Bassa e minuta, ma non magra. Capelli bianchissimi, pelle bianca e soffice, con l’odore di quei profumi alla moda cinquant’anni prima. Vestiti semplici, occhi ormai ciechi, udito decadente, mani tremanti, e un sorriso calmo e incondizionato nei confronti del mondo, interrotto a tratti solo dalla preoccupazione per qualcuno di caro. Due passioni: i doni ai nipoti e qualunque cosa fosse dolce, unica debolezza.
Non hai mai voluto gente in casa ad aiutarti, perché potevi badare a te stessa, e ti bastavano le visite dei figli e dei nipoti. Quando ormai il tuo corpo si stava indebolendo oltre quel limite, che ti avrebbe tolto la tua indipendenza, hai preso una decisione radicale e incondizionata, ma d’altra parte l’unica coerente con i tuoi principi.
Per quanti anni hai atteso la grazie del Signore di lasciare questo mondo che ormai aveva poco da offrirti. La tua pazienza si è esaurita, perché la grazia non è mai arrivata. E allora, senza perdere un briciolo della tua fede in Lui, hai comunque deciso di forzare le cose. Aiutati che il Ciel t’aiuta, si dice. Hai smesso di mangiare.
Serenamente, hai comunicato la tua decisione a tutti i tuoi numerosi eredi, che si sono alternati sul tuo letto di morte in processione affranta. Hai fatto chiamare il prete, per esplicare i riti necessari, e l’hai commosso. Hai sempre sorriso per tutto il tempo, con la serenità di chi affronta l’orrore con curiosità e fiducia, come chi guarda gli occhi terribili di Kali e coglie la sublime bellezza.
Anch’io, qui in Cina, a migliaia di miglia da te, sono rimasto colpito, forse più degli altri nella mia lucida solitudine. Ho seguito al telefono il tuo lento declino durato un mese, durante il quale i tuoi 98 anni sono raddoppiati e poi triplicati senza che la tua mente cedesse un attimo, e il tuo spirito abbandonasse il corpo.
Poi, sei spirata. Serenamente, in una sera di luglio, senza che nessuno se ne accorgesse. Quando l’ho saputo, è stato come ricevere uno schiaffo improvviso. Il distacco senza ritorno mi ha trafitto come una lama rovente, qui dall’altra parte del mondo, come chi è stato tenuto fuori a forza da eventi grandiosi. Ma poi ho capito, e ho sorriso per te, e i miei occhi erano, e sono, lucidi.
Tu mi dai la più grande lezione che qualcuno mi abbia mai dato: si può vivere e si può morire con serenità, e si può mantenere lucidità fino all’ultimo, se la volontà è salda. Si può vivere al massimo, e poi gettar via la vita come se nulla fosse, perché non c’è attaccamento, non c’è paura, non c’è angoscia. C’è libertà.
E tu in questa notte di luglio hai vinto sulla vita e sulla morte, perché sei stata più forte di entrambe.
Grazie. Non ti dimenticherò.
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