Narra una leggenda che in un tempo remoto, il dio Siva viveva in ascesi sulle montagne dell'Himalaya. Siva faceva la vita dell'eremita, lasciando crescere capelli e barba, vestendosi di pelli, nutrendosi dei frutti che la terra offriva, in particolare foglie di ganja, il suo alimento principale.
Siva, immerso nella sua meditazione, accumulava energia, ed era diventato così potente da rischiare, se avesse aperto il suo terzo occhio, di distruggere il mondo. Gli dèi per acquietarlo decisero quindi di mandargli una sposa, e fu scelta Sati, figlia di Brahma e Saraswati. Sati si adeguò con piacere alla vita selvatica di Siva, e questi la prese con sé di buon grado, alternando alla meditazione l'amore per la sua sposa, e l'energia prese di nuovo a fluire per l'universo.
Accadde un giorno che Brahma decise di officiare un sacrificio secondo il dharma, le regole della tradizione. Per questo grande sacrificio invitò nel suo palazzo tutti gli dèi, ma non Siva, perché la sua vita da selvaggio, la sua incuranza per ciò che era sacro e ciò che non lo era, lo offendevano, e non lo considerava abbastanza puro per camminare sul bel pavimento di marmo del suo palazzo.
Quando Siva venne a sapere della cosa, non vi diede gran peso. Sati, tuttavia, in preda alla vergogna e all'ira, si presentò lo stesso nel palazzo del padre, furiosa per l'offesa subita. Gli occhi divennero rossi come quelli di una belva, fuoco le uscì dalle narici, e dal suo urlo di rabbia vennero scaturite dieci divinità, le Dakini, che misero il palazzo a ferro e fuoco cacciandone gli ospiti e dissacrando le offerte. Per completare la sua vendetta Sati montò sull'altare e, guardando negli occhi il padre, si diede fuoco, macchiando così con il suo sangue il palazzo di Brahma, e rendendolo inabitabile per sempre.
La notizia dell'accaduto si sparse in fretta e raggiunse Siva, sulle sue montagne. Quando apprese della morte della moglie, anch'egli cadde in preda alla furia, e si recò immediatamente al palazzo di Brahma, dove lo trovò con pochi ospiti rimasti a confortarlo. L'ira di Siva faceva tremare il cielo e la terra: scaraventò a terra Visnu, che tentava di fermarlo, afferrò Brahma e con il suo tridente staccò una delle sue cinque teste.
Quindi, compresa l'inutilità della vendetta, raccolse il corpo bruciato di Sati e cominciò a piangere la sua perdita. Visnu, misericordioso per il dolore di Siva, che non riusciva a distaccarsi dalla sua sposa, prese il disco solare e fece a pezzi il corpo di Sati, disseminando le sue parti per l'India, e in ogni luogo in cui cadde una parte venne eretto un tempio alla Dèa Madre.
Narra un'altra leggenda che in tempi remoti l'unione di Brahma e Saraswati portò alla creazione dei sacri Veda: ma poiché l'umanità non era pronta a riceverli, Brahma li prese a memoria. Quando Siva spiccò una delle sue cinque teste con il tridente, il Quinto Veda andò perduto, e in tempi successivi solo quattro di essi furono rivelati agli uomini.
La Quinta Testa di Brahma, staccata dal corpo, andò a rotolare al di là delle montagne, nella Grande Cina, dove altri uomini la trovarono e dal Quinto Veda appresero tutte le pratiche eterodosse in violazione del dharma, le pratiche tantriche.
Molti anni dopo, la dèa Saraswati incaricò un bramino molto fedele di recuperare il Quinto Veda. Costui, che si chiamava Vasistha, si mise obbediente in cammino, scendendo il Gange e risalendo il Brahaputra e la sua profonda valle, inoltrandosi nel regno di Kamarupa coperto di foreste e circondato da alte montagne. Accadde poi che il suo cammino lo portasse nei pressi di un tempio alla Dèa Madre, là dove era caduta la yoni, il sesso, di Sati. E fu sorpreso di trovare Visnu, nella sua forma di Buddha, circondato da uomini e donne che amoreggiavano, privi dei loro abiti, bevendo vino, fumando ganja e mangiando carne e pesce.
Terrorizzato dalla scena, Vasistha, che era un uomo retto e ligio al dharma, si diede alla fuga nei boschi, quando incappò proprio in Saraswati, la sua dèa, che lo apostrofò:
"Perché fuggi, bigotto d'un bramino? Ecco, hai trovato il Quinto Veda, non lo sai riconoscere? Tu credi che esista una sola strada fatta di regole rigide verso la Liberazione. Io ti rivelo che ne esistono molte, più brevi e prive di norme, ma molto più difficili e pericolose. Non giudicare una pratica dalle apparenze e dai preconcetti, ma secondo la tua esperienza e la tua coscienza!"
Vasistha allora seguì il consiglio di Saraswati e raggiunse la Cina, dove apprese il contenuto del Quinto Veda e raggiunse la Liberazione. Ma non rivelò mai il Quinto Veda, riportandolo in India, perché la sua pratica era troppo pericolosa per essere diffusa tra le masse, facili agli abusi. Piuttosto lo insegnò a pochi discepoli, e costoro lo insegnarono ad altri creando delle scuole mistiche, che ancora custodiscono i segreti del Veda.
Astenetevi dunque dal criticare chi segue sentieri spirituali diversi dai vostri: non è l’esteriorità della pratica che conta, ma la purezza di cuore con cui quella pratica viene eseguita. Se vi dedicherete troppo alla pratica e poco allo spirito, rimarrete per sempre incatenati a una visione chiusa e relativa del mondo in cui esistete…