domenica 19 marzo 2006

Silenzio

Shenyang

Sono a Shenyang, e il cielo del Nord è blu e senza una nuvola. Il vento soffia forte e freddo, e il sole invernale illumina i palazzi di vetro e cemento, simbolo del Partito Comunista e della nuova industria pesante. Nelle strade, negozietti e bancarelle vendono delizie della cucina locale, souvenir, e qualunque altra cosa sia possibile commerciare, e pubblicizzare con pacchiane insegne rosse e dorate.


 


 La mia pancia piena di meravigliosi jiaozi, tesoro della cucina locale, mi siedo su una panchina a fumare una zhongnanhai, alle mie spalle il palazzo reale dei Manciù, una Città Proibita in miniatura voluta dalla dinastia dei Qing per glorificare lo loro origini.


 


Mi godo il silenzio. L’unico suono è il vento. Gli unici colori sono il grigio della pietra e del cemento, il verde dei sempreverdi, e il blu, il blu senza macchia del cielo. La gente passa e mi guarda sorridendo. Qualcuno azzarda un “hallooo?”, e ride stupido se gli rispondo con un “ni hao!” dal marcato accento settentrionale.


 


Questa è la mia Cina, la sonnolenta vastità del Nord, non il caos della Babilonia shanghainese. Mi sento finalmente un po’ a casa. So che è qui che un giorno ritornerò.

giovedì 16 marzo 2006

Gentilezza

Spingo il carrello all’interno del Carrefour, affollato come lo può essere solo in un sabato di pioggia. Altri clienti mi urtano, mi spingono, mi superano e si piazzano davanti a me mentre esamino la merce. Giovani assistenti cinesi mi guardano imbarazzate, indecise se tentare di aiutarmi con il loro shanghainese in mezzo al caos dei detersivi per la casa, o lasciarmi in balia dei miei dubbi amletici sulle differenza tra un detergente per vetro e uno per metallo.

Alla porta, la gente attende con l’ombrello aperto l’arrivo di un taxi, evento quasi impossibile in un sabato di pioggia. Divertiti, molti guardano il mio carrello così pieno di acquisti – piumoni, lenzuola, secchi per l’acqua, stoviglie – chiedendosi, come faccio io, se ce la farò mai a sopravvivere a questa giornata. La strada è a venti metri da qui, venti metri di buio e pioggia, ed è vietato spingere il carrello oltre la soglia.

Allora tento la fortuna: abbandono il carrello e, aperto l’ombrello decorato a gattini, l’unico trovato sotto la pioggia, mi lancio verso la strada, e per miracolo fermo un taxi.
“Si può?” chiedo.
“Si può” risponde il tassista.
“Allora aspetti che prendo le mie cose” dico.
Apro la portiera, in modo che non scappi, e corro indietro verso il carrello incustodito. Quando sono a metà strada, bombardato dalle gocce, un ragazzo sui trent’anni tenta di infilarsi nel taxi al posto mio. Il mio grido – “Quello è mio!” – lo spaventa e lo scoraggia. Vedendomi arrivare di corsa con una montagna dentro a un carrello, il tassista scende e apre il baule. Mi aiuta a caricare, incurante della pioggia; allora anch’io getto l’ombrello e comincio a caricare con due mani.


Viaggiamo fradici verso casa mia. Negli intervalli in cui non devo spiegargli la strada, mi racconta di un suo amico franco-canadese che non vede da anni, e di quanto si possa essere amici tra cinesi e stranieri. Davanti al mio condominio, privo di accesso per veicoli, il tassista scende e mi aiuta a scaricare. “Ti aiuto a portar la roba dentro” mi dice. “E’ troppa anche per tutti e due da portare” obietto incerto. E’ allora che la soluzione che solo un cinese avrebbe potuto trovare lo illumina: infila i sacchetti alle due estremità del mocio, li soppesa, poi si appoggia il bastone alla spalla e a mo’ di contadino sotto il monsone parte con una vagonata di chili sul groppone. Incredulo, metto lo scatolone delle stoviglie sotto il braccio, sollevo il piumone sotto vuoto e lo inseguo, guidandolo nel buio del cortile verso la porta della scala. Se ne va sorridendo, lasciandomi nell’atrio con la mia roba. Alle mie spalle, la porta di sicurezza che porta agli ascensori; una porta a chiusura automatica.

Un signore anziano, che fuma solitario nell’atrio, estrae una chiave, apre la porta, e senza dire nulla comincia ad aiutarmi a portar tutto in ascensore. Al mio grazie risponde con un cenno, senza toglier la sigaretta di bocca. Finalmente, dopo la lunga ascesa, arrivo in casa e scarico le tonnellate di acquisti per il nuovo appartamento. Non ce l’avrei mai fatta a portar tutto questo senza l’aiuto spontaneo di sconosciuti.

E' anche per questo che, nonostante tutto, amo questo popolo. Con tutti i loro difetti, sanno essere generosi come pochi, e in mezzo a loro mi sento sempre al sicuro.

lunedì 13 marzo 2006

Welcome Back

Just as I’ve been surprised by my friends’ welcome in Milan, even more I am startled by what is happening in Shanghai, my personal hell on earth. Most of the people I know still remember me, and after a brief or long chat about what’s been going on in those long four months I’ve spent in Italy and they spent here. And all of them, as our meeting was to end, flashed me with a spontaneous greeting:

“Welcome back”

As I relax in my new, gorgeous apartment, my den in this endless chaotic metropolitan jungle, I like Shanghai more and more. To live in the city downtown, a nice house all for me, with nobody to share and compromise with, stripped of all negative relations I’ve been bound to last year, an interesting job, a decent wage, and many friends. I feel good.

And so, let me surprise you in turn, by saying “welcome back” to myself. After long suffering of the soul, maybe I purged myself and my life of negative energy, and with renewed enthusiasm and energy, I start my new life in the Great Whore, Shanghai. Just as I always have felt uncomfortable with whores, until I came to know some of them, all the same, I’m starting to get along with this city. Constructive attitude may be the key to it all. I passed my test, and now I’m happy.

Welcome back to me. A new life is just about to begin.