lunedì 17 ottobre 2005

Guarigione

Una delle cose positive in questa permanenza a Shanghai è stata la guarigione dalla “febbre gialla”, ovvero quella malattia che prende quasi tutti gli uomini occidentali che stanno in Cina, e li fa correre dietro a branchi di cinesi dalla pelle di porcellana, i capelli lunghi e lucenti, gli occhi scuri ed enigmatici e il fisico perfetto – categoria in cui ricade buona parte della popolazione femminile tra i 15 e i 40 anni, in questo Paese.

Devo forse ammettere che in questo ero ulteriormente spinto dall’esperienza italiana e milanese, dove ragazze mediamente soprappeso si tirano a fighe e si comportano come divinità in terra, algide e irraggiungibili nei loro jeans di 4 taglie troppo piccoli. Era facile per me ammalarmi di febbre gialla, come tutti gli altri attorno a me.

Qualcuno ogni tanto guarisce, però. La disillusione arriva quando ci si accorge che così come quasi tutte le cinesi sono bellissime, molto più belle di qualunque donna occidentale, allo stesso tempo sono quasi tutte oche e svampite. La consapevolezza di questo limite inizia il processo di guarigione.
 
Questa doverosa premessa ci porta a ieri pomeriggio. In una caffetteria di Sichuan Lu, in un curioso stile etnico-vorrei-ma-non-posso, in legno e ferro battuto, che mescolava alle pareti streghe di legno e collane d’aglio di Halloween con peperoncini e tricchetracche della settimana nazionale cinese, stavo seduto a bere un espresso di quelli come si deve, di quelli che la domenica sono capaci di cambiarti la giornata in positivo.
 
Di fronte a me, stava una ragazza conosciuta il venerdì sera. Bella. Alta quasi come me. Maglietta, jeans e scarpe da tennis. Occhi bruni intelligenti e dolci. Capelli corti, biondi e lucenti. Pelle bianca come latte. Tedesca, arianissima.
 
E mi parlava con quel suo dolce accento teutonico, che dava un tono curioso e divertente al suo ottimo inglese. Abbiamo parlato, credo, per 5 ore consecutive, fino a quando, davanti a casa sua, al momento di salutarci, non le ho fatto notare che aveva dimenticato la bicicletta allo stadio. Fino a quando, salutandoci, le ho sfiorato la mano e ho sentito le sue dita cercare le mie. Fino a quando mi ha salutato con un “Ciao!” e ha pedalato verso casa, sorridendo e descrivendo curve a zig zag sulla strada trafficata. L’ho vista andar via così, felice, e anch’io sorridevo, perché ero a mio agio.
 
Sarò guarito davvero dalla “febbre gialla”? Non lo so, ma so che ora mi sento bene e in pace come non mi sentivo da tanto tempo.

2 commenti:

  1. La disillusione... un processo triste e meraviglioso che si chiama diventare adulti, ma che non deve farci diventare vecchi. L'importante è sapersi sempre emozionare, anche se non si crede più alle favole.

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  2. Ho dimenticato di firmare il mio commento: ciao amiko, sono Kiara.

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