venerdì 29 dicembre 2006

Beatitudine

Nirvrti
E’ la notte del 23 dicembre. Nel silenzio nella notte l’unico suono sono il mio respiro e il suo. Attorno a noi le pareti rosa nascoste dal buio, e una luce azzurra che filtra attraverso la tenda.

Giaccio supino, sconfitto e vittorioso allo stesso tempo. Non riesco più a muovere un muscolo, spossato, alla mercé della dèa che mi sovrasta sorridente e selvaggia. Non ho alcun desiderio di muovermi da lì.

Non c’è nulla che mi vada di fare, nessun pensiero che mi disturbi, nessun bisogno che mi solletichi. Tutto ciò che voglio è continuare a esistere in questo momento, crogiolarmi nella mia esistenza, senza che nulla cambi. Il mondo attorno a me è quasi un quadro da ammirare, ma che non mi coinvolge nel suo insieme. Sono spettatore dell’universo.

Il vino e l’amplesso sono stati la scossa che ha strappato il velo dell’illusione, ed ora è come se fossi nato ancora, fuori dal mondo di prima e dentro uno nuovo. Respiro a pieni polmoni l’aria del nuovo universo.

La sua mano mi accarezza il petto su e giù, scaldando quello che l’aria rinfresca. So che questa sensazione presto finirà, e questa consapevolezza è l’inizio della fine di un momento. Mi lascio andare, quasi attaccandomi a me stesso, ma senza speranza. E’ un momento fatto per finire. Non mi scoraggio, tuttavia, cadendo preda della paura e della nostalgia. So che il momento, così come è già venuto, tornerà ancora.

mercoledì 29 novembre 2006

Inverno

Hutong d'Inverno

La fragranza dell’aria gelida nella strada mi penetra le narici. E’ aria secca, tagliente, che porta l’odore sottile del carbone bruciato. Il carbone che tricicli cigolanti ancora portano di casa in casa, per alimentare le stufe negli hutong. La gente cammina veloce, pensando alla propria casa, e percorre ignara la strada grigia, mentre l’Oriente rosa si fonde al blu dell’Occidente. Nella luce della sera che allunga le ombre, vecchi alberi ormai spogli pare pieghino i rami, come vecchi stanchi il cui capo cade sul petto mentre scivolano nell’incoscienza del riposo. Per mesi dormiranno, prima d’esser destati dal tepore primaverile venuto a interrompere il loro sonno sereno.

Le luci della case si accendono, vecchie lampade dalla luce tremolante, insegne colorate per attirar clienti. Da un forno di metallo sbatacchiato dal vento giunge odore di yangrouchuan’r. Le mani intirizzite scostano pesanti strisce di plastica che separano la strada dal ristorante, e attendono il contatto d’una tazza di tè caldo, in cui fiori secchi di gelsomino riprendan vita, infondendo l’aria tiepida nella stanza del loro profumo.

venerdì 15 settembre 2006

Like the Sun and the Moon



Sole e Luna


We travel on our own paths, which run on different trails,

when one is in the East, the other’s in the West,

we switch then, again and again, constantly running one after the other.

Destiny has set unfair rules over us, but these very laws can

At times be bent, or better broken, and paths may cross, though for a precious while.

Sitting alone in the middle of another nowhere,

I am waiting for the time of the eclipse when,

the world clad in discrete darkness, we may be together again,

joined in an embrace which no one else knows, yet leaves everybody speechless.

sabato 12 agosto 2006

Sotto le lenzuola

Mani

Le tue mani così all'improvviso
Si sono fatte strada
Fuori e dentro di me.”

Con le mani, Zucchero


E’ un momento imprecisato della mattina, una luce grigia già filtra dalle tende nella camera rosa. Dal sonno vengo portato al dormiveglia dalle tue mani che scorrono sopra il mio corpo nudo, sotto le coperte. Le dita affusolate accarezzano il mio petto, le mie braccia, le mie cosce, il mio sesso. Le tue labbra calde sfiorano il mio collo, e il calore del tuo corpo vicino riscalda il mio. Con gli occhi ancora semichiusi, poso un bacio a caso, che cade sulla tua fronte. Respiro il profumo dei tuoi capelli.

Poi ricado nell’oblio senza tempo da cui mi avevi tratto.


Qual è il confine tra il sonno e la veglia, quale quello tra sogno e realtà?

venerdì 14 luglio 2006

Thinking of Her

Thinking of His One Gopi

“Now in that very garden, Love’s great shrine

Where once a tender Spouse found perfect bliss

Fulfilled exceedingly, your Madhava

Is meditating once again on you;

He day and night recites your dulcet name

As though it were a pearl-strung rosary

Of holy mantras. Still he longs and sighs

For the sweet rapture of your close embrace

And for the heart’s deep draught of ecstasy.”

From Chapter 5 of Gita-Govinda, by Jayadeva



That moment is gone… but it will come again. And even if I long for it, I know in my heart that time is no big divide for love, which is eternal. I am waiting, and in that wait, I think of her.



“[...] a fair time that cannot be forgotten; and because it will not be forgotten, that fair time may come again.”

Arthur, Excalibur (1981)

Svegliato da lei

Succede spesso, ultimamente. O meglio, lo faccio succedere. Vado a letto presto quando lei esce, e lascio il cellulare acceso, mandandole un messaggio quando è occupata. Risponderà. Svegliandomi.

Succede sempre così, e lo faccio succedere apposta. Perché mi prende in quell’attimo di sogno, strappandomi dal mondo astrale a quello reale, con il riff di “In a Gadda da Vida” che segnala un SMS. Apro gli occhi nel buio, una luce azzurra proiettata dal telefonino. So che è lei. Cerco a tentoni, schiaccio meccanicamente il bottone conosciuto, ed ecco che il testo compare.

Un testo scritto parte in inglese, parte in italiano, parte in sichuanese. Ed è sempre dolcissimo. E’ come non essere usciti dal sogno, ma esserci ancora. Anche se gli occhi si aprono a fatica il sorriso mi si apre completamente, fuori e dentro, ed è come se lei fosse con me, come se mi accarezzasse i capelli, come se mi sussurrasse nell’orecchio parole d’amore.

Rispondo meccanicamente… due parole in italiano, due in inglese, due in sichuanese… poso il cellulare sul comodino e scivolo di nuovo nel sogno, o forse non ne ero mai uscito. Da una parte o dall’altra, cerco sempre d’esserle vicino. Mi addormento di nuovo, felice e sicuro come un bambino nel grembo della madre. Risponderà ancora. E io la sto aspettando.

martedì 11 luglio 2006

Tuffo nel Vuoto

Mano nella mano
E’ come un tuffo. Veloce, e senza freni. I freni ce li avrei anche, ma non li sto tirando. Ci siamo conosciuti meno di due mesi fa, a maggio. Ci siamo baciati meno di un mese fa, a giugno. Adesso stiamo insieme. Ci amiamo. Stiamo programmando un futuro nella stessa città.


Il fatto è che non ci sono ragioni per frenare. Non ci sono momenti di noia, di dubbio, di assenza. Non si litiga, non ci si arrabbia, non ci si ingelosisce mai al punto di perdere la lucidità. Va tutto bene, come non è mai andato.


E questo mi fa paura da morire. Sono un uomo, e senza falsa modestia posso dire di essere un uomo che di donne, ultimamente, ne trova parecchie. Ma sono anche fedele, e quindi frustrato. Il punto è, che anche se mi si presentano occasioni a rotazione, mai nessuna è come lei. E così la mia fedeltà tutto sommato non mi pesa più di tanto.


Ma una relazione seria… trasferirsi in una città insieme… costruire qualcosa di solido, serio… un futuro programmato. Convivenza, casa, matrimonio, lavoro, figli… mi sto cagando addosso, come quando si cade nel vuoto.


Ma allo stesso tempo, so che è quello che voglio. Il salto nel vuoto lo sogno da sempre. Una storia che è solida e romantica allo stesso tempo. Una donna che è intelligente, bella e affidabile allo stesso tempo. E innamorata almeno quanto lo sono io. Amare senza dare fuori di testa, essere perennemente felici senza dover passare attraverso i momenti spiacevoli legati alle storie d’amore. E’ perfetto, è un sogno.


L’altra mattina mi sono svegliato, e mentre ero nel dormiveglia, quel momento in cui i sensi percepiscono la realtà ma la mente li legge ancora come le percezioni oniriche, ho sentito quel desiderio che talvolta sento, un’emozione che posso solo descrivere come il bisogno del neonato per la madre che non si vede. La sensazione più forte che si possa provare e ricordare. E lei era lì, davanti ai miei occhi, addormentata serenamente. L’ho abbracciata e l’ho svegliata con un bacio. Mi ha sorriso. E quella sensazione ha trovato pace dentro di me, come l’altra metà dell’uomo palla mi completasse.


L’altra notte, mentre facevamo l’amore, il velo della realtà si è quasi stracciato, come quella volta in Francia del Sud nel lontano 1999. Le mie sensazioni erano l’unica cosa ad esistere, in un universo a sé. Ogni distrazione era scomparsa, la mia concentrazione prossima al satori, ancora una volta.


Tutto sommato, non riesco ad immaginare nessun’altra con cui lo farei, quel salto nel vuoto. E sono tanto curioso di vedere cosa c’è oltre quel vuoto. La mia destinazione non cambia, rimane sempre l’oltre. Ma il viaggio forse non dovrò più farlo da solo.


Mano nella mano, oltre quello che conosciamo oggi.

mercoledì 5 luglio 2006

Attesa




“Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.”

G. Leopardi, Il sabato del villaggio


Il processo della creazione è sempre un lavoro basato sull’Amore. Quando creiamo qualcosa di bello o di buono, mettiamo una parte di noi stessi nella nostra creazione, la carichiamo delle nostre speranze, dei nostri desideri, dei nostri ideali, insomma delle nostre energie. La passione è ciò che fa la differenza fra un artista ispirato e un banale produttore di copie.


In questi lunghi giorni, il vostro Krsna aspetta che la sua Radha lo venga a trovare dall’altro capo della Cina, e tiene tanto alla cosa che sta curando in maniera maniacale tutti i dettagli. La casa è pulita e fornita di tutto. Le camere sono linde, e un secondo cuscino fa bella mostra di sé sul letto. Gli abiti da mettere in quei giorni sono riposti nei cassetti perché non si facciano pieghe. Il frigorifero è l’apoteosi di tutta questa preparazione: frutta, verdura, uova; miele, gelato, panna montata spray; caffè artigianale; due tipi di pane, cinque tipi di salame, quattro tipi di formaggio; due bottiglie di vino, rosso e rosé; cinque tipi di pasta, tre vasetti di sugo pronto; olio, aceto, limone, salsa di soia, spezie mediterranee a volontà, aglio, cipolla, tonno e fagioli in scatola; carne surgelata; succo d’arancia e di pompelmo, latte di mucca e di cocco; cacao, tre tipi di biscotti, due tipi di merendine; e tocco finale, tiramisù con ricetta originale italiana, preparato alle 10 di sera del giorno precedente.


Basterà? L’asta d’incenso è pronta sul suo supporto, le candele sistemate sui loro piatti in attesa di essere accese. Ecco, lo sapevo che avrei dimenticato qualcosa… i fiori! Oggi pomeriggio…


Ho trasformato questa casa in un nodo di energie positive… tutto è perfetto, lieto, accogliente. In questa casa e in tutto ciò che è stato preparato, c’è il mio desiderio di lei, la mia speranza di un domani insieme, il mio Amore. E questa, oggi, è la mia creazione.

martedì 27 giugno 2006

She is Love

As transparent as clear water...

Oh, when the sunshine beckons to you
And your wings begin to unfold
The thoughts you bring and the songs you sing
Are gonna keep me from the cold
And if the soul is hidden among you
And its words may rule my soul
You can fill me up with what you've got
'cause my heart's meant to keep it old


She is love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe her when she speaks
Love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe I do believe her when she speaks


You read all my thoughts of passion
And the dreams of my delight
Whatever stirs my mottled frame
Well, you keep it warm at night
I don't know where you come from
And no, I haven't got a clue
All I know is I'm in love
With someone who loves me too


She is love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe her when she speaks
Love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe I do believe her when she speaks


She is love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe her when she speaks
She is love, and her ways are high and steep
She is love, and I believe I do believe her when she speaks


I do believe her when she speaks
I do believe her when she speaks
I do believe her when she speaks


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Oasis
Heathen Chemistry (1999)

domenica 25 giugno 2006

Mystical Machine Gun



Alien identities don't hide your pretty face from me,

You awoke to the riddle of your life but no-one was there for you,

Open to where you first began as a nicotine junkie, singing for a kodacam,

Are you glad to see how far you've come?

You're a wizard in a blizzard,

A mystical machine gun!


Watch the skies,

For the mystical machine gun fire.


Alien identities don't hide that special place from me,

You walked through a fire with a ten headed lion and turned on your destiny,

Open up, forget your life,

Breathe in, breathe out, retain a sense of suicide,

Are you glad to see how far you've come?


You're a wizard in a blizzard,

A mystical machine gun!


Watch the skies,

For the mystical machine gun fire.


Well you've got to be stronger now than them,

Now you've got to be strong

You'll be singing the song of life 'til then,

You'll just have to be strong.

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Kula Shaker

Peasants, Pigs & Astronauts (1999)

lunedì 12 giugno 2006

Febbre

Bacio
Ci sono ricaduto, ammalato ancora della vecchia malattia, e questa volta più grave delle altre volte. Non so se guarirò, e di certo non ho intenzione di provare a curarmi da questa nuova febbre gialla. E a chi mi darà dell’incoerente, rispondo con una citazione di un cantautore italiano che, ironicamente, ha scelto il nome di Mao:

 

E’ bello sentire febbre
sulla mia pelle sudore steso
sangue che bolle avere addosso
questa scossa di un ossessione
che non molla e intorno gira
l'universo sto ritrovando
il giusto verso così speciale
così normale e non m'importa
ciò che ho perso ora che il caldo
è passato lingua ribelle
è il mio alleato sono felice
di aver provato cosa vuol dire...


avere febbre



avere febbre


così speciale così normale
così importante la mia febbre
avere avuto la mia febbre
il gusto dolce della febbre
cosa vuol dire avere…


lunedì 29 maggio 2006

Incontri inaspettati

I Parchi e i templi di Sardanfu
“E quando l'uomo è ito 20 giornate per ponente, com'io ò detto, l'uomo truova una provincia ch'è ancora de le confine de' Mangi, e à nome Sindafa. E la maestra città à nome Sardanfu, la quale fue anticamente grande città e nobile, e fuvi entro molto grande e ricco re; ella giròe intorno bene 20 miglie.

“E sappiate che per mezzo questa villa passa un grande fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo miglio, ove à molti pesci, e va fino al mare Aziano, e àvi bene da 80 a 100 miglie, e è chiamato Quinianfu. In su questo fiume àe grande quantità di città e di castella, e àvi tante navi ch'a pena si potrebbe credere, chi nol vedesse; e v'à tanta moltitudine di mercatanti che vanno súe e giuso, ch'è una grande meraviglia. E 'l fiume è sí largo che pare uno mare a vedere, e non fiume.

E dentro da la città su questo fiume è uno ponte tutto di pietre, e è lungo bene uno mezzo miglio e largo 8 passi. Su per lo ponte àe colonne di marmore che sostegnono la copritura del ponte; ché sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle storie. E àvi suso piú magioni, ove si tiene molta mercatantia ed arti; ma sí vi dico che quelle case sono di legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quiv'è lo camarlingo del Grande Sire, che riceve lo diritto de la mercatantia che si vende su quel ponte; e sí vi dico che 'l diritto di quello ponte vale l'anno bene 1.000 bisanti d'oro.”

Marco Polo, Il Milione

 

 

Capita ogni tanto di dover compiere una scelta veramente ardua… che più ci si pensa, e più non se ne viene a capo. E poi, in un momento, la soluzione arriva da sola, nel modo più inaspettato.

 

E’ quello che mi è successo a Chengdu, in Cina centrale, in quella conca circondata da colli e montagne, ai piedi dell’altopiano del Tibet, dove nasce il Chang Jiang e dove crescono le fitte foreste di bambù in cui si nasconde il panda.

 

Un viaggio non programmato e nemmeno tanto desiderato in una piccola città. La telefonata a un’amica di Shanghai che c’è nata, per avere il contatto di qualcuno che mi porti in giro la domenica a fare il turista, visto che lavoro da fare non ce n’è neanche a volerlo, e la solitudine del viaggiatore comincia a pesare. Un SMS, un nome cinese, un numero di telefono.

 

Un incontro nella hall di un albergo dove i commerciali come me vengono a cenare, soli come impone il loro lavoro. Una serata a chiacchierare con una bottiglia di Bacardi Freezer al lime in mano, all’aria aperta di una notte di primavera inoltrata. E poi una giornata a visitar parchi e templi, e raccontar storie di monaci e imperatrici. Una cena in un ristorante di deliziose specialità della cucina locale. Un viaggio in risciò fino ai piedi della statua colossale di Mao Zedong che domina Piazza del Popolo. Un film hollywoodiano in inglese, con sottotitoli in cinese. E il giorno seguente un volo rimandato di proposito e un’altra cena in un ristorante italiano, e poi una lunga passeggiata per le strade della città.

 

Ed ecco la risposta, che chiude un problema che sembrava grande e ne apre uno più grosso. Perché io la mattina dopo lascio la città, e non so quando tornerò. Il mio viaggio continua, a malincuore, e non so quando la mia strada passerà ancora di qui, dove il mio cuore rimane. A Chengdu, dove il sole tramonta tardi, e l’alba non arriva mai in anticipo, forse per non disturbare il sonno del panda, o forse per donare un po’ di tempo in più agli innamorati.

mercoledì 24 maggio 2006

Great Hosannah

Wenshu Yuan, Chengdu

 

If we stand here together
And we see the world as one
We may think there's no future
But it's the same for everyone
It's like the world has lost its head
And it's like all the prophets said
But will we arise to a new worldIf we stand here together
We can laugh at what we've done
All our time has been wasted
And there's nowhere left to run
There may be trouble up ahead
Will we be sleeping in our beds
Or will we arise to a new world

Look for signs and portents
I'm looking for a reason to believe

Will we arise in our time
At the dawn of another meaning
Will we awake at the break of a great hosannah
Well if there's nothing left to do
Just hold your breath and hope it's true
That we'll arise

 

 

 

 



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Kula Shaker - K (1996)

giovedì 18 maggio 2006

Notte a Chongqing

Pipa Shan Gongyuan

E’ dopo una cena di huoguo che decido di mettermi in cammino, solo, per le strade di Chongqing, gigante dell’Occidente, Coda del Drago, quarta città della Cina con una popolazione quasi totalmente Han. Ci si sente davvero in Cina interna, nella notte di Chongqing, grandi alberi di canfora e baniani che proiettano la loro ombra su strade affollate di persone in abiti leggeri, taxi gialli tutti uguali e camion carichi di materiali o persone, che svolgono il loro compito notturno. Ci sono poche luci e gli odori sono forti, il più forte quello del chou doufu, il tofu puzzolente, che spesso scambio per quello di una stalla di suini.

Un taxi mi porta al Pipa Shan Gongyuan, lasciandomi davanti a una ripida salita a lato strada, chiusa da un cancello. Cinque yuan alla cassiera, chiusa nel suo gabbiotto, mi danno accesso ad una strada asfaltata buia, pendente e serpeggiante, fiancheggiata da grandi alberi e sterpi. Cammino incerto, cercando di evitare buche e impedimenti invisibili; ansimo per la fatica della scalata e sospiro ad ogni curva, da cui mi aspetto scendere una moto in corsa pilotata da un cinese. Mi arrampico alla cieca su antiche scale, fino a un bar rumoroso popolato da persone che si godono il fresco del parco in una calda serata di maggio, devono birra, giocano a carte e chiacchierano animatamente. Sulla cima, mi attende un patio illuminato, la cima di Chongqing, da cui si domina tutta la città, i suoi due fiumi, i ponti colossali e i grattacieli illuminati da mille luminarie d’ogni colore. Respiro a pieni polmoni maledicendo il vizio del fumo e benedicendo la decisione di tentare l’ascesa. In piedi sulla ringhiera di pietra guardo la città che tante volte ho sognato, e alle mie spalle due coppie di adolescenti scherzano rumorosamente, e due uomini d’affari scattano fotografie nella notte. E’ una città vitale, Chongqing, la gente non ha paura del buio.

Vago a caso nel parco accarezzando i numerosi baniani e ascoltando il canto delle grosse rane cinesi e dei grilli, poi scendo per un sentiero sconosciuto fino a una strada stretta e affollata d’ogni genere di persone, per lo più povera gente: manovali dalle campagne, venditori di cibarie, anziani che passeggiano, mamme che reggono gli infanti che cacano in mezzo alla strada, gente che litiga perché un taxi ha investito un bambino, circondati da decine di astanti interessati, altri tassisti che suonano disperati il clacson per uscire dal dedalo di vie a senso unico bloccate dalla folla, camionisti che invertono in contromano confrontandosi con chi avevano alle spalle. Cerco un taxi ma sono quasi tutti occupati, e quelli liberi non hanno idea di dove si trovi il mio hotel; due guardie, sedute all’incrocio ad oziare, ridono prima di me e poi con me. Impietosito, uno di loro cerca di aiutarmi e spiega al tassista successivo come portarmi alla mia camera. Offro alle due guardie una sigaretta ciascuno, dono che accettano felici, agitando la mano e mostrando i denti gialli e storti. Accanto a me, che salgo sul taxi, passa un immigrato delle campagne non più alto di un metro e mezzo, con in spalla una decina di casse enormi che Dio sa come riesce a tenere in bilico sulla schiena piegata a novanta gradi. Arranca affaticato per la strada, costantemente sfiorato da taxi e camion ma imperterrito, come una formica che trasporta una briciola cinque volte più grossa di lei. Il mio taxi la supera, lasciando alle spalle la sua solitudine e la sua fatica inumane. Un’altra notte sta passando a Chongqing.

sabato 6 maggio 2006

Camminando nella notte di Shanghai

Shanghai di Notte

Ci siam conosciuti nel 1998, al primo anno di università. Non so che pensasse di me, ma lui mi stava sulle palle da morire, tutto il tempo seduto in ultima fila a sparar cazzate e disturbare me, che ero orgoglioso d'esser entrato in Bocconi e mi ci volevo impegnare veramente. E' stato più tardi che s'è diventati amici, tanto da uscir la sera assieme e chiacchierare e batter la tazza della birra assieme e citare da Fantozzi al DJ Ariele solo per fare una risata. Ma nessuno dei due avrebbe mai pensato che nel 2006 ci si sarebbe trovati stanchi morti a camminare per le strade deserte di Shanghai, alle quattro del mattino, con una latta di birra e un pacchetto di sizze cinesi, a confrontare opninioni sul perché questo popolo e questo Paese siano così grandi eppure così incasinati, e lascino entrambi di sasso.

Scoprire il lato dormiente di Shanghai, in una camminata dal Bund alla Shimen Yi Lu, è stata anche una scoperta reciproca, e in parte un conforto nel poter parlare la stessa lingua - lo slang milanese - e ragionare con gli stessi paramentri da lombardi-rocchettari-viaggiatori. Per molti versi, la miglior fine possibile per una serata che in fondo aveva già rotto le palle ancora prima di cominciare. Qualche volta un amico con cui parlare senza dover costruire strutture di facciata aiuta.

Finally, some fuckin' decent people around. Boh... bella.

mercoledì 3 maggio 2006

Addio Lucilla

Lucilla


Ci siamo incontrati un anno prima del nuovo millennio. Lei era bellissima, di un azzurro metallico che rifletteva i raggi del sole e della luna, e di tutte le luci della città e della campagna. Lucilla, l’ho chiamata, e da allora abbiamo percorso assieme mille strade.


 


 Era con me, quando ancora maldestro correvo sulla vecchia strada tra Risceglie e Cisliano, fiancheggiata dai campi e dai fossi, che ora non esiste più. La parcheggiavo sotto il salice, e correvo da Chiara. Sui sedili pure azzurri, quante volte ci siamo baciati o abbiamo fatto l’amore.


 


Era con me, quando dopo pranzo facevo un salto in università e, con rock FM e il DJ Ariele a palla, passavo sulla circonvallazione e parcheggiavo in piazza Sraffa. Ricordo quella volta che la stavano portando via con il camioncino, e per un pelo l’ho salvata parlando con il vigile che la stava sequestrando!


 


Era con me, nelle lunghe notti caotiche di Milano, nel labirinto delle strade serpeggianti, saettando alla luce gialla dei semafori sotto lo sguardo insonne delle telecamere – Zona Ravizza, Paolo Sarpi, Baggio e Porta Romana. L’ho infilata nei posteggi più improbabili, e non ho mai avuto un problema a lasciarla lì, così piccola e docile al mio tocco. I nostri parcheggi erano leggendari, e la notte si tornava a casa stanchi entrambi, guidando lentamente per non forzare i sensi ottenebrati da fatica e alcool.


 


Era con me, sotto la neve, quando gli alberi crollavano come colossi morenti e le strade erano piste da pattinaggio, e gli unici luoghi caldi erano i kebab alla fine di San Gottardo. Sulle autostrade della Pianura Padano, tra i macelli di Carpi e i prosciuttifici di Langhirano, tra i caselli di Brescia e quelli di Piacenza. Sui colli di Parma come su quelli di Casale Monferrato.


 




Ora le nostre strade si sono divise. Piccola luce azzurra, addio. In sette anni, ne abbiamo percorse tante di strade assieme, ma ora le nostre si separano, verso opposti continenti. Ma quelle percorse con te, mi resteranno per sempre nel cuore. Addio, mia Lucilla!

 

giovedì 27 aprile 2006

Spostando l’Orizzonte un po’ più in là

"What limits people is that they don't have the fucking nerve or imagination to star in their own movie, let alone direct it"
Tom Robbins, Still Life with Woodpecker

 

E’ un bel periodo. Incredibile, ma vero, le cose si muovono dopo tanto tempo, e come si muovono… casa mia è completa, e mi ci trovo da dio nella mia solitudine indipendente, rotta dall’occasionale amico venuto a prendere un caffè, o l’occasionale amica venuta a passar la notte.

E’ mercoledì sera, e dopo due giorni di sesso intenso con una londinese molto più grande di me, che mi ha fatto ricordare i vantaggi delle donne mature su quelle giovani e inesperte, la scarico in un locale. “Non capisco” mi dice frustrata e offesa “ci siamo divertiti, mi pare. Ti offro un’altra notte di fuoco con me, e tu rifiuti?”. “Ci siamo divertiti, ed è stato molto bello” le rispondo “ma a questo punto, ogni nostro nuovo incontro sarebbe la ripetizione di un’esperienza già vissuta. E’ stato bello, ma ora appartiene al passato”.

Con la mente ben in sella al corpo per guidarlo secondo i desideri elevati, e non quelli più bassi, mi getto nella calca del locale, la ragazza inglese alle mie spalle, diretta verso il suo hotel, dove spenderà la notte sola. Abbandonati i miei desideri carnali, la mia timidezza, il mio ego più pesante, mi abbandono ai ritmi della musica pop e alla coscienza del gruppo. Circondato da gente d’ogni razza e colore, dal bancone dove do spettacolo con i miei amici passo tra le braccia di una ragazza indiana di Singapore, che a tarda sera mi lascerà il suo numero di telefono di casa. Nel caso capiti di passare da Singapore…

E’ giovedì, e di nuovo, dopo una giornata di lavoro scarso e di grandi risultati e lodi, percorro a piedi le strade che uniscono casa mia alla vecchia Fattoria di Dan. Mescolato a una folla di italiani, tedeschi, danesi, cinesi, americani, messicani, suono il bongo, picchio sulle corde della chitarra, e obbligato da un coro da stadio che scandisce il mio nome cinese – Kuang Biye – salgo infine sul palco per impugnare il microfono e dare la mia voce alle canzoni dei Creedence Clearwater Revival e dei Guns’n’Roses. La serata finisce ad arpeggi dei Modena City Ramblers, ululati alla Thom Yorke, e tanta, troppa birra offerta dalla casa.

I miei sogni rimangono stampati nella mia mente come vivide sensazioni. Complice l’alcool, o la realtà così morbida di questi giorni, nel sonno le mie percezioni sono moltiplicate – i colori più vividi, le forme più nitide, gli odori più forti. E’ come viaggiare nei ricordi e nelle fantasie a volume massimo, e conservarne l’impressione al risveglio.

Ancora una volta, sogno e realtà si avvicinano, il materiale e l’astrale perdono il confine e il mio mondo comincia a diventare un posto veramente interessante… e l’orizzonte si sposta ogni momento, spinto avanti dalla mia rincorsa. E’ tempo di spingersi oltre. Di dare nuovi orizzonti nuovi e più grandi a questo piccolo mondo conosciuto.

martedì 4 aprile 2006

Malinconia

Mi sveglio con un raggio di sole brillante che filtra tra le tende della mia camera. Mi sento bene, riposato a volontà, senza fretta di alzarmi. La giornata sembra splendida. Con le braccia fuori dal piumone, non sento freddo. Il rumore incessante del cantiere vicino giunge attutito. La primavera è arrivata.

E per un attimo, mi compare nella mente il pensiero di casa mia in Italia. Da quanto tempo non vedo la primavera, l’estate a casa mia? Il ricordo delle pigre mattine, svegliato da un raggio brillante di sole e dal rumore attutito del tagliaerba nel condominio vicino. Il profumo del latte italiano e dei biscotti del Mulino Bianco. La pulizia in casa e nelle strade. L’aria pulita. Le ragazze del condominio, un tempo tutte innamorate di me, che ormai avranno raggiunto i diciott’anni. Il supermercato di quartiere che vende gelato. Il panettiere. Il parco pieno di pioppi e aceri. La mia macchina azzurra, e la campagna a dieci minuti di strade sgombre.

Che ci faccio qui, quando la vita altrove è così dolce? Ogni tanto casa mia mi manca. Ma poi, quando mi alzo dal letto, spalanco le tende e vedo quello che c’è fuori, me lo ricordo. In questo Paese così alieno, sono libero: casa mia è casa Mia, il mio lavoro mi mantiene, le mie parole hanno un peso, le mie decisioni un valore. Non è orgoglio, o ambizione fine a sé stessa. E’ un semplice rifiuto della gabbia dorata, in favore di un mondo tanto vasto quanto difficile e pericoloso. Ma la mia scelta è stata fatta, e anche se la malinconia dell’Italia ogni tanto torna a commuovermi, eccomi qui, pronto ad iniziare una nuova giornata.

domenica 19 marzo 2006

Silenzio

Shenyang

Sono a Shenyang, e il cielo del Nord è blu e senza una nuvola. Il vento soffia forte e freddo, e il sole invernale illumina i palazzi di vetro e cemento, simbolo del Partito Comunista e della nuova industria pesante. Nelle strade, negozietti e bancarelle vendono delizie della cucina locale, souvenir, e qualunque altra cosa sia possibile commerciare, e pubblicizzare con pacchiane insegne rosse e dorate.


 


 La mia pancia piena di meravigliosi jiaozi, tesoro della cucina locale, mi siedo su una panchina a fumare una zhongnanhai, alle mie spalle il palazzo reale dei Manciù, una Città Proibita in miniatura voluta dalla dinastia dei Qing per glorificare lo loro origini.


 


Mi godo il silenzio. L’unico suono è il vento. Gli unici colori sono il grigio della pietra e del cemento, il verde dei sempreverdi, e il blu, il blu senza macchia del cielo. La gente passa e mi guarda sorridendo. Qualcuno azzarda un “hallooo?”, e ride stupido se gli rispondo con un “ni hao!” dal marcato accento settentrionale.


 


Questa è la mia Cina, la sonnolenta vastità del Nord, non il caos della Babilonia shanghainese. Mi sento finalmente un po’ a casa. So che è qui che un giorno ritornerò.

giovedì 16 marzo 2006

Gentilezza

Spingo il carrello all’interno del Carrefour, affollato come lo può essere solo in un sabato di pioggia. Altri clienti mi urtano, mi spingono, mi superano e si piazzano davanti a me mentre esamino la merce. Giovani assistenti cinesi mi guardano imbarazzate, indecise se tentare di aiutarmi con il loro shanghainese in mezzo al caos dei detersivi per la casa, o lasciarmi in balia dei miei dubbi amletici sulle differenza tra un detergente per vetro e uno per metallo.

Alla porta, la gente attende con l’ombrello aperto l’arrivo di un taxi, evento quasi impossibile in un sabato di pioggia. Divertiti, molti guardano il mio carrello così pieno di acquisti – piumoni, lenzuola, secchi per l’acqua, stoviglie – chiedendosi, come faccio io, se ce la farò mai a sopravvivere a questa giornata. La strada è a venti metri da qui, venti metri di buio e pioggia, ed è vietato spingere il carrello oltre la soglia.

Allora tento la fortuna: abbandono il carrello e, aperto l’ombrello decorato a gattini, l’unico trovato sotto la pioggia, mi lancio verso la strada, e per miracolo fermo un taxi.
“Si può?” chiedo.
“Si può” risponde il tassista.
“Allora aspetti che prendo le mie cose” dico.
Apro la portiera, in modo che non scappi, e corro indietro verso il carrello incustodito. Quando sono a metà strada, bombardato dalle gocce, un ragazzo sui trent’anni tenta di infilarsi nel taxi al posto mio. Il mio grido – “Quello è mio!” – lo spaventa e lo scoraggia. Vedendomi arrivare di corsa con una montagna dentro a un carrello, il tassista scende e apre il baule. Mi aiuta a caricare, incurante della pioggia; allora anch’io getto l’ombrello e comincio a caricare con due mani.


Viaggiamo fradici verso casa mia. Negli intervalli in cui non devo spiegargli la strada, mi racconta di un suo amico franco-canadese che non vede da anni, e di quanto si possa essere amici tra cinesi e stranieri. Davanti al mio condominio, privo di accesso per veicoli, il tassista scende e mi aiuta a scaricare. “Ti aiuto a portar la roba dentro” mi dice. “E’ troppa anche per tutti e due da portare” obietto incerto. E’ allora che la soluzione che solo un cinese avrebbe potuto trovare lo illumina: infila i sacchetti alle due estremità del mocio, li soppesa, poi si appoggia il bastone alla spalla e a mo’ di contadino sotto il monsone parte con una vagonata di chili sul groppone. Incredulo, metto lo scatolone delle stoviglie sotto il braccio, sollevo il piumone sotto vuoto e lo inseguo, guidandolo nel buio del cortile verso la porta della scala. Se ne va sorridendo, lasciandomi nell’atrio con la mia roba. Alle mie spalle, la porta di sicurezza che porta agli ascensori; una porta a chiusura automatica.

Un signore anziano, che fuma solitario nell’atrio, estrae una chiave, apre la porta, e senza dire nulla comincia ad aiutarmi a portar tutto in ascensore. Al mio grazie risponde con un cenno, senza toglier la sigaretta di bocca. Finalmente, dopo la lunga ascesa, arrivo in casa e scarico le tonnellate di acquisti per il nuovo appartamento. Non ce l’avrei mai fatta a portar tutto questo senza l’aiuto spontaneo di sconosciuti.

E' anche per questo che, nonostante tutto, amo questo popolo. Con tutti i loro difetti, sanno essere generosi come pochi, e in mezzo a loro mi sento sempre al sicuro.

lunedì 13 marzo 2006

Welcome Back

Just as I’ve been surprised by my friends’ welcome in Milan, even more I am startled by what is happening in Shanghai, my personal hell on earth. Most of the people I know still remember me, and after a brief or long chat about what’s been going on in those long four months I’ve spent in Italy and they spent here. And all of them, as our meeting was to end, flashed me with a spontaneous greeting:

“Welcome back”

As I relax in my new, gorgeous apartment, my den in this endless chaotic metropolitan jungle, I like Shanghai more and more. To live in the city downtown, a nice house all for me, with nobody to share and compromise with, stripped of all negative relations I’ve been bound to last year, an interesting job, a decent wage, and many friends. I feel good.

And so, let me surprise you in turn, by saying “welcome back” to myself. After long suffering of the soul, maybe I purged myself and my life of negative energy, and with renewed enthusiasm and energy, I start my new life in the Great Whore, Shanghai. Just as I always have felt uncomfortable with whores, until I came to know some of them, all the same, I’m starting to get along with this city. Constructive attitude may be the key to it all. I passed my test, and now I’m happy.

Welcome back to me. A new life is just about to begin.

domenica 26 febbraio 2006

Presenti Inaspettati

Il telefono mi sveglia improvvisamente, e a tentoni trovo la cornetta e la alzo. Una voce femminile in cinglese mi comunica l’orario e mi augura buona giornata. Mi alzo dal letto morbidissimo a tre piazze, cammino a piedi nudi sulla moquette soffice, e spalanco le tende. Davanti a me il sole sta per sorgere, illuminando di una luce irreale il paesaggio cyberpunk di Nanchino.

 



 

Alba su Nanjing


La scena si ripete il giorno seguente, ma la vista è diversa: l’alba cresce sulle acque dello Huangpu, e una falce di luna fluttua come un apostrofo tra la grandezza dei grattacieli di Lujiazui e la raffinatezza dei palazzi neoclassici del Bund.




Alba su Shanghai


 


 
La sera dello stesso giorno cammino per il lungomare di Kowloon, e la brezza salmastra mi penetra le narici e scompiglia i capelli. Di là della baia, la skyline dell’isola di Hongkong sorride illuminata nella sua decadente ricchezza.


 



Hongkong by Night



Quattro anni fa, non avrei mai immaginato un futuro del genere. Il mondo è un luogo molto più vasto di quanto si pensi, e raramente la nostra comprensione mantiene il passo con esso. Mi chiedo dove sarò tra cinque anni – ovunque sia, credo sarò in un posto inaspettato, inimmaginato, all’eterna ricerca di cosa non so. Ma qualche che conta in fondo, è la ricerca. La vera meta è dentro di me.

 

 

 

sabato 18 febbraio 2006

Passaggio a Milano

Guido tranquillo sulla tangenziale ovest, il sole invernale che tramonta rosso davanti a me, attorno un fiume di macchine e camion che stanchi e stressati percorrono lentamente la loro strada verso casa. Rock FM passa il programma di Fabio Treves… un blues malinconico completa la scena tanto bene che con la mano destra apro la 24 ore, ne estraggo il pacchetto di sigarette, premo sull'accendisigari…  in barba al freddo e allo smog apro il finestrino, poi accendo la sigaretta e fumo placidamente.


 


 Questa città la odiavo, la trovavo ipertrofica, stressata, troppo veloce. Ora la trovo una piccola cittadina tranquilla, alla provincia del mondo. I vecchi palazzi milanesi, creature della speculazione degli anni '50 e '60, hanno un che di romantico nella luce della sera, mentre la voce di Fabio Treves, il suo accento spudoratamente meneghino, mi fa sentire a casa.


 


E' sorprendente quanto le opinioni possano cambiare con il punto di vista diverso, come la fuga sia spesso una preparazione dell'anima a vivere meglio nel luogo da cui scappava.


 


Ma è già tempo di andare… il mio posto non è ancora qui.

sabato 28 gennaio 2006

Quelle mani

Mani di sposa

Quelle mani le ho viste sottili, esili e graziose
Le ho viste callose, forti, e più aggraziate
Mani sapienti, esperte, abili
Ora le vedo ancora, da lontano, coperte d'henné
Come si conviene alle spose indiane

 

Il mio amore, il mio desiderio per quelle mani
È mutato nel tempo, come quelle dita
E gli anelli che le ornavano di volta in volta

 

Guardarle è come guardar te, e me allo stesso tempo
Come uno specchio che desta ricordi sopiti
E antiche speranze che muovevano la mia vita un tempo

 

La Ruota gira, senza mai fermarsi.
Come sarà il prossimo giro? Nel ciclo
Della vita, la mia coscienza affonda e risale
L'evoluzione è un processo che distrugge e crea
Il domani ha una sola promessa:
sarà diverso da quello che oggi si vede.

venerdì 13 gennaio 2006

Incoscienza

"Quando la legge e il dovere sono una cosa sola, unita dalla religione, noi perdiamo un po' della nostra consapevolezza. Non siamo più pienamente coscienti, non siamo più individui completi"
Muad'Dib, Dune


 

Oggi il Grande Amore della mia adolescenza mi ha scritto una mail, per ringraziarmi delle belle parole fattele avere in occasione del suo matrimonio, e con essa ha espresso un manifesto, il manifesto del suo modo di vivere il rapporto di coppia e la vita. Una frase lapidaria, da lei citata, esprime in sintesi la sua visione:

" Marriage is not about finding the right partner… but TO BE the right partner"

Il matrimonio consiste nell'abbandonare la propria individualità e crearne un nuovo essere, una coppia. Allo stesso modo in cui vivere in una comunità hare krsna consiste nell'abbandonare il sé e fondersi nella comunità, diventare una parte di un'entità più grande, una parte che vive in armonia con le altre e compone una coscienza che si sforza di essere l'immagine di Dio sulla terra. Condividere le stesse idee, gli stessi propositivi, gli stessi valori. Agire come Uno, pensare come Uno, provare emozioni come Uno.

Questa prospettiva è istintivamente interessante e attraente per la maggior parte delle persone. Il motivo per cui ciò accade, tuttavia, raramente è manifesto: essere parte di qualcosa di più grande solleva dal fardello di pensare; sottrae alle responsabilità; giustifica a priori l'esistenza e dà ad essa un senso riconosciuto da altre persone.

Poche cose mi fanno paura come questa; la negazione della coscienza - l'incoscienza. L'abbandono, la rinuncia, il suicidio della propria crescita. Alla citazione del mio Grande Amore, ne preferisco un'altra:

"We don't love someone for who he is… we love him for what WE are, when we're with him"

Amore è infatti è essere capaci di non abbandonare sé stessi, né limitare gli altri, eppure riuscire a crescere assieme, ciascuno aiutando l'altro. L'Amore è tolleranza: saper accettare che il sentiero spirituale di ogni persona è diverso, e che la persona che amiamo non si può identificare con noi, o noi con lei. Non forzarla, né accettare di esserne forzati: l'Amore è libertà assoluta. Quando non lo è, non è Amore, ma dipendenza emotiva.

 

Questo Lei non l'ha mai capito, e mi chiedo se lo capirà mai, il valore dell'individuo. Anche la mail che mi ha spedito era una mail comune agli amici italiani. Non una mail individuale. Il suo destinatario è un gruppo, e un gruppo spesso non è composto da persone, ma da ruoli, la versione appiattita della persona umana, la sua parte che si relaziona al gruppo, scremata di tutto ciò che il gruppo stesso non ritiene rilevante. Uno spettro.

Ringrazio sinceramente (e non sono ironico né sarcastico) il mio Grande Amore della mia adolescenza, perché mi così spesso mi spinge avanti nel mio cammino spirituale e mi insegna ad essere una persona migliore, mostrandomi, attraverso il suo esempio, tutto ciò che non vorrò essere mai.

 

"The most important kind of freedom is to be what you really are. You trade in your reality for a role. You give up your ability to feel, and in exchange, put on a mask."
Jim Morrison

lunedì 9 gennaio 2006

La Violenza

La mia ultima epifania è arrivata in una conversazione con un'amica. Come una pallottola ha dissolto le nebbie della mia mente, e per un momento ho visto chiaramente alle mie spalle. Una cosa che sapevo, ma che non sapevo di sapere.

Ho meditato sulla conversazione avvenuta, e dopo una lunga e dubbiosa riflessione, ho trovato forse il filo logico che unisce le mie intuizioni e dà loro senso comunicabile. Ho capito che tutti abbiamo dei limiti, ma il riconoscerli è il primo passo per affrontarli. Ammetterli, lasciarli talvolta liberi per conoscerli meglio, essere capaci di scherzarci sopra, conviverci senza per questo giustificarli o razionalizzarli.

Il punto focale, l'argomento coincidentale del discorso era la violenza. L'imposizione, la negazione dell'altrui volontà. Un male, un difetto di cui quasi tutti ci macchiamo costantemente. L'odio, il desiderio di vendetta, l'orgoglio che chiede soddisfazione. Violenza non è solo costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole, è criticare le altrui scelte e sostenere che la propria visione è quella giusta, la sua quella sbagliata da eliminare. Desiderare che le persone cambino e la pensino come noi. Cercare di persuaderle, influenzarle, facendole sentire in colpa e fuori luogo, al fine di portarle verso la nostra visione. E' un istinto naturale, pericoloso certo, ma a volte utile; molto difficile da valutare e da utilizzare, ma insito nel nostro cuore fin dalla nascita. Qual è il confine tra tirannia ed azione positiva? Quand'è che il nostro giudizio viola la libertà altrui, e quando invece il nostro rifiuto di prendere una posizione attiva diventa codardia, astinenza egoistica o debolezza?

Domande difficili, cui si può provare a rispondere oppure no. E' facile rispondere "sì, la violenza serve a supportare la giustizia", e pretendere di poter decidere per gli altri; oppure "no, la violenza è inaccettabile in qualunque situazione", e scaricare così qualunque responsabilità. E' più complesso ragionarci, cercare un equilibrio; si può provare a conoscerla, la violenza. Esplorarla, comprenderla, sperimentarla costruttivamente. Giustificarla a priori, magari addirittura affezionarcisi, è egoismo. Reprimerla o negarla serve solo ad esasperarla, farla agire in modo più subdolo ma non per questo meno pericoloso.

La violenza è come un'arma che portiamo sempre con noi: tanto vale accettarla come parte di noi, conoscerla e saperla padroneggiare. Saper decidere quando lasciarla andare, e quando frenarla. Sapere come utilizzarla, imparare le conseguenze del suo uso, e sulla base di queste imparare. Quelli che fanno più danni con le armi sono gli inesperti, perché non sanno controllarle.

Ed è per questo che non potrò mai più innamorarmi di Lei - perché non me ne fido, perché la sua violenza non sa di impugnarla, rifiuta di vederla e per questo le scappa sempre di mano. Ed è per questo che forse mi innamorerò dell'altra Lei, che all'inizio le assomigliava ma ora non le assomiglia più, e ho capito perché. La differenza fra l'Una e l'Altra è il livello di coscienza, di lucidità, di sincerità con sé stessa e con gli altri. Di Una mi fido, dell'Altra, non mi fiderò mai più.

lunedì 2 gennaio 2006

Dolce e graziosa...

Dolce e graziosa, tenera ed elegante. Un giunco che danza al vento, e non si spezza con la tempesta. Il tuo sorriso mi illumina, la severità dei tuoi occhi mi fa tremare, la vibrazione della tua voce, del tuo riso, dei tuoi giocosi gemiti di disappunto tocca le corde del mio cuore, che in esse trova la sua armonia, la sua arte.

Musa, fossi mia… ma non lo sei. E in questa consapevolezza, la mia anima diviene un filo, teso tra la privazione della realtà e la gioia del sogno. Se quella corda fosse così forte da unire i suoi estremi, chissà… chissà…

L'Anno dell'Originalità

L'Anno dell'Estasi è stato un fallimento parziale. Non è stato un cattivo anno, no, ma non è stato nemmeno particolarmente buono. Non c'è stata Estasi, se si eccettua un breve periodo, a febbraio-marzo, dove ho scoperto per la prima volta la gioia di essere studente, sono stato assunto da Galbani, e ho frequentato Carla. Ma i lunghi mesi a Shanghai, sono stati fallimentari sotto molti punti di vista. Rapporti superficiali, soddisfazioni inesistenti, mancanza di prospettive su qualsiasi futuro possibile. Una cosa, mi ha insegnato quest'anno, ed è una cosa importante: che il primo gradino dell'Amore è l'Amore per sé stessi; il secondo gradino è l'Amore per un'altra persona, l'Amore di coppia; il terzo gradino è l'Amore per tutte le altre persone l'Amore universale.

E ciò comporta che l'Amore, quello sempre sognato e idealizzato con la Donna della Mia Vita, non è una meta definitiva, ma solo una fase di passaggio destinata ad essere superata e trascesa, un passaggio fondamentale per crescere spiritualmente.

Gli effetti di questa epifania si sono manifestati nella mia vita sentimentale in una lunga serie di rapporti superficiali, di giochi d'amore
con donne d'ogni età, razze e colore. Alcuni sono stati belli, memorabili; altri squallidi, trascurabili. Ma per la prima volta in vita mia, ho affrontato un rapporto sentimentale senza buttarmici dentro anima e corpo, come ho sempre fatto; alla kamikaze dell'amore, in caduta libera verso una possibile craniata contro lo stipite dell'universo. Da quest'anno, vedo i rapporti con maggiore distacco, maggior lucidità, e questo è un bene.
Sono più libero, ora.

Quale sarà dunque, o Krsna, il tema del prossimo anno? L'Originalità. L'oracolo celtico del solstizio ha parlato chiaro, portando alla luce un valore che proprio in queste ultime settimane del 2005 stava crescendo dentro di me. L'insofferenza verso la banalità, la prevedibilità, il tran-tran. Il rifiuto categorico di una vita imprigionata dentro degli schemi, in barba ai vantaggi e alle tentazioni di una famiglia felice, una stabilità emotiva, uno stipendio sostanzioso. L'ho già scritto una volta e lo scrivo ancora:

"Non mi adatterò mai a vivere tra i pashu, le pecore. Sarò cane, oppure sarò lupo. E oggi lo urlo al mondo e alla sua omologazione, al suo spirito di rinuncia, al suo rifiuto di lottare e di sbattere la testa cento volte contro gli ostacoli fino a buttarli giù, contro chi si nasconde nella sicurezza del gruppo e spera che nessun occhio lo noti, contro chi ha paura del futuro e dell'incertezza, contro chi preferisce un mondo prevedibile e sicuro, in cui tutti siano uguali e l'inetto riceva quanto l'abile così nessuno avrà paura di doversi impegnare in qualcosa. Contro chi manca di vitalità e volontà. Contro il mondo delle pecore, di cui oggi non faccio parte.
"Andate a fare in culo, non mi avrete mai."


L'originalità, la creazione di qualcosa di nuovo e unico, un'aggiunta alla realtà che la rende più estesa, varia e colorata. Una strada nuova, un sentiero inesplorato. La mia via. Possa l'Anno dell'Originalità concedermi la distruzione degli schemi che oggi vogliono fare di me un membro del gregge, una pecora tra le pecore. Sarà più facile che sia la realtà a piegarsi alle mie esigenze, che io alle sue.

Om mani padme hung.