“Tanelorn aveva una strana caratteristica: attraevae accoglieva i vagabondi. Alle sue tranquille vie e alle sue basse case giungevano i disperati, gli infelici, i perseguitati, i tormentati, e lì trovavano la pace”
Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock
Ci son quei posti dove hai passato alcuni dei momenti più strani e intensi della tua vita, che quando ci pensi ti evocano in mente il concetto stesso di amicizia. Uno di quei posti è Casa di Giulia.
Casa di Giulia era particolare, nel senso che era una ex portineria: quando entravi nel portone di questo palazzo d’epoca a due passi dal Parco Ravizza, svoltavi a sinistra e, oltre una porta a vetri, c’era un’anticamera: procedendo lungo la scala c’era un portone di quelli che intimidiscono, ed è l’ufficio di qualcuno che di giorno è importante, ma che di sera quando noi facevamo bisboccia non c’era mai, e questo vi basti. A destra e sinistra c’era Casa di Giulia. A destra, la camera da letto più disordinata che io abbia mai visto e un piccolo bagno umido e con le tubature vecchie, di cui ricordo il poster di Kenshiro attaccato di fianco al cesso, il cui asse andava tenuto con le mani se no cascava a mo’ di ghigliottina sul più bello. A sinistra il salotto, le cui pareti erano completamente dipinte dall’artista di casa, Giulia appunto, una cucina minuscola con un numero spropositato di bicchieri e tazze spaiati, un soppalco su cui si montava tramite una scala di metallo ripida e traballante, e che ospitava una scrivania con un computer sempre acceso e connesso; quindi un loculo senza finestre adibito a sgabuzzino per cianfrusaglie da artista e che, anni fa, costituiva l’inquietante camera da letto di una coinquilina.
Ma non si descrive Casa di Giulia così: il suo aspetto materiale non è che il riflesso pallido di quello astrale, quello che esiste nei sogni e nelle memorie di noi tutti che, in questi sette anni di affitto, ci siamo ritrovati come una congrega di streghe in questo appartamento agli orari più improbabili, per lo più studenti privi di soldi per andar nei bar e sprovvisti di spazi propri. E’ anche vero che altre case c’erano e si usavano talvolta, ma nessuna si è mai avvicinata così tanto ad incarnare l’ideale bohemién come l’appartamento di Giulia. Lì ci si sentiva davvero a casa, si poteva fare tutto, ci si serviva da soli, non avevi mai timore di sporcare o mettere in disordine perché nessun altro lo faceva; non ti veniva voglia di chiedere cose strane perché non ce n’erano – c’erano acqua purificata o supertisane turboteosofiche col miele, il resto ce lo si portava. Di solito si portavano lo sigarette, se si era in sei c’erano almeno sei pacchetti sul tavolo da cui tutti si servivano, se si era in otto, almeno otto pacchetti, e via a fumare che tanto il soffitto era alto e la finestra sulla strada aperta. C’erano anche il gatto nero, più tardi due, e i serpenti e i gechi nelle teche, che obiettivamente contribuivano a rafforzare la sensazione di luogo bohemién. Insomma, per farla breve, c’era buona energia.
Sette anni son lunghi, e va detto che il periodo d’oro di questi anni si è avuto più o meno a metà. Poi io sono finito dall’altra parte del mondo, e anche gli altri hanno scuse simili. Giulia è cresciuta, s’è diplomata all’Accademia, ha trovato un lavoro non bohemién che le offre una vita più stabile, e adesso ha una macchina e una casa sua, luminose e ordinata, un po’ più in là verso la periferia. Quindi ieri sera ci s’è trovati per dire addio alla Casa, tristemente spoglia, anche se l’energia era la stessa. C’era qualche grande assente del gruppo originale, mancavano i gatti e il computer che oramai hanno traslocato, c’era il nuovo ragazzo di Giulia che è arrivato dopo il gruppo e non lo conosce, ma ne avrebbe potuto benissimo esser parte; c’era anche che io ho smesso di fumare e non ho potuto prtecipare alla maratona di sigarette come si faceva una volta, a malincuore. Ma grosso modo l’atmosfera era quella. S’è bevuto, s’è fumato, s’è scherzato, s’è ragionato di cose degne, e poi, per l’ultima volta in questo luogo, ci s’è salutati distribuendo gli appiedati sulle macchine disponibili.
Un pezzo di Storia passa, e mi sentirei quasi malinconico se il buon Rev non m’avesse esorcizzato la malinconia alla maniera degli psicologi buddhisti. Tutto passa, m’ha detto, e ora lo capisco: Casa di Giulia era un luogo dello spirito fatto di persone, un po’ come la Tavola Rotonda non era fatta di legno ma di cavalieri. Noi, il vecchio gruppone, lo zoccolo duro che rimane anche dopo il passaggio di tante comparse più o meno degne, è sempre qui a Milano. La padrona di Casa Giulia, il filosofeggiante Rev, Gas dal cuore grande, il tagliente Gene, il trascendente Gab, il malvagio Will; e poi lo zio Tony il furbacchione, l’elegante Alberto, e tutti gli altri. Fin che siam noi qui, la Casa continuerà ad esistere, in diverse forme, per noi.
“Tanerlorn esisterà finché esisteranno gli uomini – disse l’eremita – Non è una città, quella che hai difeso oggi. E’ un ideale. Tanelorn è un ideale.
E sorrise”
Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock
“The fellowship was a brief beginning, a fair time that cannot be forgotten; and because it will not be forgotten, that fair time may come again.”
Arthur, Excalibur