C'era una donna con un libro. Assorta, immersa nella sua lettura, come avulsa da tutta l'umanità che le stava attorno. Come immune alla passione dell'attesa.
C'era un ragazzo nero, alto almeno un metro e
novantacinque. Bello, pelle nera come l'ebano, fisico atletico, vestiti
da hipster e cuffie supersize bianche, aggiustate con lo stotch. Aveva
un occhio che continuava a strizzare. Parlava con un minucolo cellulare,
bianco, in una lingua sconosciuta.
C'era una signora bassa e
grassa. Era venuta il giorno prima perché le avevano ricoverato il
marito. Ora accompagnava il figlio diciassettene che era caduto dalla
moto. Soffriva di vene varicose e i piedi sembravano due palloni. Non
smetteva un secondo di parlare, con chiunque avesse di fianco. "Questi
sono i numeri di padre Pio" aveva detto, mostrando il biglietto della
coda. 0685. 1968, l'anno in cui è morto. 5, il mese in cui è nato.
C'era
Mohammed Samir Sotokes. Leggero accento straniero, ma non
riconoscibile. Fascino da vendere, nonostante i suoi cinquant'anni
passati. Occhi sottili e naso acuminato come Lee van Cleef. Capello
lungo grigio, raccolto in una coda di cavallo, e pelle abbronzata.
Mohammed Samir perché la madre era egiziana. Sotokes perché in Egitto
sui documenti non riuscivano a scrivere Sophokles, il cognome del padre
greco. Aveva il mal di schiena e non riusciva a dormire. Non poteva
permettersi di fare delle radiografie in urgenza privatamente.
C'erano
due zingari. Uno era ubriaco marcio, e gli sanguinava la testa bendata
con una garza di fortuna. Parlava con la voce autoritaria del capo, ma
parlava solo zingaro. L'altro, il traduttore, era un mendicante storpio.
Una gamba era normale, l'altra si piegava al contrario, come quella di
un satiro. Basso, scuro, peloso, occhi spaventati. Diceva che il suo
compare aveva bevuto ed era caduto. E che non voleva fare la TAC alla
testa. Poi l'hanno convinto a farla. Era a dorso nudo, sul lettino,
sudato e mezzo ubriaco, le braccia coperte da tatuaggi artigianali, la
testa fasciata, ma lo sguardo di sfida del nomade non si piegava. Lo
storpio invece si guardava attorno, le pupille nere come il carbone
attratte ogni attimo dal bracciale d'oro di una signora che,
nervosamente, lo faceva passare tra le mani.
C'era una bella
signora, vestiti eleganti, tacchi alti, l'età completamente mascherata
dalla chirurgia plastica. Solo la pelle rivelava che doveva aver
sorpassato i cinquanta. Suo padre era caduto in casa. Un signore
elegante, alto e magro, parlava solo dialetto napoletano ma del tipo
nobile. Nessuno gli teneva testa, e anche la figlia doveva tenersi a
distanza per evitare le sue lamentele sul servizio.
C'era una
donna in carrozzina. Era così magra che si riconosceva la forma del
teschio nelle sue fattezze: gli zigomi, il mento, le arcate
sopraccigliari. Era con due poliziotti, che non trovavano nessuno a cui
lasciarla. Ma serviva una persona responsabile. La donna non voleva dare
nessun numero di congiunti. Le avrei dato settant'anni, prima che
acconsentisse a dare alla poliziotta il numero della madre, a patto che
non la facessero venire. Voleva bere, ma non dal bicchiere che le
avevano offerto; voleva una bottiglia d'acqua, ma non fredda come quella
che le avevano portato. La poliziotta rimase al telefono con la madre
mezz'ora. Nel frattempo la donna fu portata in psichiatria. Lo sguardo
della poliziotta era di sollievo.
C'era una donna dalla pelle
scura su una barella. Era svenuta, e aveva lividi e tagli sul viso. Al
fianco la vegliava il marito. Poteva essere pachistano, o bengalese.
Pregava, in silenzio, tenendole la mano, nei suoi occhi la paura.
C'erano
due signori anziani, uno col bastone e i baffi, l'altro con il fiato
che mancava. Avevano passato gli ottanta entrambi, erano vestiti in modo
semplice ma dignitoso. Niente mogli, niente figli con loro.
L'infermiere gli aveva detto che il tempo previsto d'attesa per essere
visitati da un medico era di quattro ore e mezza.
Io
ero lì da oltre quattro ore e mezza. Mi vergognavo quasi di essermi
presentato per un lieve disturbo che, tuttavia, mi preoccupava. Il
medico mi aveva rassicurato, l'infermiera aveva scherzato con me.
Mentre
camminavo fuori dal pronto soccorso, all'una meno un quarto di notte,
l'aria fresca di inizio giugno mi accarezzava la pelle facendomi
rabbrividire. Quand'ero uscito di casa il sole era alto. Da allora non
avevo mangiato. Non avevo bevuto. E come me, gran parte della gente in
quelle stanze.
E non riuscivo a smettere di pensare,
smettere di sentire, che esisteva un'Umanità unica, di cento età e
colori, accomunata semplicemente dalla propria condizione. La caducità. E
ognuno, tutti quelli che avevo visto e sentito quella sera di giugno,
tutti quelli che avevo mai incontrato in tutta la mia vita, ne facevano
parte. Me compreso.

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