginning, a fair time that cannot be forgotten; and because it will not be forgotten, that fair time may come again.”


Arthur, Excalibur

martedì 13 maggio 2008

By St. Ambrose

St. Ambrose

On the benches by St. Ambrose


On a bright May afternoon,


The warm light of the sunset growing in the clear blue sky,


We exchanged our promises.



Unforeseen, unplanned


With open and joyful heart


We decided our future together



And then our bodies embraced


And so did our smiles


Because together we are never afraid

lunedì 12 maggio 2008

See through her eyes

San Pietro


Coming back to my own country, I was surprised to discover many things about it that I never really noticed, or given attention to. It was my country, so I considered many of its features obvious, normal, natural.



But this time I was not alone, my love from the other end of the world was with me. It was her first time here. She is herself from one of the greatest and oldest civilisations, and yet she could not believe her eyes looking at the majesty of the vaults and pillars of St. Peter’s Cathedral in Rome, or at the quiet elegance of colourful flowers on the window ledges in Bellagio, overlooking the Lake of Como, or at the sense of living history seeing Milan through the white and pink marble spires of the Duomo.


Lago di Como


Only then did I realise how much, after all, poor Italy has done and is still doing. How great the accomplishments of its people, and how fine their living standard – made of good environment, good food, good drinks, good social life and love for beauty – is, in spite of all the problems they have as a country. It was the first time, perhaps, that I felt proud of them and thought that, maybe, one day I could even come back to my homeland, Lombardia.



Never would have I understood these things, but for my alien love. Seeing through her eyes, her sweet, almond eyes free from my prejudices and emotional biases, I saw my country and I saw myself, what I was, what I am, and what I can be if only I imagine it. And just for that, she deserves all the love I could give her in this life.



Truly, love can be a great vehicle to transcendence!


Milano

domenica 6 aprile 2008

Benedizione in Cucina


Cucina

Succedeva in India, l’ottobre scorso, che appen arrivati a Fort Cochin io e Dandan si bighellonasse in cerca di un sarto per cucire la tela di sari comprata a Bangalore. E che, così per caso, si vedesse un vecchio con i capelli e la pelle bianchi, la camicia stirata e l’aspetto distinto di un Gujarati immigrato, seduto su una sedia di fianco alla porta del suo negozio di Indianerie, categoria che include qualunque forma di artigianato tipicamente indiano che, impolverato, vien fatto passare per antichità e venduto ai turisti. Entrati nel negozio buio e strapieno di merce accatastata in terra o sugli scaffali, o appesa al soffitto, tra le altre cose attirò la nostra attenzione una bella testa di Ganesh, in legno colorato. Appena la vidi pensai che ci sarebbe stata benissimo in cucina.


 


C’erano per la verità diverse teste di Ganesh, ma noi prendemmol’unica color turchese, l’unica con il copricapo crepato, da una caduta o forse dall’umidità. Nella fessura, scoprimmo poi, avevan fatto il nido numerose formiche che, una volta trovatesi nella valigia di Dandan, evacuarono la loro casa spargendosi per la camera d'albergo, piccoli insettini neri sul pavimento di legno scuro della Chiramel Residency. Forse volevano evitare di dover abbandonare l’India, o forse pensarono che il legno pregiato del parquet fosse dimora più piacevole del vecchio legno polveroso della testa di Ganesh.


 


Fatto sta che, una volta a Pechino, con un appendino in fil di ferro ottenuto dalla lavanderia e oppurtunamente deformato, facemmo un doppio uncino e appendemmo l’immagine del Dio Elefante al tubo del gas, in posizione elevata, le spalle al muro occidentale, lo sguardo ad abbracciare l’intera cucina e, oltre la finestra, la veranda e quindi le vecchie case e gli alberi antichi del Min’an Xiaoqu. Accendemmo una bacchetta d’incenso al fior di Kerala per dare il benvenuto, e da allora la bella testa turchese di Ganesh penzola in cucina, e se per caso il muro trema per un martello pneumatico al piano di sopra, il Dio Elefante scuote il capo in segno di assenso, alla maniera graziosa degli elefanti e degli indiani.


 


Ora, Ganesh venne dapprima particolarmente utile dopo il Capodanno cinese quando abbandonammo la vecchia moca usurata, lasciatami dai miei, a casa dei genitori di Dandan a Chengdu, e finalmente tirammo fuori dalla scatola la lussuosa Bialetti comprata alla Rinascente e regalata appunto a Dandan per il Natale 2006. Per varie ragioni Dandan non andò mai ad abitare da sola, quindi la macchina rimase in un cassetto fino a quel momento. Per quanto lussuosa e meccanicamente perfetta, anche la Bialetti non sfugge alla legge delle macchine da caffé per cui il primo caffé è sempre imbevibile. Fatto sta che, dopo aver acceso un bastoncino d’incenso al loto per Ganesh, consacrai la moca e, credeteci o no, il primo caffé fu meraviglioso. E questo v’insegni a non credere troppo alle leggi, non solo quelle civili ma anche quelle scientifiche.


 


Il fatto è che la presenza della testa di Ganesh da’ un tono molto diverso a una cucina che di per sé è piuttosto fredda, è un po’ come se l’energia, da quando ciondola dal tubo del gas, scorresse e vibrasse in modo diverso, più allegro e creativo. Da allora si cucina meglio, con più gioia e sperimentazione.


 


Qualche giorno fa abbiamo finalmente fatto un’altra aggiunta importante alla cucina, ovvero un mobile tibetano, sempre in legno pitturato e, secondo le nostre specifiche, color turchese e legno scuro, con figure di loti rosa e gialli. Al di là della comodità di avere cassetti in più, abbiamo anche pensato che alla testa di Ganesh avrebbe fatto piacere vivere in un posto più ordinato e carino. Abbiamo levato la sedia che sostenava il forno a microonde, ci siamo sbarazzati di una serie infinita di scatole di cartone e sacchetti di pastica accatastati dall’aiyi, probabilmente  per istinto primordiale al non buttar via niente, abbiamo pulito, abbiamo inserito il mobile nel suo angolo predestinato, abbiamo acceso l’incenso per Ganesh, e abbiamo ammirato la perfetta armonia delle misure della cassettiera fata dal falegname su nostra specifica e quelle del muro irregolare.


 


Al che, assetato per la fatica, ho preso dal frigo del succo di frutta e me ne sono versato un bicchiere, sbrodolando abbondantemente sul ripiano della cucina. Senza pensare, ho preso un pezzo di carta assorbente e l’ho appoggiata sul succo lasciando che disegnasse spontaneamente delle forme. E quindi, sono rimasto a guardare le macchie di frutta che si allargavano sul panno. Dandan si è fermata accanto a me, anche lei è rimasta a guardare e mi ha detto che le macchie assomigliavano a una carta geografica. Vero, le ho detto, ma c’è dell’altro, si tratta di una forma familiare... non riesco a coglierla ma so che c’è, la sento. E poi finalmente l’ho vista.


 


E in quel momento abbiamo saputo che Ganesh era contento del mobile, e approvava pienamente il cambiamento. Da allora la testa di Ganesh è come fosse senziente, una presenza viva nella cucina: lo saluto giungendo le mani ogni qual volta cucino, e lo ringrazio ogni volta che ciò che mangio e bevo è buono, e mi fa felice. Chi l’avrebbe detto che quella testa di legno abitata dalle formiche e dimenticata in una bottega scura di Fort Cochin sarebbe finito in una cucina luminosa di Pechino, dove si cucina italiano, sichuanese e, di tanto in tanto, si prepara un piatto indiano e una tazza di té masala? Ma ora noi abbiamo un dio benevolo in cucina, e confesso che i piatti miei e di Dandan non sono mai stati tanto deliziosi.


 




Om Namah Ganesh!




Ganesh appare dal succo di pera

lunedì 11 febbraio 2008

L'Anno del Rinnovamento

Meenakhsi sunrise - David WilmotE’ tanto che non scrivo sul blog. Potrei dare la colpa alla censura cinese che mi impedisce di accedere facilmente al sito, ma sarebbe una scusa. La verità è che non trascendo più come una volta.


 


Non so se fa parte dell’assestamento normale della vita: lavoro, fidanzata, convivenza, spesa, pulizie, estratto conto, tutte incombenze che risucchiano la concentrazione sulla vita materiale. Esco meno, frequento meno amici, guardo più DVD.


 


Però è anche vero che ho smesso di fumare, che ho ripreso a fare yoga, e che apparentemente sto invertendo il ciclo di ingrassamento cominciato a Shanghai nel 2005. Sto imparando cose nuove su vino e cibo, cucino e sto diventando bravino.


 


D’altra parte, era l’Anno della Ricerca dell’Equilibrio, e il mio equilibrio l’ho trovato. La mia vita è indubbiamente più stabile, regolare e tranquilla di un anno fa. Gli obiettivi che mi ero posto, li ho raggiunti. E adesso?


 


Mi rendo conto che, con l’equilibrio, ho perso qualcosa. Ho perso poesia, ho perso energia per certi versi. Controllo la mia vita materiale, ma quella spirituale la sto perdendo, la sto dimenticando. Non solo: quest’equilibrio mi sta venendo a noia, e in particolare la situazione lavorativa. Non sono più sicuro che da grande voglio fare il manager. Vorrei fare altro, certamente qualcosa in cui la mi preoccupazione non sia ottenere pagamenti dai clienti, in cui non venga valutato sul denaro che muovo; il giornalista, il professore, il poliziotto, il politico, e per certi versi anche il manager, ma solo quello del settore pubblico, dove gli introiti sono più o meno garantiti e l’importante è utilizzarli bene per fare cose utili e concrete. Il denaro, francamente, è una preoccupazione che non voglio – da troppo tempo spendo il mio tempo tra casa e ufficio, e non esco per fare una semplice passeggiata.


 


A che insegna sarà dunque il prossimo anno, l’Anno del Topo? Un anno di opportunità per intraprendere cose nuove, dice l’oroscopo cinese. Così sia, dunque, che il prossimo sia un Anno del Rinnovamento, un anno di quelli in cui, dopo l’inverno, si spalancano le finestre per dare aria e si fanno grandi pulizie, buttando via un sacco di roba inutile, alleggerendosi, e dotandosi di cose nuove, al momento più utili o semplicemente, piacevoli.