sabato 6 giugno 2015

Sei Ore

malasanità

C'era una donna con un libro. Assorta, immersa nella sua lettura, come avulsa da tutta l'umanità che le stava attorno. Come immune alla passione dell'attesa.
C'era un ragazzo nero, alto almeno un metro e novantacinque. Bello, pelle nera come l'ebano, fisico atletico, vestiti da hipster e cuffie supersize bianche, aggiustate con lo stotch. Aveva un occhio che continuava a strizzare. Parlava con un minucolo cellulare, bianco, in una lingua sconosciuta.
C'era una signora bassa e grassa. Era venuta il giorno prima perché le avevano ricoverato il marito. Ora accompagnava il figlio diciassettene che era caduto dalla moto. Soffriva di vene varicose e i piedi sembravano due palloni. Non smetteva un secondo di parlare, con chiunque avesse di fianco. "Questi sono i numeri di padre Pio" aveva detto, mostrando il biglietto della coda. 0685. 1968, l'anno in cui è morto. 5, il mese in cui è nato.
C'era Mohammed Samir Sotokes. Leggero accento straniero, ma non riconoscibile. Fascino da vendere, nonostante i suoi cinquant'anni passati. Occhi sottili e naso acuminato come Lee van Cleef. Capello lungo grigio, raccolto in una coda di cavallo, e pelle abbronzata. Mohammed Samir perché la madre era egiziana. Sotokes perché in Egitto sui documenti non riuscivano a scrivere Sophokles, il cognome del padre greco. Aveva il mal di schiena e non riusciva a dormire. Non poteva permettersi di fare delle radiografie in urgenza privatamente.
C'erano due zingari. Uno era ubriaco marcio, e gli sanguinava la testa bendata con una garza di fortuna. Parlava con la voce autoritaria del capo, ma parlava solo zingaro. L'altro, il traduttore, era un mendicante storpio. Una gamba era normale, l'altra si piegava al contrario, come quella di un satiro. Basso, scuro, peloso, occhi spaventati. Diceva che il suo compare aveva bevuto ed era caduto. E che non voleva fare la TAC alla testa. Poi l'hanno convinto a farla. Era a dorso nudo, sul lettino, sudato e mezzo ubriaco, le braccia coperte da tatuaggi artigianali, la testa fasciata, ma lo sguardo di sfida del nomade non si piegava. Lo storpio invece si guardava attorno, le pupille nere come il carbone attratte ogni attimo dal bracciale d'oro di una signora che, nervosamente, lo faceva passare tra le mani.
C'era una bella signora, vestiti eleganti, tacchi alti, l'età completamente mascherata dalla chirurgia plastica. Solo la pelle rivelava che doveva aver sorpassato i cinquanta. Suo padre era caduto in casa. Un signore elegante, alto e magro, parlava solo dialetto napoletano ma del tipo nobile. Nessuno gli teneva testa, e anche la figlia doveva tenersi a distanza per evitare le sue lamentele sul servizio.
C'era una donna in carrozzina. Era così magra che si riconosceva la forma del teschio nelle sue fattezze: gli zigomi, il mento, le arcate sopraccigliari. Era con due poliziotti, che non trovavano nessuno a cui lasciarla. Ma serviva una persona responsabile. La donna non voleva dare nessun numero di congiunti. Le avrei dato settant'anni, prima che acconsentisse a dare alla poliziotta il numero della madre, a patto che non la facessero venire. Voleva bere, ma non dal bicchiere che le avevano offerto; voleva una bottiglia d'acqua, ma non fredda come quella che le avevano portato. La poliziotta rimase al telefono con la madre mezz'ora. Nel frattempo la donna fu portata in psichiatria. Lo sguardo della poliziotta era di sollievo.
C'era una donna dalla pelle scura su una barella. Era svenuta, e aveva lividi e tagli sul viso. Al fianco la vegliava il marito. Poteva essere pachistano, o bengalese. Pregava, in silenzio, tenendole la mano, nei suoi occhi la paura.
C'erano due signori anziani, uno col bastone e i baffi, l'altro con il fiato che mancava. Avevano passato gli ottanta entrambi, erano vestiti in modo semplice ma dignitoso. Niente mogli, niente figli con loro. L'infermiere gli aveva detto che il tempo previsto d'attesa per essere visitati da un medico era di quattro ore e mezza.

Io ero lì da oltre quattro ore e mezza. Mi vergognavo quasi di essermi presentato per un lieve disturbo che, tuttavia, mi preoccupava. Il medico mi aveva rassicurato, l'infermiera aveva scherzato con me.

Mentre camminavo fuori dal pronto soccorso, all'una meno un quarto di notte, l'aria fresca di inizio giugno mi accarezzava la pelle facendomi rabbrividire. Quand'ero uscito di casa il sole era alto. Da allora non avevo mangiato. Non avevo bevuto. E come me, gran parte della gente in quelle stanze.

E non riuscivo a smettere di pensare, smettere di sentire, che esisteva un'Umanità unica, di cento età e colori, accomunata semplicemente dalla propria condizione. La caducità. E ognuno, tutti quelli che avevo visto e sentito quella sera di giugno, tutti quelli che avevo mai incontrato in tutta la mia vita, ne facevano parte. Me compreso.

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