Sono su una nave, fabbricata da me, costruita da quella che era una zattera e poi una barca, rinforzata con pezzi di legno trovati qua e là, sulle varie isole che ho visitato nei miei viaggi. Attorno a me, bonaccia, una bonaccia che dura da lungo tempo, troppo tempo. Il sole mi ha scurito la pelle e l'ha resa come cuoio, mi ha assetato e mi ha fiaccato con la sua violenza tropicale. E poi, all'orizzonte, nero. Lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato prima o poi, in parte lo desideravo, in parte speravo non arrivasse mai. Lo stomaco mi si torce per l'ansia, per la paura. La mia nave sarà abbastanza solida? La saprò governare? Mi viene persino in mente di voltare la prua e cercare un rifugio, una baia dove nascondermi, aspettando che passi il tifone. Ma poi mi ricordo che attorno è bonaccia e non posso muovermi, e comunque la tempesta mi raggiungerebbe prima o poi. Se non oggi, forse domani.
Abbasso le vele e scruto costantemente l'orizzonte. Ostento calma per convincere me stesso, in cuor mio prego Siva perché mi dia la forza, Durga perché mi protegga, Kali che mi dia coraggio, e Rama risolutezza. La tempesta è nera, davanti a me, e diventa sempre più grande. E' una tempesta che conosco, ricordo bene le volte che, giovane, mi ci sono buttato dentro incoscientemente, il fasciame della mia imbarcazione è stato sfasciato, e io sono stato preda delle sue onde, sbattuto qua e là, fino a rimanere sfiancato, solo, abbandonato, su una spiaggia sconosciuta. Tre volte è già successo, tre volte sono naufragato per la mia inadeguatezza.
Lo stomaco fa male, mi piega quasi in due, le gambe mi tremano, ma la mia mano si stringe alle sartie e i miei occhi non si abbassano. Se oggi si affonda, si affonda con dignità, come si conviene al capitano di una nave. Le prime gocce di pioggia mi battono sul viso, pesanti. L'odore della tempesta mi avvolge, le nubi mi sono ormai addosso e coprono il sole.
E poi è pioggia e vento, e niente più. Niente tuoni, niente fulmini, niente turbini. La mia mano lascia andare una gomena e fa svolgere le vele, che vengono gonfiate da un vento per nulla indomabile. La mia nave si muove, lasciandosi condurre docilmente da me. La pioggia mi bagna, mi infradicia, e mi accorgo che lava via strati di sudore, di terra in cui sono caduto, di sangue rappreso. Mi pulisce e mi purifica. E' la tempesta che conoscevo, eppure non è la stessa – si è placata, con il tempo, mentre io sono cresciuto in abilità, e ora la mia nave nemmeno si agita. Cavalco il monsone verso la mia direzione, senza paura, senza angoscia. Il mio stomaco si è lasciato andare, le mie gambe sono divenute solide come prima. E quando ne esco, e vedo nuovamente il sole, non sono più quello che ero prima.
Una volta qualcuno disse “Un giorno rideremo di tutto questo”. Quel giorno è arrivato. Io non credevo sarebbe mai accaduto. Di certo non me l'immaginavo così. Lavato dalla pioggia, mi sento quindici anni più giovane, pieno di gloria, di fiducia, di speranze, come se il mio cuore non fosse mai stato ferito, come un adolescente che affronta al mondo senza averne mai sperimentato i mali. Il 10 giugno non è un giorno qualunque. Il 10 giugno 2003, la terza vota che mi sono buttato nella tempesta. Il 10 giugno 2004, il mio primo lavoro. Il 10 giugno 2006, il primo bacio con la mia Sita. Il 10 giugno 2010, dirigo la mia nave fuori dalla quarta tempesta, vittorioso. Una parte della mia vita finisce oggi, un nuovo capitolo comincia domani.
Abbasso le vele e scruto costantemente l'orizzonte. Ostento calma per convincere me stesso, in cuor mio prego Siva perché mi dia la forza, Durga perché mi protegga, Kali che mi dia coraggio, e Rama risolutezza. La tempesta è nera, davanti a me, e diventa sempre più grande. E' una tempesta che conosco, ricordo bene le volte che, giovane, mi ci sono buttato dentro incoscientemente, il fasciame della mia imbarcazione è stato sfasciato, e io sono stato preda delle sue onde, sbattuto qua e là, fino a rimanere sfiancato, solo, abbandonato, su una spiaggia sconosciuta. Tre volte è già successo, tre volte sono naufragato per la mia inadeguatezza.
Lo stomaco fa male, mi piega quasi in due, le gambe mi tremano, ma la mia mano si stringe alle sartie e i miei occhi non si abbassano. Se oggi si affonda, si affonda con dignità, come si conviene al capitano di una nave. Le prime gocce di pioggia mi battono sul viso, pesanti. L'odore della tempesta mi avvolge, le nubi mi sono ormai addosso e coprono il sole.
E poi è pioggia e vento, e niente più. Niente tuoni, niente fulmini, niente turbini. La mia mano lascia andare una gomena e fa svolgere le vele, che vengono gonfiate da un vento per nulla indomabile. La mia nave si muove, lasciandosi condurre docilmente da me. La pioggia mi bagna, mi infradicia, e mi accorgo che lava via strati di sudore, di terra in cui sono caduto, di sangue rappreso. Mi pulisce e mi purifica. E' la tempesta che conoscevo, eppure non è la stessa – si è placata, con il tempo, mentre io sono cresciuto in abilità, e ora la mia nave nemmeno si agita. Cavalco il monsone verso la mia direzione, senza paura, senza angoscia. Il mio stomaco si è lasciato andare, le mie gambe sono divenute solide come prima. E quando ne esco, e vedo nuovamente il sole, non sono più quello che ero prima.
Una volta qualcuno disse “Un giorno rideremo di tutto questo”. Quel giorno è arrivato. Io non credevo sarebbe mai accaduto. Di certo non me l'immaginavo così. Lavato dalla pioggia, mi sento quindici anni più giovane, pieno di gloria, di fiducia, di speranze, come se il mio cuore non fosse mai stato ferito, come un adolescente che affronta al mondo senza averne mai sperimentato i mali. Il 10 giugno non è un giorno qualunque. Il 10 giugno 2003, la terza vota che mi sono buttato nella tempesta. Il 10 giugno 2004, il mio primo lavoro. Il 10 giugno 2006, il primo bacio con la mia Sita. Il 10 giugno 2010, dirigo la mia nave fuori dalla quarta tempesta, vittorioso. Una parte della mia vita finisce oggi, un nuovo capitolo comincia domani.