Più avventuroso della soffitta era il granaio, allo stesso livello ma sprovvisto di luce elettrica. Una volta era utilizzato come granaio, e ne aveva mantenuto il nome anche se si trattava, di fatto, di una parte abbandonata della casa. L'oscurità delle tre stanze, poste a diversi livelli e illuminate solo da una singola, piccola finestra quadrata, non mi permetteva di apprezzarne completamente le dimensioni: c'erano sempre un soffitto e una parete nascosti e irraggiungibili, al di là delle ombre. Il granaio, dove la polvere era spessa e i miei piedi lasciavano orme per terra, conteneva solo sedie rotte e granoturco di raccolti ormai dimenticati sparso sul pavimento. Le ragnatele erano grosse e oberate dal peso della polvere depositata su di esse, e i rumori tipici delle vecchie case di campagna erano magnificati: del resto il granaio, come sempre mi avvertivano mia madre e mia nonna, era popolato da topi, ed era meglio non andarci. Ci entravo con timore, non tanto dei topi quanto delle ragnatele che mi si attaccavano alla faccia e alle mani; eppure ci entravo, solo quando il giorno era pieno ed era possibile orientarsi con la fievole luce, e raggiungevo la finestrella sul fondo dell'ultima stanza, che offriva prospettive uniche sul cortile dei vicini e sulla strada. Altra attrattiva del granaio era una vecchia porta dagli angoli smussati che dava sul nulla – una porta al secondo piano verso il vuoto era qualcosa di incomprensibile ed eccitante per un bambino. Immaginavo ignari contadini di una volta aprire quella porta e piombare dritti nell'orto, tre metri più sotto, e sorridevo.
Il piano di sopra era la rovina più inaccessibile: l'unico modo di arrivarci era una vecchia scala esterna, con scalini di pietra attaccati al muro da supporti di metallo arrugginito. Molti di essi avevano ceduto, e il loro scalino era piegato verso l'esterno o mancante. Gli adulti non osavano salire la scala pericolante ma io, piccolo e leggero, potevo prendere il rischio, con il cuore in gola ogni volta. Le stanze del secondo piano erano vuote, sporche di calcinacci ma vuote, e luminose. Altro non ricordo con certezza, perché il mio coraggio non mi sostenne mai abbastanza per salire quella scala più di un paio di volte. Ricordo la paura che le vecchie assi del pavimento cedessero, per cui camminavo vicino al muro, ma potrebbe essere un falso ricordo. I ricordi dei bambini sono la luce e le emozioni, non i dettagli, che interessano ai grandi, e io ricordo la luce grigia, pura e solitaria di quelle stanze vuote e silenziose, e il timore di essere solo in un luogo proibito, pericoloso. Chi aveva vissuto in quei luoghi, mi chiedevo, immaginando numerose e chiassose famiglie di fittavoli ormai appartenenti al passato. Mi chiedevo se qualcuno le ricordasse, o se più che al passato appartenessero all'immaginazione. E sembrava anche a me di camminare nel passato o dell'immaginazione, in luoghi dove gli adulti non arrivavano e non potevano arrivare, e mi sentivo esploratore, eroe.
Le mie rovine non ci sono quasi più. Le case dei contadini sono state acquistate da uno dei vicini, u ingegnere, verniciate di giallo acido e trasformate in un residence di campagna per cittadini. Il cortile comune, dove nei giorni di festa i visitatori parcheggiavano le auto è stato chiuso e diviso tra i vicini con muri prefabbricati di cemento, e la gente lascia la macchina su un piazzale d'asfalto poco lontano, cementificato dal Comune qualche anno fa; i fiori davanti alla casa di mia nonna non ci sono più, e anche l'enorme mangiatoia di pietra in cui crescevano è sparita. Mia nonna è vecchia, apparentemente vecchia come le travi di quell'antica cascina. Rimangono la soffitta e il granaio, intatti ancora per un po', fino a quando mia nonna non se ne andrà e la casa verrà ristrutturata per far posto a qualcun altro.
Io ora vivo a cinquemila chilometri di distanza, ma le mie rovine le vedo ancora di tanto in tanto. Sopravvivono nel passato, nell'immaginazione. Nei sogni, come quello da cui mi sono riscosso stamattina, prendendo il taccuino e cominciando a scrivere con il cuore stretto da una nostalgia profonda come gli anni che mi separano dai ricordi. La scorsa notte ho camminato ancora tra le mie rovine, ed esse saranno sempre con me, fino alla fine.