mercoledì 5 ottobre 2022

Zephyr


You're my zephyr

a warm, gentle breeze

blowing away the musty clouds

obfuscating my head and soul

clearing my sky and turning it

into the deepest shade 

of sapphire blue


I look up and think

Today is a beautiful day


giovedì 22 settembre 2022

Watching the clouds


Watching the clouds sail by above us,

carried by the early Autumn wind

I listened to the sound of of silence.


As I spoke, my own heavy words echoed dim,

like the cars nine floors below us.


Black, leaden truths hiding in my heart for too long

were suddenly gone, blown away by a chill breeze,

dissolved in the rays of the midday Sun.

 

Unspoken secrets are now broken,

the dank tomb has been unsealed to let the day within,

and the ring of happy laughter.

 

I am not alone, because you were there with me.


Milan, 21 September 2022

lunedì 29 luglio 2019

Struggimento


“Actual happiness always looks pretty squalid in comparison with the overcompensations for misery. And, of course, stability isn't nearly so spectacular as instability. And being contented has none of the glamour of a good fight against misfortune, none of the picturesqueness of a struggle with temptation, or a fatal overthrow by passion or doubt. Happiness is never grand.”
Aldous Huxley, Brave New World

Tre donne ho amato veramente nella mia vita. La prima è l’amore idealizzato, desiderato più di ogni altra cosa e mai veramente consumato. La seconda è l’amore della giovinezza, consumato con la leggerezza d’animo che solo la giovane età concede. La terza è l’amore della maturità, l’amore realizzato: la casa, i figli, la concretezza e completezza di una relazione piena e consapevole.

Le amo ancora tutte e tre, naturalmente. Per sempre. O forse non amo loro, ma quello che hanno rappresentato per me. Tre donne che generano sentimenti diversi, ma sempre forti.

Per necessità, due di loro le tengo a distanza - più d’una attorno a me complicherebbe troppo la mia vita, la mia vita realizzata, completa, felice. Ho tutto, tutto quello che volevo. Non la perfezione, quella non è di questo mondo, ma una ragionevole felicità, quello che potevo sperare e forse anche un po’ di più.

Poi però a volte incontro una delle altre due, e allora è come quando il sole scompare, coperto da nuvole cupe, e il vento si alza. Fulmini illuminano l’orizzonte, e mi spaventano, minacciando il mio equilibrio, attentando alla mia felicità. L’elettricità mi rizza i peli del collo e delle braccia, e il cuore trema.

In quei momenti, e solo in quei momenti, mi sento veramente vivo. E quando passano, rimane lo struggimento, il desiderio per qualcosa che non si può avere, o si ha paura di avere. Doloroso eppure dolce, effimero ma affascinante come l’arcobaleno dopo una tempesta.

Abbiamo tutti fatto una scelta, prima o poi nella vita. Qualcuno non tornerebbe indietro, altri sì, ma il dubbio rimane sempre: se avessi scelto diversamente?

Ogni scelta importante, giusta o sbagliata, è un peso, una pietra sul cuore. Apre una strada e ne chiude un’altra. La sensazione di poter tornare indietro al bivio, o al crocicchio, e poter scegliere di nuovo, anche sbagliando, non è forse qualcosa di meraviglioso?

La domanda mi tormenta, e non mi voglio dare una risposta per non perdere questa sensazione, questo struggimento. Voglio rimanere ancora un po’ perduto nei miei sogni e nelle mie fantasie.

sabato 6 giugno 2015

Sei Ore

malasanità

C'era una donna con un libro. Assorta, immersa nella sua lettura, come avulsa da tutta l'umanità che le stava attorno. Come immune alla passione dell'attesa.
C'era un ragazzo nero, alto almeno un metro e novantacinque. Bello, pelle nera come l'ebano, fisico atletico, vestiti da hipster e cuffie supersize bianche, aggiustate con lo stotch. Aveva un occhio che continuava a strizzare. Parlava con un minucolo cellulare, bianco, in una lingua sconosciuta.
C'era una signora bassa e grassa. Era venuta il giorno prima perché le avevano ricoverato il marito. Ora accompagnava il figlio diciassettene che era caduto dalla moto. Soffriva di vene varicose e i piedi sembravano due palloni. Non smetteva un secondo di parlare, con chiunque avesse di fianco. "Questi sono i numeri di padre Pio" aveva detto, mostrando il biglietto della coda. 0685. 1968, l'anno in cui è morto. 5, il mese in cui è nato.
C'era Mohammed Samir Sotokes. Leggero accento straniero, ma non riconoscibile. Fascino da vendere, nonostante i suoi cinquant'anni passati. Occhi sottili e naso acuminato come Lee van Cleef. Capello lungo grigio, raccolto in una coda di cavallo, e pelle abbronzata. Mohammed Samir perché la madre era egiziana. Sotokes perché in Egitto sui documenti non riuscivano a scrivere Sophokles, il cognome del padre greco. Aveva il mal di schiena e non riusciva a dormire. Non poteva permettersi di fare delle radiografie in urgenza privatamente.
C'erano due zingari. Uno era ubriaco marcio, e gli sanguinava la testa bendata con una garza di fortuna. Parlava con la voce autoritaria del capo, ma parlava solo zingaro. L'altro, il traduttore, era un mendicante storpio. Una gamba era normale, l'altra si piegava al contrario, come quella di un satiro. Basso, scuro, peloso, occhi spaventati. Diceva che il suo compare aveva bevuto ed era caduto. E che non voleva fare la TAC alla testa. Poi l'hanno convinto a farla. Era a dorso nudo, sul lettino, sudato e mezzo ubriaco, le braccia coperte da tatuaggi artigianali, la testa fasciata, ma lo sguardo di sfida del nomade non si piegava. Lo storpio invece si guardava attorno, le pupille nere come il carbone attratte ogni attimo dal bracciale d'oro di una signora che, nervosamente, lo faceva passare tra le mani.
C'era una bella signora, vestiti eleganti, tacchi alti, l'età completamente mascherata dalla chirurgia plastica. Solo la pelle rivelava che doveva aver sorpassato i cinquanta. Suo padre era caduto in casa. Un signore elegante, alto e magro, parlava solo dialetto napoletano ma del tipo nobile. Nessuno gli teneva testa, e anche la figlia doveva tenersi a distanza per evitare le sue lamentele sul servizio.
C'era una donna in carrozzina. Era così magra che si riconosceva la forma del teschio nelle sue fattezze: gli zigomi, il mento, le arcate sopraccigliari. Era con due poliziotti, che non trovavano nessuno a cui lasciarla. Ma serviva una persona responsabile. La donna non voleva dare nessun numero di congiunti. Le avrei dato settant'anni, prima che acconsentisse a dare alla poliziotta il numero della madre, a patto che non la facessero venire. Voleva bere, ma non dal bicchiere che le avevano offerto; voleva una bottiglia d'acqua, ma non fredda come quella che le avevano portato. La poliziotta rimase al telefono con la madre mezz'ora. Nel frattempo la donna fu portata in psichiatria. Lo sguardo della poliziotta era di sollievo.
C'era una donna dalla pelle scura su una barella. Era svenuta, e aveva lividi e tagli sul viso. Al fianco la vegliava il marito. Poteva essere pachistano, o bengalese. Pregava, in silenzio, tenendole la mano, nei suoi occhi la paura.
C'erano due signori anziani, uno col bastone e i baffi, l'altro con il fiato che mancava. Avevano passato gli ottanta entrambi, erano vestiti in modo semplice ma dignitoso. Niente mogli, niente figli con loro. L'infermiere gli aveva detto che il tempo previsto d'attesa per essere visitati da un medico era di quattro ore e mezza.

Io ero lì da oltre quattro ore e mezza. Mi vergognavo quasi di essermi presentato per un lieve disturbo che, tuttavia, mi preoccupava. Il medico mi aveva rassicurato, l'infermiera aveva scherzato con me.

Mentre camminavo fuori dal pronto soccorso, all'una meno un quarto di notte, l'aria fresca di inizio giugno mi accarezzava la pelle facendomi rabbrividire. Quand'ero uscito di casa il sole era alto. Da allora non avevo mangiato. Non avevo bevuto. E come me, gran parte della gente in quelle stanze.

E non riuscivo a smettere di pensare, smettere di sentire, che esisteva un'Umanità unica, di cento età e colori, accomunata semplicemente dalla propria condizione. La caducità. E ognuno, tutti quelli che avevo visto e sentito quella sera di giugno, tutti quelli che avevo mai incontrato in tutta la mia vita, ne facevano parte. Me compreso.

martedì 1 gennaio 2013

L'Anno della Compassione

Day 68 :: touch

L'Anno della Bellezza Esteriore è finito, e non è stato un cattivo anno. Un anno intenso di lavoro e di nuove esperienze, in cui ho realizzato parecchi dei miei obiettivi yogici, tipo che ora ho dei capelli lunghi e presentabili, mi vesto più decentemente, mi prendo più cura di me stesso senza uno sforzo particolare, e soprattutto la dieta sta funzionando. In estate ho perso parecchio peso e questo, oltre a migliorare la mia immagine, mi ha fatto sentire meglio anche a livello di salute: più energetico, meno incline alla melancolia. L'autunno e poi l'inverno hanno in parte annullato i miei sforzi, ma continuo a mantenere una certa disciplina e una forma fisica migliore di quella dell'anno scorso. Cosa più importante di tutte, ho esplorato nuovi limiti del mio corpo fisico, e in questo l'hatha yoga mi ha dato una bella mano.

Ora l'anno è finito, e guardo al 2013 con aspettativa: cosa porterà? Che anno sarà questo? La decisione è stata presa pochi giorni fa. Determinanti sono stati alcuni fattori: anzitutto il mio lavoro, che mi permette di viaggiare e incontrare persone sempre diverse per età, esperienze, luogo, razza, religione. Ciascuno di loro ha sempre qualcosa da rivelarmi, nel bene e nel male, su come vivere la vita.
Nelle ultime settimane mia nonna ha cominciato a stare male: mentre il suo fisico di 95enne non sembra soffrire il tempo che passa, la sua mente è assente e non elabora più le percezioni del corpo: non riconosce le persone, non ha più cognizione del tempo, e in generale è in preda alla confusione di un cervello che non funziona più come dovrebbe. Quel che mi ha toccato di quest'evento non è affatto mia nonna: il suo tempo è arrivato e si prepara ad attraversare la soglia. Piuttosto sono i miei familiari che la assistono, e le loro reazioni, che hanno stimolato la mia curiosità: ciascuno a suo modo vive il dolore di una morte prossima, chi immergendocisi chi ignorandolo, e lo stress di prendersi cura di una persona che non è più sé stessa, ma verso cui si porta un amore viscerale che solo la prossimità di sangue permette.
Un terzo elemento di riflessione è stato il Krsnas celebrato pochi giorni fa: un bagno di folla inusuale, che ha impedito i tradizionali discorsi sulla trascendenza ma, a modo suo, ha portato comunque effetti trascendenti ai partecipanti facendo emergere in ciascuno di loro elementi di personalità a me sconosciuti, e forse sconosciuti anche agli altri. Mi è capitato di scoprire che non conoscevo così bene i miei amici più stretti – o meglio – non comprendevo così bene la loro evoluzione recente.

Queste esperienze stanno facendo sorgere in me uno strano desiderio di umanità, strano perché il mio carattere sino ad oggi ha sempre teso alla solitudine dell'eremita. Questo desiderio è stato rafforzato dall'esempio e dagli scritti del cardinal Martini, recentemente scomparso: leggendo le sue lettere pastorali, in questi giorni, scopro nuove dimensioni della spiritualità, comprendo all'improvviso che la Divinità non si trova solo nella solitudine del Deserto, ma anche nella confusione di Babilionia, esplorando la meraviglia dell'essere umano e della sua complessità, dell'unicità di ciascuno di noi, in varie dimensioni, così tante che nessuno può comprenderle tutte. Davvero in noi c'è una scintilla divina che trascende i limiti della nostra mente mortale.


Burst of Red

Vorrei che il 2013 fosse l'Anno della Compassione, un anno dedicato a comprendere gli altri, l'umanità, e imparare indirettamente dai loro successi e dai loro fallimenti. Una comprensione che non guarda tanto ai gesti esteriori e superficiali ma punta allo spirito, alla parte più profonda e sacra dell'uomo, quella parte che è buona perché l'errore del male viene dopo, ed è nella conseguenza della volontà, e non nel desiderio originale. Un buttarsi del mondo dopo un periodo di relativo isolamento spirituale, per cercare anche di mettere alla prova me stesso e cercare di non perdermi nel vortice della vita mondana, nella confusione di mille menti perdute che cercano la loro strada. Non sarà un Anno semplice, ma le sfide complesse sono anche quelle più stimolanti, e io mi sento pronto. Auguratemi buona fortuna, come io la auguro a voi!

Cyclone Day - Chennai Marina Beach

sabato 1 settembre 2012

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini.

Anzi, Carlo Maria Martini.

E Carlo Maria Martini.

E anche Carlo Maria Martini. Non potrei scrivere di meglio.

Sono stato a guardarlo, stasera. Un guscio vuoto, addormentato, sotto la cupola del Duomo di Milano. La sua morte, il suo trionfo. Fuori, la prima pioggia da 3 mesi a questa parte, l'annuncio della fine dell'estate.

Oggi il cardinale mi ha dimostrato che tutti possiamo essere grandi, nel nostro piccolo, e cambiare il mondo. Anche un uomo onesto nelle azioni e ancora prima nel pensiero, un uomo d'azione e di fede e di filosofia, ma soprattutto di cuore. Mi ha mostrato che i buoni alle volte vincono, anche nel tempo in cui viviamo oggi.

Una lezione impagabile ad impegnarsi e ad avere Fede. Grazie, cardinale, grazie.

sabato 10 marzo 2012