venerdì 31 dicembre 2004

La Pubblicità

La prima volta che sono stato a Pechino ho fatto un sacco di foto, ma una di quelle che più colpisce le persone che le guardano è uno scorcio di Chaoyangmen, non lontano dai magazzini Landao. Si vede una strada ampia, piena di macchine, biciclette e bus, fiancheggiata da grattacieli ipermoderni, e grandi manifesti. "Cosa pubblicizzano?" chiede la gente. "Il regime" è la risposta "sono slogan di propaganda politica a favore del Partito Comunista Cinese".
 
La gente si indigna che nel XXI secolo esistano ancora cose del genere, e anch'io rimasi scosso la prima volta che le vidi. Però, pensiamoci bene: che differenza c'è con la pubblicità? Ora, lasciamo da parte il discorso sulla verità e sull'indipendenza degli organi d'informazione: è superfluo, siamo tutti d'accordo sul fatto che dovrebbero essere indipendenti e non controllati politicamente. Ma veniamo alla pura parte promozionale. E' un caso che tutti quelli che vedono la foto credano che si tratti di manifesti pubblicitari?

La propaganda di questo tipo, le scritte "Il Partito è la Voce del Popolo", o "Il lavoro del suo popolo renderà la Cina grande", o ancora "La modernizzazione è un cammino luminoso" sono pubblicità. E la pubblicità è propaganda di un prodotto. I Paesi democratici hanno una sorta di tabù nei confronti della propaganda politica in regimi non democratici. Ossia, se il Partito loda la sicurezza ottenuta nella Repubblica Popolare, compie un orribile peccato contro l'umanità. Ma a ben pensare, la democrazia capitalistica non fa lo stesso? Il bombardamento pubblicitario cui siamo sottoposti in ogni momento - radio, TV, internet, manifesti per la strada, volantini - non è in realtà espressione di un sistema fondato sul consumo di beni, e che si regge e si perpetua grazie alla pubblicità (senza, a chi verrebbe in mente di andare a comprare tutta quella roba inutile?).
 
E' propaganda consumistica, capitalistica, propaganda né più né meno di quella che si vede ai lati di Chaoyangmen. Se non possiedi, non conti. Se non compri, sei un emarginato. Se critichi sei malvagio, anzi comunista invidioso perché tu, inetto disoccupato, vorresti in realtà avere le cose che possiedono gli altri. Quando di parla di democrazia… 
 
Sì, la mia è una provocazione - in Italia non verrà a trovarmi la polizia a casa con i bastoni elettrici, se tiro un pomodoro sulla gigantografia di Megan Gale con il suo nuovo cellulare. Però, in piccolo, il principio è simile. Il bombardamento di informazione per inculcare nei soggetti-obiettivo l'attaccamento al sistema, per adattarli, uniformarli, favorire l'accettazione, e ricordare in ogni momento che il sistema economico-politico è uno, uno soltanto, giusto, perfetto, e immutabile. 
 
Uno dei motivi per cui amo, adoro la Cina, è che non so leggere. Sono analfabeta. Per la verità, so leggere quanto basta: so distinguere un ristorante da un barbiere e un supermercato da una stazione di polizia. Ma non capisco la pubblicità, né quella stampata né quella trasmessa via radio o TV. Vivo di fatto senza essere irritato ogni santo giorno dai personaggi dell'immaginario pubblicitario: la ragazza dei cellulari, il cane della carta igienica, il bambino dei sofficini, il manager figaccione delle banche. Mi dimentico della loro esistenza. Di più, non sento nemmeno i discorsi della gente per strada, ignoro totalmente i loro futili problemi, i loro lamenti fini a sé stessi, le loro battute sconvenienti. Tantopiù che, essendo straniero, bianco di carnagione, barbuto e con i denti a punta, i capelli ricci e gli occhi verdi, la gente ha paura a rivolgermi la parola e nemmeno mi guarda per discrezione o timore di attrarre il mio sguardo di barbaro. 
 
Vivo in una situazione di isolamento assoluto. Pechino è solitudine. Quando guardo il cielo, azzurro e sereno 300 giorni l'anno, mi sembra di sollevarmi da terra e perdermi in esso. Perché, in quell'assenza di distrazione, in quel silenzio completo, in quella solitudine impossibile da rompere anche volendo, io PENSO. 
 
E mi sento vivo, mi sento felice, mi sento uomo libero. Posso riflettere, scrivere, scegliere in assoluta indipendenza. Io sono me stesso senza compromessi, sono non già il nome che mi è stato assegnato alla nascita, ma quello che mi è stato dato da un'amante cinese nel mio ventunesimo anno d'età. Kuang Biye - la terra selvaggia, il deserto incontaminato, la landa senza fine dove mai nessun uomo ha tracciato sentiero. Uno spirito libero. 
 
Allora? Non ci siete ancora? Spegnete la televisione. Stracciate i volantini che vi offrono. Date fuoco ai cartelloni pubblicitari, e cominciate con quelli delle multinazionali. Con le loro informazioni inutili e i suggerimenti ossessivi, stanno sopprimendo la vostra coscienza, stanno limitando la vostra capacità di pensare e quindi il vostro libero arbitrio. Soffocano la vostra umanità.
 
SVEGLIA!

giovedì 30 dicembre 2004

Mezzi e Fini

La Felicità… tutti la cercano, pochi la trovano. La Gioia, la Serenità, la Beatitudine. Ho conosciuto poche persone veramente felici. Di solito, sono molte di più quelle che si vedono in televisione - quelle reali, le conto sulle dita di una mano.
 
Tutti comunque continuano a cercare la felicità, me compreso. Cerco di leggere i miei desideri più profondi, più forti, e faccio le mie scelte su questa base, usando intuizione ed esperienza. Sono auto-ricettivo, in un certo senso - se volete, la coscienza che ho di me stesso è relativamente elevata.

 
Non è così per tutti. Lo è per pochi, anzi. In un mondo di materialismo e consumismo, gran parte dei bisogni che percepiamo sono indotti, e il modo di saziarli è suggerito in modo subliminale dalle migliaia di informazioni da cui siamo bombardati in ogni secondo di veglia. Ferma una persona per strada, e informati sui suoi obiettivi: molto probabilmente, ricadranno entro una delle categorie che, nella coscienza collettiva, definiscono le cose che rendono felici.
 
Una bella famiglia, una bella casa, dei begli amici, una bella carriera, una bella auto, un bel cellulare, un bell'aspetto, una buona salute, tanto divertimento. Obiettivi chiari in mente, razionalità: scopi chiari per un'azione incisiva e pragmatica. "Io bene chiaro in mente quel che voglio, e lo otterrò" dicono tante facce televisive americane e ormai anche europee e asiatiche. "Diventerò un cantante!" "Sarò ballerina!" "Diventerò famoso e farò un sacco di soldi!" "Mi divertirò come non mi sono mai divertito". Bravi, bravi.
 
Mi ricordo di Leroy, il ballerino nero di Saranno Famosi. Alcuni anni fa, vecchio e con la pancetta, ballava per pochi spiccioli da Burger King in piazza Duomo, facendo il suo show e intrattenendo adolescenti ed extracomunitari impigriti sugli scomodi tavoli o scalpitanti e nervosi nelle file per la cassa. Qualche mese fa Leroy è morto di overdose, dopo una bella depressione durata parecchi anni.
  
L'aneddoto è emblematico di una situazione diffusa: gente che insegue grandi sogni e li raggiunge anche, per poi raggiungere uno stato di dolorosa disillusione e risentimento nei confronti del mondo. E mi chiedo: perché qui? Perché nei paesi benestanti, dove tutto sommato abbiamo tutto ciò che ci serve, e non nei paesi dove si sta veramente male? Forse i poveri non sognano? O semplicemente sognano meglio?
  
Il mondo benestante - America, Europa, Giappone, e ormai anche le città dove esiste una comunità cinese grassottella - Pechino, Shanghai, Hongkong e Singapore, è frustrato, triste, grigio, insoddisfatto di sé stesso e di un universo che non sa essere abbastanza generoso e piacevole. I benestanti sono in media molto più soggetti a una serie di patologie psicologiche come la depressione, l'anoressia, la bulimia, l'insicurezza, gli attacchi di panico. Come mai invece i poveri, che lavorano doppio e sono pagati un ventesimo, sorridono più spesso?
  
In verità, il mondo ricco, ed essenzialmente il mondo occidentale, ha commesso un errore enorme, un errore che data fin dai tempi dell'antica Roma e dei popoli mediterranei, e che si sta diffondendo nel mondo come una malattia che ha per vettore il benessere materiale. Mentre infatti l'India e la Cina legavano i fini della vita alla trascendenza, alla tradizione, al dovere morale, nel Mediterraneo esisteva un edonismo spudorato che poneva i piaceri terreni avanti a tutto, nella prospettiva di un aldilà che non stava a guardare al dettaglio nell'assegnare il posto alle anime. Mentre altrove l'edonismo era tollerato, ma mitigato da visioni che lo romanticizzavano, a Roma non si tentava di rendere l'universo più bello o più giusto - "prima che l'Averno ci inghiotta, godiamocela come possiamo". Non che non esistessero fior fiore di scuole filosofiche in Occidente - cito gli stoici e gli epicurei per tutti - ma la loro importanza fu sempre in secondo piano, e l'assuefazione al materialismo era quasi generalizzata in chiunque se lo potesse permettere.

 La reazione a questo materialismo pagano, decadente e amorale, fu la rivoluzione cristiana, che essenzialmente arrivò a identificare piacere e peccato, separando nettamente vita spirituale e vita mondana. Quando il Medio Evo finì e il cristianesimo perse il suo slancio riformatore, la coscienza occidentale era ormai formata e segnata. Chi accetta il mondo, rifiuta la comunione con il divino. Chi si dedica allo spirito, rifiuta la materia per definizione. Le due cose non sono compatibili, tutti pensano: bisogna scegliere o uno o l'altro.
  
Ora, l'accettazione della vita mondana e il rifiuto dello spirito creano un appiattimento di prospettive notevole, perché erroneamente portano a credere nella non esistenza di un piano "altro" rispetto alla materialità. Anche la psicologia più in voga oggi cerca di ricondurre la felicità a processi meccanici e reazioni chimiche, in modo piuttosto miope.
  
Ecco allora che l'approccio al piacere, alla felicità, si banalizza nella ricerca di oggetti materiali o situazioni concrete viste nella loro oggettività. Di qui l'errore: il credere che la felicità sia generata da una bella famiglia, una bella casa, dei begli amici, una bella carriera, una bella auto, un bel cellulare, un bell'aspetto, una buona salute. La relazione è automatica, meccanica, una reazione chimica, un processo causa-effetto lineare.
  
L'errore di prospettiva dell'Occidente, e ora del mondo benestante, è l'aver confuso i fini con i mezzi.
  
La gente ha pretese. Quando ottiene un bel partner, o la fama, o il denaro, si aspetta che la sua vita cambi improvvisamente, che puf!, il mondo diventi d'un tratto rosa e petali rossi cadano dal cielo. Quello che accade nella pratica è che all'ottenimento dell'obiettivo tanto agognato seguano insoddisfazione e disillusione.

La felicità è qualcosa di raro, sottile, sfuggente. Non si compra, non si ottiene come le caramelle. Bisogna cercarla, desiderarla, impegnarsi nella sua ricerca. Bisogna coltivarla come un fiore e raccoglierla come rugiada da un filo d'erba.

Una famiglia per essere felice richiede impegno, presenza e affetto. La fama richiede talento, sicurezza in sé stessi, e autoironia, o si finirà per montarsi la testa e gettare tutto all'aria. Il denaro richiede disciplina, generosità e una buona dose di distacco dalle cose materiali, o diventerà una prigione, una costante preoccupazione, o semplicemente si esaurirà a causa di spese folli. Una relazione d'amore… ne richiede di cose, per funzionare bene una relazione d'amore!

E allora a questo punto possiamo arrivare a una conclusione: tutte le cose materiali che possiamo ottenere non sono né buone né cattive, ma sono solamente dei mezzi, degli strumenti. Di per sé, non fanno nulla: siamo noi che dobbiamo utilizzarli a dovere per raggiungere il fine, lo scopo: la felicità. Non è facile, richiede impegno, talento ed esperienza. Però paga. Paga un sacco, ma questo sono sicuro che già lo sapete.
 
Quindi il consiglio è questo: sognate, ma non illudetevi. Il cammino per il posto dove volete arrivare è difficile, e se non imparate a riconoscere la strada non arriverete mai in quel luogo. Più di questo, posso solo augurarvi buon viaggio, e che la vostra meta sia esattamente come la sognavate, se non migliore!

sabato 25 dicembre 2004

Idealizzazione

A casa di mia nonna, guardo un presepe. E' un presepe vecchio - mia nonna dice di averlo comprato prima che nascessi. E' minuscolo, un singolo pezzo largo quaranta centimetri e profondo venti, con la capanna, Giuseppe, Maria, il Bambino, bue, asinello e pastori, con altre case e alberi sullo sfondo. E' un bel presepe, lo adoro da sempre, fin da quando lo ammiravo in punta di piedi per vedere oltre il bordo del mobile, attaccandomi con le mani e alzandomi in punta di piedi. 
Anche adesso esercita su di me un fascino profondo, commovente, non dato tanto dall'attaccamento in sé a un oggetto, che appartiene a mia nonna e vedo una volta l'anno quando va bene. E' esteticamente bello. 
La capanna è una costruzione semplice: una casa idealizzata tagliata a metà perché si veda dentro. Le case sullo sfondo ritraggono un paesaggio che mi ricorda l'Umbria, con piccole costruzioni in pietra a tetti spioventi, e finestre quadrate, tonde e a archi a tutto sesto, posate sopra colli e monti e accompagnati da pini e abeti. E' come vedere un paesaggio medievale dell'Italia centrale, una valle di pastori che l'inverno ha spruzzato di neve. Il cuore della civiltà italiana e del cristianesimo medievale. 
Vedeste la Sacra Famiglia, poi… Giuseppe è biondo, con i capelli tagliati all'altezza delle orecchie e una barba corta e ben tenuta; occhi azzurri, carnagione chiara, zigomi alti, di portamento nobile anche in ginocchio. Sembra, nella sua tunica porpora, un signore longobardo, e gli mancano solo il cavallo e la spada, e me lo immagino chiamar cristiani all'adunata per liberare il Santo Sepolcro. 
E la Madonna… che bella, la Madonna, giovinetta nel fiore degli anni, bionda e con gli occhi azzurri. Il suo velo, pure azzurro, è quello d'una dama di corte, Regina del Cielo. Il Bambino è figlio dei suoi genitori… bianco, biondo e con gli occhi azzurri, lo stereotipo della bellezza occidentale. 

Un falso storico, penserete voi. Sì. Spudorato. Ma allora mi chiedo: ha veramente senso storicizzare la religione? Che senso ha sapere se Gesù è esistito oppure no? Il suo messaggio varrebbe di meno? 
Se Giuseppe avesse il naso adunco e la kippah, e fosse curvo per il lungo lavoro da falegname, e macilento per le privazioni subite, sarebbe meno santo? O più santo? 

La religione, vedete, è un barlume di trascendenza. Porta un messaggio che va oltre il bene e il male, oltre la vita, oltre la verità e la finzione. La religione è in ultima analisi estetica. Perché si crede nella Bibbia piuttosto che nel Corano? Hanno lo stesso valore… Cristo diceva una cosa, e Maometto un'altra. Nessuno dei due vincerebbe in un confronto all'Americana, perché entrambi, sia ben chiaro, hanno ragione, nei rispettivi punti di vista. 
La soluzione moderna è semplice quanto scientifica: se dimostriamo che Gesù è storicamente esistito, proveremo che il Cristianesimo è la religione giusta. Questo ragionamento sottintende una logica aberrante: volete dire che se scoprite che Gesù NON è esistito, allora il suo messaggio avrebbe minor valore? Cioè se il Nazareno non è stato crocifisso, allora la vita umana e il rispetto altrui sono importanti, sì, ma non così tanto come pensavate? 

La Religione è Fede, e la Fede è un'Idea, un Sentimento. Una Scelta. 
Io Scelgo di Credere, perché io Desidero farlo. E Desidero ciò che Amo. E Amo ciò che trovo Bello, ciò che mi piace. 
Ora, potrei mai credere in un Dio malvagio? O ingiusto? No! Dio è la proiezione dei nostri desideri. Chiedi a una parrocchiana, o anche a uno studente coranico, se il Dio in cui credono abbia qualche caratteristica negativa. Non ne avrà mai. 

Per esempio, il Dio Cristiano è sempre stato molto al passo coi tempi: quand'era ora di unire l'Impero apriva le porte a tutti coloro che lo adorassero, e sacrificava suo figlio per lavare i peccati dell'umanità. Mille anni più tardi seguiva invece la tendenza belligerante, e mandava i suoi angeli a infiammar le spade dei crociati. Recentemente, è tornato ai vecchi discorsi di pace e amore, e addirittura ha abbandonato le minacce. Non scaglia più piogge di fuoco e fulmini sui peccatori, nemmeno li minaccia con segni dell'Apocalisse come faceva prima. Ora è buono. Speriamo che duri. 
Non è tutto. Pensa all'attitudine verso le donne: una volta erano oggetti, oggi sono uguali. Pensa agli infedeli: una volta si bruciavano, ora ci si dialoga. Il sesso: una volta le spose non vergini si ripudiavano come sgualdrine, ora si accettano. Ed è tutto scritto sulla Bibbia, se leggi tra le righe! Il Dio cristiano è un buon politico. Oppure… è la Chiesa ad esserlo? La Chiesa è una buona politica, perché dà alla gente ciò che vuole, interpreta i desideri della Cristianità e gli dà forma attraverso l'opera di marketing più antica e di successo della Storia: Dio. 

Ora, se Dio è una proiezione dei nostri bisogni, che senso ha storicizzarlo? La Chiesa lo ha capito, infatti il Vangelo di Tommaso, il più antico e puro ai test scientifici e filologici, è stato dichiarato apocrifo. E' "più" storico, ma non contiene l'Apocalisse. Non menziona nemmeno la fondazione della Chiesa per suo ordine, e per dirla tutta, nemmeno il Paradiso e l'Inferno. 
Ma gli scienziati non hanno capito come funziona il gioco della religione. Gli scienziati AMERICANI, che vorrebbero misurar quanto ce l'aveva lungo Gesù… è meraviglioso quanta profusione e dovizia di dati storici riescano ad accumulare al fine di dimostrare NIENTE. 

Io continuo a guardare il presepe di mia nonna. Giuseppe longobardo, con la spada e il cavallo. La Madonna bionda con gli occhi azzurri, che più bella non ce n'è, con il suo bambino biondissimo. I pastori umbri, con i salami e le bocce di vino - Brunello, ne sono sicuro. Presto arriveranno i Magi, elegantissimi nelle loro vesti di velluto e oro, ciascuno da un angolo di mondo diverso, da solo e senza scorta, per adorare il Messia. Piccole luci elettriche blu, verdi e rosse, illuminano l'architettura medievale italiana e le valli solitarie dell'Appennino. 
Io continuo a sognare. Buon Natale.

venerdì 24 dicembre 2004

Lasciati scoprire

"Take my hand come back to the land
where everything's ours for a few hours
Let me see you stripped down to the bone
Let me see you stripped down to the bone"


Vieni fanciulla, e lascia ogni cosa dietro di te
Troppo pesante è la vita quotidiana sulle palpebre,
Chiudi gli occhi e lascia che i miei baci la lavino via,
Lascia che le mie parole sciolgano la durezza del tuo cuore

 
Abbandona ciò che ti circonda, dimentica te stessa
Non hai bisogno di queste cose per trovare la gioia
Allenta i lacci, sciogli le tue vesti,
Lascia che in questa notte le mie mani ti scoprano

 
Come un continente ignoto voglio esplorarti,
Come un universo che cela rischi e meraviglie
Voglio percorrerti da un capo all'altro,
E abitare nel tuo cuore, rifugio delle mie fantasie.

Arrenditi al flusso delle maree della tua coscienza
Viaggia sospinta dalle tempeste del tuo cuore
Cavalca il vento dei tuoi sospiri.

Chiudi gli occhi adesso, che sei tra le mie braccia.
Scaldati ai raggi dell'alba del tuo risveglio.

mercoledì 22 dicembre 2004

Tra un amico che perdo e un amico che avrò

Che bello far festa…

Sono solo tre settimane che lavoro qui, e solo ieri sera, alla cena aziendale, ho conosciuto la maggior parte delle persone che lavorano all’Associazione di Quelli che Macellano i Maiali e ne fanno Cose Buone Buone. Sono dei bei colleghi. Ironicamente, lo stesso giorno che li ho conosciuti, loro hanno appreso della mia prossima partenza. Ma che ci vuoi fare, è la vita.


Mi sorprende positivamente la mia crescita. Tempo fa, non li avrei apprezzati così in fretta, né avrei accettato la loro perdita con tanta calma. Sono più aperto mentalmente ed emotivamente, eppure ho un attaccamento minore alle cose e alle persone. Ho imparato che tutto passa, e tutto va. In una serata possono succedere tante cose, puoi scoprire persone fantastiche e puoi perderle. Basta esser dotati di spirito d’avventura, e cose così accadono tutti i giorni.


Il futuro è una landa nebbiosa ancora da esplorare, e anche se si vede poco, più si va avanti e meglio ci si muove, evitando paludi e aggirando montagne, trovando i sentieri nascosti e segreti che portano a giardini fioriti e laghi incantati. Ho i miei vecchi stivali pesanti e la mia cappa sbiadita e rattoppata che mi servono bene, un po’ di coraggio e tanta buona volontà, e in fondo non ho bisogno d’altro, per viaggiare dove voglio.

“Tra una botta che prendo e una botta che do,
tra un amico che perdo e un amico che avrò
che se cado una volta, una volta cadrò
e da terra, da lì, m’alzerò 
C’è che ormai ho imparato a sognare, non smetterò”

martedì 21 dicembre 2004

La Soddisfazione

Sono insoddisfatto. Un po’ per natura. Essere soddisfatti significa essere felici… ma la soddisfazione in un certo senso implica stasi, la morte della creatività e dell’immaginazione. Mi è capitato di essere soddisfatto in passato, completamente soddisfatto dico. In effetti ero felice, come non lo sono più stato da parecchi anni a questa parte. Spesso penso con malinconia a quei tempi, ma se non fossero finiti, ora sarei sempre fermo a quei giorni.

Non sarei andato in Cina, e nemmeno in India. Non avrei avuto tutte le ragazze che ho avuto dopo di Lei. Non avrei conosciuto la maggior parte dei miei amici attuali. Non mi sarei mai messo alla prova, e non avrei mai superato con le mie forze i problemi che mi sono trovato davanti. Se fossi ancora felice, sarei una persona peggiore.

“E' il prezzo che gli uomini hanno sempre pagato nell'ottenere un paradiso in questa vita: diventammo dei rammolliti, perdemmo la nostra tempra”
Muad'Dib, Dune, Frank Herbert

Quello che in effetti è innegabile è che la soddisfazione porti alla stasi. La soddisfazione, l’accontentarsi, l’accettazione sono in sé stesse un suicidio emotivo e intellettuale. Lo sapete anche voi, vero?
In questo momento sto lasciando il posto perfetto. Ben pagato, non eccessivamente pesante, interessante e dinamico, pieno di opportunità di incontrare persone e farsi conoscere, un buon rapporto con i colleghi e con il capo, un posto assicurato per anni e anni, con ottime possibilità di carriera …
Lascio tutto questo per l’ignoto. Sono pazzo, forse, anzi sicuramente, ma io me ne voglio andare. Non voglio vivere in questo paradiso. Ne sogno uno più grande, più bello, più mio. Se necessario, per trovarlo passerò dall’Inferno. Se necessario, lo creerò dall’Inferno stesso.

E’ il peccato di Lucifero: meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso. Come spesso accade, sottoscrivo pienamente con l’Angelo Caduto. Diciamocelo, Dio è noioso. I buoni sono noiosi. Pensaci: anche nella Divina Commedia la parte divertente è l’Inferno. Chi si ricorda Gassman leggere dell’Empireo?

L’Inferno è libertà, caos, indeterminazione. E’ tutto ciò che non ricade nella norma, nel dogma, nella legge divina. E’ la fantasia.

La saggezza nasce dall’esperienza, la passione dal desiderio insoddisfatto, la pietà dal dolore, il riso dalla sorpresa. Chi cammina fuori dalle vie del Paradiso è una persona migliore. Fai un po’ di calcoli anche con la realtà: è la guerra vittoriosa del germanico contro il romano, del mongolo contro il cinese, del nomade contro il sedentario. E’ la rivoluzione del proletario contro il capitalista, o dell’oppresso contro il tiranno che vive nel suo palazzo dorato. E’ la guerra di chi vuol cambiare le cose contro chi ha paura. Non ce la facciamo proprio a stare fermi.

E’ una sensazione che ti viene addosso. Come una scossa elettrica lungo la spina dorsale e sotto i piedi, che ti scuote ogni volta che stai fermo. Che ti costringe a pensare, a dire, a fare, che ti fa sentire come uno squalo, un predatore sempre affamato che se smette di muoversi muore, per collasso polmonare. Per respirare, devi nuotare.

Sappiamo tutti, quelli nati con quest’inquietudine, che se ci fermiamo potremmo ricadere da un momento all’altro nella massa stagnante da cui siamo emersi a fatica, e perdere la strada che abbiamo a lungo calcato, prima di raggiungere il Paese che cercavamo. E allora, camminiamo sempre avanti.

“Folk down there really don't care, really don't care, don't care, really don't
Which, which way the pressure lies,

So I've decided what I'm gonna do now.
So I'm packing my bags for the Misty Mountains
Where the spirits go now,
Over the hills where the spirits fly, ooh.
I really don't know."

domenica 19 dicembre 2004

E' una serata di vento a Milano

E' una serata di vento a Milano, come se ne vedono poche, e l'aria è fresca e frizzante. E' l'autunno che muore e lascia il posto all'inverno, danzando in turbini di foglie scure prima di essere da esse sepolto, sotto l'immobilità fredda dei rami spoglie e dei tronchi neri, stagliati contro il cielo blu.


Milano è una città simile a quest'autunno. Danza costantemente in turbini confusi e caotici, come un grande formicaio in cui l'attività non si ferma mai… si lavoro, si vive, ci si diverte, si crea. Ma è una città in fondo in fondo malinconica, la cui anima si avvicina giorno per giorno alla sua morte…

Non ci sono più milanesi. Quelli che rimangono si nascondono, oppure si atteggiano a stranieri. Milano non appartiene a nessuno, e nessuno sente di appartenere a questa città. C'è un gelo nel sentimento milanese.

Guarda le facce che passano per la strada: un impiegato nervoso, di corsa, ti ignora e ti spinge per superarti sulla scala mobile della metropolitana. Un accattone ti guarda come un cane bastonato chiedendoti della moneta, ma nel suo sguardo si vede bene il disprezzo che ha per te, il muro di divisione da lui stesso eretto per chi è diverso. Degli adolescenti paffuti e profumati ridono scioccamente mentre spediscono SMS con il loro cellulare all'ultima moda, sprezzanti di chi ne ha uno meno colorato. Un bambino zingaro suona meccanicamente la sua pianola a fiato, storpiando tutto il ritmo senza curarsi del risultato: anche la benedizione che offre è meccanica, forse nemmeno sa il significato delle parole che pronuncia. Lo fa solo per racimolare qualche moneta e portarla a casa. Un manager stanco ascolta la musica dal lettore mp3, perso nel loop dei pensieri di un cervello troppo stanco e di un cuore che non riceve gratificazioni, né è in grado di darne. Una vecchia signora si lamenta delle facce degli immigrati, stringendosi addosso la sua preziosa pelliccia da quattro soldi, storpiando le labbra pitturate di un rosso fuori luogo, indispettita per partito preso dal mondo e da ciò che vede nello specchio di casa sua.

Hai mai visto gente felice in metropolitana? Non gente che ride… dico felice, gaia, soddisfatta. Sembra che i milanesi passino dall'isteria alla depressione con grande abilità, ma è raro vedere persone con la serenità stampata in faccia.


Forse Milano è una città senza ambizioni. Conosco poche persone ambiziose. Qualcuna ha un grande desiderio, ma è ben conscia che per realizzarlo dovrà vendere buona parte della sua anima. La maggior parte si è già liberata di scomodi sogni, ed è contenta di vegetare nel possesso: in fondo, loro lo sanno, la felicità sta nel possedere una casa spaziosa, un lavoro remunerativo, un partner di bell'aspetto, e una compagnia d'amici divertenti. Scambiano il mezzo con il fine, risparmiano in fondo sulla felicità, e galleggiano in un oceano di frustrazione in cui l'unico sollievo sono il mal comune o le disgrazie altrui.


La realtà a Milano è troppo rigida. Anche se la prendi a calci, raramente la deformi. Sembra fatta di ferro freddo e scuro. Gli schemi mentali e i pregiudizi sono una prigione da cui è difficile sfuggire, e realizzare un ideale nuovo e personale.

La Canzone è flebile… ciascuno la suona da solo, e le superfici dure riflettono la melodia trasformandola in cacofonia. E nessuno la vuole ascoltare. Nessuno ha il tempo o la voglia di cercar la vibrazione nel caos della vita milanese.


Io me ne vado. Sono stufo, arcistufo di Milano, del suo accento cantilenante, delle facce stanche e piene di rancore, del determinismo delle persone, delle ambizioni materialistiche che uccidono lo spirito.

Me ne vado lontano, strappando le catene che mi legano a questo luogo, disposto a sanguinare un poco pur di forzare i legacci. Troverò un posto dove la realtà è un poco più docile e benevolente, e io possa diventare ciò che il mio cuore desidera. E allora suonerò la Canzone, accompagnato da altri strumenti, tessendo la melodia con altre conosciute e sconosciute. E la crosta cancerosa del mio cuore sarà lavata via da un pianto di gioia.