Quand'ero piccolo, giocavo spesso, solo, nella vecchia cascina di mia nonna. Era una vecchia cascina della fine del '600, di quelle con la corte aperta senza cancello, ad accogliere chi entra; era situata nel cuore di un villaggio di poche centinaia d'anime, collegato al mondo da due strade strette, serpeggianti tra i campi verdi dell'estate o quelli bruni dell'inverno; e isolato da esso da un mare di nebbia padana, o dal velo di notti blu, popolate di lucciole.In questa cascina c'erano delle rovine. Ai suoi tempi era stata grande, la cascina, e numerose famiglie di fittavoli la abitavano; c'erano stalle per vacche, porci e cavalli, e più d'un pollaio. Quand'ero piccolo rimanevano mia nonna, mio nonno bloccato a letto da un ictus, e un paio di zii che svolgevano il lavoro dei fittavoli scomparsi con l'ausilio di macchine che per me avevano forme strane e fantastiche: trattori dalle enormi ruote coperte di fango, colossali trebbiatrici, raccoglitrici di fieno crudeli, tutte ruote e punte coperte di polvere, come guerrieri meccanici armati di strane lance e scudi, giganti di ferro che dormivano in garage polverosi, costruiti in mattoni e legno da uomini che ancora non immaginavano la rivoluzione industriale, e per cui modernità era una buona zappa. Attorno ai giganti, un'infinità di ferraglia: pesanti attrezzi agricoli e meccanici, pezzi di ricambio unti d'olio nero, taniche di plastica semitrasparente colme d'acidi o combustibili dall'odore penetrante. Ovunque, polvere di campagna e tele di ragno più grosse della mia testa, una sensazione di tempo lento, senza fretta, senza scossoni. Le vacche, tra tutte le cose, destavano poco la mia attenzione: stupidi, timidi animali che vivevano nello sterco e si sottraevano pavide alle mie carezze. Non giocavano nemmeno tra loro, mangiavano solo, masticando la loro vita dall'alba al tramonto: come per contrappasso, sarebbero finite a loro volta mangiate dagli uomini, sapevo. Non c'era pietà per le mucche, solo un vago disprezzo per il loro essere mandria.
La mia attenzione era soprattutto per le rovine, dove la polvere e le tele di ragno dominavano incontrastate. C'erano diverse rovine, nella mia lista: le più accessibili erano quelle della soffitta, fresca d'estate e gelida d'inverno. Quasi nessuno andava mai in soffitta, se non per abbandonare ogni genere d'oggetto – le famiglie d'una volta non buttavano via praticamente nulla, e forse generazioni di cose s'erano depositate nella penombra di quella stanza d'angolo con una sola, piccola finestra. Libri, soprattutto romanzi tascabili e testi di scuola elementare e media, vecchi giocattoli rotti appartenuti a chissà chi, scarpe e stivali, vestiti e cappotti fuori moda, tappeti da quattro soldi, lisi e sbiaditi, attrezzi per la casa, dal moderno ferro da stiro al “prete”, invenzione di secoli fa per scaldare il letto d'inverno, appendiabiti e mobili d'età dimenticate, talvolta rosi dai tarli. La soffitta era la più scura delle rovine, perché non era per nulla in rovina, e rimaneva comunque a portata di voce dalla cucina, da dove gli adulti potevano sincerarsi della mia sicurezza di tanto in tanto.
Più avventuroso della soffitta era il granaio, allo stesso livello ma sprovvisto di luce elettrica. Una volta era utilizzato come granaio, e ne aveva mantenuto il nome anche se si trattava, di fatto, di una parte abbandonata della casa. L'oscurità delle tre stanze, poste a diversi livelli e illuminate solo da una singola, piccola finestra quadrata, non mi permetteva di apprezzarne completamente le dimensioni: c'erano sempre un soffitto e una parete nascosti e irraggiungibili, al di là delle ombre. Il granaio, dove la polvere era spessa e i miei piedi lasciavano orme per terra, conteneva solo sedie rotte e granoturco di raccolti ormai dimenticati sparso sul pavimento. Le ragnatele erano grosse e oberate dal peso della polvere depositata su di esse, e i rumori tipici delle vecchie case di campagna erano magnificati: del resto il granaio, come sempre mi avvertivano mia madre e mia nonna, era popolato da topi, ed era meglio non andarci. Ci entravo con timore, non tanto dei topi quanto delle ragnatele che mi si attaccavano alla faccia e alle mani; eppure ci entravo, solo quando il giorno era pieno ed era possibile orientarsi con la fievole luce, e raggiungevo la finestrella sul fondo dell'ultima stanza, che offriva prospettive uniche sul cortile dei vicini e sulla strada. Altra attrattiva del granaio era una vecchia porta dagli angoli smussati che dava sul nulla – una porta al secondo piano verso il vuoto era qualcosa di incomprensibile ed eccitante per un bambino. Immaginavo ignari contadini di una volta aprire quella porta e piombare dritti nell'orto, tre metri più sotto, e sorridevo.
Infine c'erano le vecchie case dei fittavoli: un altro edificio, dall'altra parte del grande cortile, le rovine vere e proprie. Le finestre di quelle case erano rotte da lungo tempo, e solo lo scheletro di legno rimaneva con qualche coccio attaccato e gli altri sparsi per terra. L'erba cresceva alta intorno ai vetusti edifici, senza aprirsi per offrire un sentiero, e spesso qualche ciuffo spuntava spavaldo anche all'interno, in qualche angolo pieno di terra. Al piano inferiore era stato ammassato tutto quello che, irrecuperabile, non aveva senso mettere in soffitta e nemmeno bruciare nel camino: televisori e radio rotte, lavandini e cessi spaccati, divani bucati e popolati ora da chissà quali bestie. Le finestre della parete opposta all'entrata davano sui limiti del mondo, ovvero un fosso scuro e un piccolo bosco di pioppi cui si accedeva solo dalla casa di un vicino sconosciuto.
Il piano di sopra era la rovina più inaccessibile: l'unico modo di arrivarci era una vecchia scala esterna, con scalini di pietra attaccati al muro da supporti di metallo arrugginito. Molti di essi avevano ceduto, e il loro scalino era piegato verso l'esterno o mancante. Gli adulti non osavano salire la scala pericolante ma io, piccolo e leggero, potevo prendere il rischio, con il cuore in gola ogni volta. Le stanze del secondo piano erano vuote, sporche di calcinacci ma vuote, e luminose. Altro non ricordo con certezza, perché il mio coraggio non mi sostenne mai abbastanza per salire quella scala più di un paio di volte. Ricordo la paura che le vecchie assi del pavimento cedessero, per cui camminavo vicino al muro, ma potrebbe essere un falso ricordo. I ricordi dei bambini sono la luce e le emozioni, non i dettagli, che interessano ai grandi, e io ricordo la luce grigia, pura e solitaria di quelle stanze vuote e silenziose, e il timore di essere solo in un luogo proibito, pericoloso. Chi aveva vissuto in quei luoghi, mi chiedevo, immaginando numerose e chiassose famiglie di fittavoli ormai appartenenti al passato. Mi chiedevo se qualcuno le ricordasse, o se più che al passato appartenessero all'immaginazione. E sembrava anche a me di camminare nel passato o dell'immaginazione, in luoghi dove gli adulti non arrivavano e non potevano arrivare, e mi sentivo esploratore, eroe.
Le mie rovine non ci sono quasi più. Le case dei contadini sono state acquistate da uno dei vicini, u ingegnere, verniciate di giallo acido e trasformate in un residence di campagna per cittadini. Il cortile comune, dove nei giorni di festa i visitatori parcheggiavano le auto è stato chiuso e diviso tra i vicini con muri prefabbricati di cemento, e la gente lascia la macchina su un piazzale d'asfalto poco lontano, cementificato dal Comune qualche anno fa; i fiori davanti alla casa di mia nonna non ci sono più, e anche l'enorme mangiatoia di pietra in cui crescevano è sparita. Mia nonna è vecchia, apparentemente vecchia come le travi di quell'antica cascina. Rimangono la soffitta e il granaio, intatti ancora per un po', fino a quando mia nonna non se ne andrà e la casa verrà ristrutturata per far posto a qualcun altro.
Io ora vivo a cinquemila chilometri di distanza, ma le mie rovine le vedo ancora di tanto in tanto. Sopravvivono nel passato, nell'immaginazione. Nei sogni, come quello da cui mi sono riscosso stamattina, prendendo il taccuino e cominciando a scrivere con il cuore stretto da una nostalgia profonda come gli anni che mi separano dai ricordi. La scorsa notte ho camminato ancora tra le mie rovine, ed esse saranno sempre con me, fino alla fine.
Mi è piaciuto molto questo blog. Devo dire che ho imparato molto dalla lettura di questo blog. La ringrazio molto per la condivisione di questa bellissima esperienza con me. Ho intenzione di suggerire ad altri amici per godere, come ho fatto io.MD
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