domenica 22 novembre 2009

Le mie rovine

La Luce Abbandonata - Sebastiano Lo Turco

Quand'ero piccolo, giocavo spesso, solo, nella vecchia cascina di mia nonna. Era una vecchia cascina della fine del '600, di quelle con la corte aperta senza cancello, ad accogliere chi entra; era situata nel cuore di un villaggio di poche centinaia d'anime, collegato al mondo da due strade strette, serpeggianti tra i campi verdi dell'estate o quelli bruni dell'inverno; e isolato da esso da un mare di nebbia padana, o dal velo di notti blu, popolate di lucciole.In questa cascina c'erano delle rovine. Ai suoi tempi era stata grande, la cascina, e numerose famiglie di fittavoli la abitavano; c'erano stalle per vacche, porci e cavalli, e più d'un pollaio. Quand'ero piccolo rimanevano mia nonna, mio nonno bloccato a letto da un ictus, e un paio di zii che svolgevano il lavoro dei fittavoli scomparsi con l'ausilio di macchine che per me avevano forme strane e fantastiche: trattori dalle enormi ruote coperte di fango, colossali trebbiatrici, raccoglitrici di fieno crudeli, tutte ruote e punte coperte di polvere, come guerrieri meccanici armati di strane lance e scudi, giganti di ferro che dormivano in garage polverosi, costruiti in mattoni e legno da uomini che ancora non immaginavano la rivoluzione industriale, e per cui modernità era una buona zappa. Attorno ai giganti, un'infinità di ferraglia: pesanti attrezzi agricoli e meccanici, pezzi di ricambio unti d'olio nero, taniche di plastica semitrasparente colme d'acidi o combustibili dall'odore penetrante. Ovunque, polvere di campagna e tele di ragno più grosse della mia testa, una sensazione di tempo lento, senza fretta, senza scossoni. Le vacche, tra tutte le cose, destavano poco la mia attenzione: stupidi, timidi animali che vivevano nello sterco e si sottraevano pavide alle mie carezze. Non giocavano nemmeno tra loro, mangiavano solo, masticando la loro vita dall'alba al tramonto: come per contrappasso, sarebbero finite a loro volta mangiate dagli uomini, sapevo. Non c'era pietà per le mucche, solo un vago disprezzo per il loro essere mandria.


La mia attenzione era soprattutto per le rovine, dove la polvere e le tele di ragno dominavano incontrastate. C'erano diverse rovine, nella mia lista: le più accessibili erano quelle della soffitta, fresca d'estate e gelida d'inverno. Quasi nessuno andava mai in soffitta, se non per abbandonare ogni genere d'oggetto – le famiglie d'una volta non buttavano via praticamente nulla, e forse generazioni di cose s'erano depositate nella penombra di quella stanza d'angolo con una sola, piccola finestra. Libri, soprattutto romanzi tascabili e testi di scuola elementare e media, vecchi giocattoli rotti appartenuti a chissà chi, scarpe e stivali, vestiti e cappotti fuori moda, tappeti da quattro soldi, lisi e sbiaditi, attrezzi per la casa, dal moderno ferro da stiro al “prete”, invenzione di secoli fa per scaldare il letto d'inverno, appendiabiti e mobili d'età dimenticate, talvolta rosi dai tarli. La soffitta era la più scura delle rovine, perché non era per nulla in rovina, e rimaneva comunque a portata di voce dalla cucina, da dove gli adulti potevano sincerarsi della mia sicurezza di tanto in tanto.

Più avventuroso della soffitta era il granaio, allo stesso livello ma sprovvisto di luce elettrica. Una volta era utilizzato come granaio, e ne aveva mantenuto il nome anche se si trattava, di fatto, di una parte abbandonata della casa. L'oscurità delle tre stanze, poste a diversi livelli e illuminate solo da una singola, piccola finestra quadrata, non mi permetteva di apprezzarne completamente le dimensioni: c'erano sempre un soffitto e una parete nascosti e irraggiungibili, al di là delle ombre. Il granaio, dove la polvere era spessa e i miei piedi lasciavano orme per terra, conteneva solo sedie rotte e granoturco di raccolti ormai dimenticati sparso sul pavimento. Le ragnatele erano grosse e oberate dal peso della polvere depositata su di esse, e i rumori tipici delle vecchie case di campagna erano magnificati: del resto il granaio, come sempre mi avvertivano mia madre e mia nonna, era popolato da topi, ed era meglio non andarci. Ci entravo con timore, non tanto dei topi quanto delle ragnatele che mi si attaccavano alla faccia e alle mani; eppure ci entravo, solo quando il giorno era pieno ed era possibile orientarsi con la fievole luce, e raggiungevo la finestrella sul fondo dell'ultima stanza, che offriva prospettive uniche sul cortile dei vicini e sulla strada. Altra attrattiva del granaio era una vecchia porta dagli angoli smussati che dava sul nulla – una porta al secondo piano verso il vuoto era qualcosa di incomprensibile ed eccitante per un bambino. Immaginavo ignari contadini di una volta aprire quella porta e piombare dritti nell'orto, tre metri più sotto, e sorridevo.
 
Decadenza - Matteo Parigi
Infine c'erano le vecchie case dei fittavoli: un altro edificio, dall'altra parte del grande cortile, le rovine vere e proprie. Le finestre di quelle case erano rotte da lungo tempo, e solo lo scheletro di legno rimaneva con qualche coccio attaccato e gli altri sparsi per terra. L'erba cresceva alta intorno ai vetusti edifici, senza aprirsi per offrire un sentiero, e spesso qualche ciuffo spuntava spavaldo anche all'interno, in qualche angolo pieno di terra. Al piano inferiore era stato ammassato tutto quello che, irrecuperabile, non aveva senso mettere in soffitta e nemmeno bruciare nel camino: televisori e radio rotte, lavandini e cessi spaccati, divani bucati e popolati ora da chissà quali bestie. Le finestre della parete opposta all'entrata davano sui limiti del mondo, ovvero un fosso scuro e un piccolo bosco di pioppi cui si accedeva solo dalla casa di un vicino sconosciuto.

Il piano di sopra era la rovina più inaccessibile: l'unico modo di arrivarci era una vecchia scala esterna, con scalini di pietra attaccati al muro da supporti di metallo arrugginito. Molti di essi avevano ceduto, e il loro scalino era piegato verso l'esterno o mancante. Gli adulti non osavano salire la scala pericolante ma io, piccolo e leggero, potevo prendere il rischio, con il cuore in gola ogni volta. Le stanze del secondo piano erano vuote, sporche di calcinacci ma vuote, e luminose. Altro non ricordo con certezza, perché il mio coraggio non mi sostenne mai abbastanza per salire quella scala più di un paio di volte. Ricordo la paura che le vecchie assi del pavimento cedessero, per cui camminavo vicino al muro, ma potrebbe essere un falso ricordo. I ricordi dei bambini sono la luce e le emozioni, non i dettagli, che interessano ai grandi, e io ricordo la luce grigia, pura e solitaria di quelle stanze vuote e silenziose, e il timore di essere solo in un luogo proibito, pericoloso. Chi aveva vissuto in quei luoghi, mi chiedevo, immaginando numerose e chiassose famiglie di fittavoli ormai appartenenti al passato. Mi chiedevo se qualcuno le ricordasse, o se più che al passato appartenessero all'immaginazione. E sembrava anche a me di camminare nel passato o dell'immaginazione, in luoghi dove gli adulti non arrivavano e non potevano arrivare, e mi sentivo esploratore, eroe.

Le mie rovine non ci sono quasi più. Le case dei contadini sono state acquistate da uno dei vicini, u ingegnere, verniciate di giallo acido e trasformate in un residence di campagna per cittadini. Il cortile comune, dove nei giorni di festa i visitatori parcheggiavano le auto è stato chiuso e diviso tra i vicini con muri prefabbricati di cemento, e la gente lascia la macchina su un piazzale d'asfalto poco lontano, cementificato dal Comune qualche anno fa; i fiori davanti alla casa di mia nonna non ci sono più, e anche l'enorme mangiatoia di pietra in cui crescevano è sparita. Mia nonna è vecchia, apparentemente vecchia come le travi di quell'antica cascina. Rimangono la soffitta e il granaio, intatti ancora per un po', fino a quando mia nonna non se ne andrà e la casa verrà ristrutturata per far posto a qualcun altro.

Io ora vivo a cinquemila chilometri di distanza, ma le mie rovine le vedo ancora di tanto in tanto. Sopravvivono nel passato, nell'immaginazione. Nei sogni, come quello da cui mi sono riscosso stamattina, prendendo il taccuino e cominciando a scrivere con il cuore stretto da una nostalgia profonda come gli anni che mi separano dai ricordi. La scorsa notte ho camminato ancora tra le mie rovine, ed esse saranno sempre con me, fino alla fine.
 Calore domestico - Klausbergheimer

sabato 11 luglio 2009

Inside

MundukNon aggiorno il blog da una vita, ma non è colpa mia. E' colpa della censura cinese che mi impedisce anche di accedere all'editor. Ora mi trovo ad Hongkong, la libera Hongkong, e dedico un minuto a scrivere.Quante cose sono successe? Ci siamo sposati, abbiamo organizzato una cerimonia tradizionale cinese splendida, siamo stati in viaggio di nozze a Bali. Nel frattempo, l'azienda dove lavoro è andata sempre più alla deriva, e ora mi trovo in una situazione spaventevole, non essendo stato pagato per mesi, avendo la reponsabilità di persone sotto di me non pagate da mesi, e dei titolari scomparsi nel nulla, e un sacco di gente che li cerca tramite me, addossandomi le colpe di chi è scappato. Ora devo uscire da questa pessima situazione e trovarmi un nuovo lavoro, ricominciando da capo.

Ma non sono triste, anzi. Non importa cosa mi capita, finché sono con Lei, io sono felice. Ci pensavo qualche giorno fa, seduto in cima al colle di Munduk, a Bali, guardando la valle sottostante coltivata a riso e spezie e, più lontano, il mare dell'Indonesia, e ascoltando una canzone dei Jethro Tull...

 



All the places I've been make it hard to begin
to enjoy life again on the inside,
but I mean to.
Take a walk around the block
and be glad that I've got me some time
to be in from the outside,
and inside with you.
I'm sitting on the corner feeling glad.
Got no money coming in but I can't be sad.
That was the best cup of coffee I ever had.
And I won't worry about a thing
because we've got it made,
here on the inside, outside so far away.

And we'll laugh and we'll sing
get someone to bring our friends here
for tea in the evening --
Old Jeffrey makes three.
Take a walk in the park,
does the wind in the dark
sound like music to you?
Well I'm thinking it does to me.

Can you cook, can you sew --
well, I don't want to know.
That is not what you need on the inside,
to make the time go.

Counting lambs, counting sheep
we will fall into sleep
and we awake to a new day of living
and loving you so.

 



Vista da Munduk

 

sabato 3 gennaio 2009

L'Anno dell'Abbandono dell'Individualismo

Ramasita




Che anno, ragazzi. Se me lo avessero detto prima, non ci avrei creduto: anni più faticosi di questo non ne ricordo. Tutto è stato un problema, una lotta quotidiana contro l'universo in cui ogni volta che si chiudeva un fronte se ne aprivano due. Ma andiamo con ordine.




Anzitutto il tema dominante sono state le Olimpiadi. In nome delle Olimpiadi su Pechino è stata scatenata una rivoluzione che ha cambiato tutto, per lo più in peggio, esaltando tra l'altro la normale paranoia della popolazione hanzu a livelli di parossismo. Ho visto la mia amata Pechino snaturarsi per i Giochi, rinunciare alla sua identità, abbruttirsi come non mai. Propaganda, controlli di sicurezza, folle incoscienti che gridano slogan, campagne mediatiche e non si preparazione alle Olimpiadi, propaganda e ancora controlli di sicurezza. E' tutto cominciato con i controlli alla porta dell'ufficio, con le ronde di volontari che chiedono la registrazione degli stranieri, con i nuovi documenti necessari a tutto, con le limitazioni sul traffico, con i metal detector in metropolitana, con la polizia stazionata ad ogni angolo di strada, con i cartelloni di promozione ubiqui, con le leggende metropolitane, con i prezzi alle stelle. Un'intera città di milioni di abitanti sotto stress.




Poi l'inverno che ha steso la Cina del Sud appena prima del Capodanno lunare, mai visti tanto freddo e tanta neve, il Paese era in emergenza. Poi la rivolta di Lhasa, e via ad attacchi da parte dell'Occidente e dell'Oriente con me in mezzo a cercare di far ragionare tutti quelli che conosco. L'ondata di nazionalismo cinese alla vigilia delle Olimpiadi e il boicottaggio gratuito da parte dell'Occidente più ignorante. Poi il terremoto a Chengdu, la paura, i disagi.




Poi il delirio per il visto, il tentativo cinese di espellere tutti gli stranieri possibili che ha fatto sì che le Olimpiadi fossero un evento tutto cinese, e che gli stranieri se lo guardassero in TV nel nome della fratellanza e di “Pechino vi da' il benvenuto”. La gente che se n'è andata e non è più tornata. Le mie trafile impossibili tra documenti e relazioni, durante da aprile a fine giugno e costate quasi 10.000 RMB e un grosso favore da una persona importante per evitare di essere espulso dal Paese dove vivo e lavoro.




A proposito di lavoro, mille problemi anche qui. L'azienda truffata nella peggior tradizione cinese, problemi di cassa, problemi di stock, io al centro della pressione in quanto rappresentante dell'azienda con clienti e istituzioni, e responsabile dell'ufficio. La paranoia dei colleghi che sono arrivati a reazioni oltre misura, con ricatti e diffamazioni contro i titolari. L'abbandono di quasi tutti i colleghi per le seguenti cause: litigio con i titolari, maternità, esaurimento nervoso, litigio con colleghi, mancato pagamento dello stipendio. Uno dopo l'altro, moltissimi colleghi hanno abbandonato la nave che affondava lasciando me a coprirli, facendo il lavoro di almeno 5 persone in pieno periodo olimpico e con i miei problemi di visto da gestire. Aggiungiamoci una serie di sfighe personali a mo' di maledizione a tutti i membri dell'azienda: morte di familiari (3 persone), divorzio (1 persona), gravidanza indesiderata (1 persona), gravidanza problematica con ricovero in ospedale per un mese (1 persona), contrazione di malattia incurabile (1 persona). Da parte mia, ho avuto l'infarto di mio padre che per grazia di Dio si è salvato senza conseguenze serie per la salute.




Tra gli altri casini che non mi hanno colpito direttamente ma hanno contrassegnato l'anno ricordiamo: il furto del nome a That's Beijing a due mesi dall'inizio dei Giochi, la chiusura forzata di una serie di esercizi commerciali di amici e conoscenti (Kiosk, Frantoi Celletti), problemi di salute di amici (pleurite gravissima con tanto di doppio tubo di gomma che drena i polmoni dall'acqua, infilato sotto l'ascella), morte di altri familiari di amici, e via così.




Un anno difficile, difficilissimo. Doveva essere l'Anno del Rinnovamento: io direi piuttosto che è stato l'Anno della Lotta per la Sopravvivenza, ma in fondo non si può dire che non ci sia stato rinnovamento. Come spesso accade le difficoltà, oltre a temprarci, ci spingono a cambiare, trovare nuovi equilibri e nuove soluzioni ai problemi. Ci portano spesso ala saturazione, accelerando cambiamenti naturali fino a una soluzione rapida, forzata, rivoluzionaria.




Che dire dei successi di quest'anno? Non solo ho imparato ad avere pazienza, molta più di quella che avevo prima: adesso non credo più a niente, sono proto a perdere tutto e non pianifico mai nulla senza contemplare uno scenario in cui tutto va storto e alla fine tutti i piani verranno abbandonati. Ora ho il visto di lavoro, ragazzi. Il mio cinese è ulteriormente migliorato e ora leggo anche gli sms al cellulare. Io e la mia Radha ci amiamo più che mai e abbiamo deciso di sposarci. Siamo più attivi, la nostra qualità della vita è migliorata significativamente. Cuciniamo spesso grazie alla scoperta di una serie di luoghi a Pehcino dove approvvigionarsi di qualunque cosa relativa alla cucina, dal fresco al surgelato, dal locale all'importato, dal cibo agli alcolici all'equipaggiamento. Abbiamo viaggiato un po': lei è stata in Italia e ha conosciuto la mia famiglia allargata, insieme siamo stati in Hebei e abbiamo esplorato ancora meglio Pechino.




Ho ancora i problemi dell'anno scorso? Sono felice di dire di no. La mia vita non mi annoia, ora è più varia che mai. Ci sono tante attività, ci sono tanti nuovi amici, ci sono tanti posti nuovi da frequentare in una città che, dopo le Olimpiadi, lentamente torna ad essere quella che è sempre stata, ovvero una capitale di confine tra la Cina e la steppa selvaggia. La mia poesia torna ad emergere: leggo, scrivo, dipingo, suono, mi approprio dei miei spazi creativi insieme alla mia Radha. Sono sempre sicuro che da grande non farò il manager, ma invece di impazzire per capire cosa farò, guardo con scetticismo al futuro in attesa dell'occasione, senza preoccuparmi troppo di prevedere quello che sarà. Seguo il flusso e, per quanto posso, lo cavalco. Ora la mia anima è tornata ad essere il centro della mia vita, la mia concentrazione è più solida.




La mia percezione di me stesso, mi rendo conto, è cambiata. Ho meno paura, ho meno interesse per il mio ego. Non penso più a me ora come il centro del mondo: penso a me come parte di una coppia con la mia Radha, parte di una famiglia con i miei genitori, parte di un gruppo, molti gruppi, che compenetrano il tempo. Non c'è più solo l'ora, c'è il tempo: il passato e il futuro definiscono il presente: non c'è fretta, solo tentativo di portare armonia ed equilibrio. Cosa curiosa, non penso più a me stesso come Krsna, giocoso, sfuggente, estatico: la presa di responsabilità sta spostando la mia concentrazione su Rama, campione del dharma, dovere e responsabilità, eroe e condottiero, marito fedele ed esempio di coerenza e fermezza. Dal Krsnavada, la Canzone di Krsna, al Ramayana, l'Epopea di Rama? Chi lo sa? Non mi preoccupo troppo dei nomi e delle definizioni, in fondo Rama e Krsna non sono che manifestazioni diverse della stessa realtà divina.




Un successo, difficile ma glorioso, l'Anno del Rinnovamento. Cosa ci aspetta quindi, all'Orizzonte? Tanti cambiamenti: matrimonio per certo; trasferimento in Italia senz'altro, manca di definire il quando; cambi di lavoro perché no? Viaggio in Asia, da Pechino a Kanyakumari, da definire, ma nei possibili piani. Un addio al passato di Krsna e un benvenuto alla nuova era sotto la benedizione di Rama. Con un atteggiamento così pacifico e scettico verso il futuro è possibile dare una definizione a un periodo di tempo standardizzato come l'anno a venire? Proviamoci, ben sapendo che l'esercizio è un gioco: in futuro il mio cambiamento di pelle significherà dire ufficialmente addio a tante cose della mia vita. La mia libertà nominale, il mio domicilio a Pechino, la Casa del Mio Spirito, la responsabilità verso me stesso piuttosto che verso altri. Devo sistemarmi, mettere le basi per costruire una famiglia, prendermi cura degli anziani e mettere al mondo le nuove generazioni, educandole come si meritano. Non è un passaggio facile, ma non mi fa paura, anzi mi eccita affrontarlo perché so che oltre c'è un mondo nuovo, e la mia curiosità per i mondi inesplorati è ben nota.




Buon Anno dell'Abbandono dell'Individualismo, quindi, caro Krsna. Cerca di farlo col botto, per non aver rimpianti nel tuo futuro.


Ramayana Lake