Guido alle 3 della notte nelle strade grigie di Milano, sotto una neve improvvisa che cade da ore e copre tutto. La macchina slitta anche a velocità bassa, e il mio viaggio dura a lungo. Davanti a me incontro una macchina ricoperta di neve che procede, lentissima, al centro della strada; specchietti e lunotto sono ingombri di nevischio, e il conducente chiunque sia, non vede nemmeno i miei fari, né sente il mio clacson. Quando passa un'ambulanza, la macchina innevata si sposta mossa dalla sirena acuta, e lascia il passo: colgo il mio momento, e mentre sorpasso vedo che il conducente è un vecchio dall'aria preoccupata.
La strada è di nuovo sgombra, se si eccettuano veicoli in sosta laterale, con le quattro frecce accese, e qualche ramo caduto a bordo della via. All'improvviso, un crac che rimbomba, e un suono fragoroso di rami che si spezzano, poi un tonfo sordo. Guardando nello specchietto retrovisore, vedo solo una nuvola di neve che, pochi attimi dopo, rivela a pochi metri da me la sagoma di un pino caduto che blocca l'intera via. Accosto ancora stupito, e osservo incredulo l'albero che non mi è rovinato addosso per un pelo. Un po' oltre, dei fari che forse indicano il vecchio che procedeva lento, e ora è nei guai insieme ad altri viaggiatori di questa notte. Un ragazzo indiano, intabarrato in una giacca a vento, con un cappello di lana e un ombrello, mi osserva sorridendo.
"Sono stato proprio fortunato… "esclamo, sorridendo a mia volta "per pochi metri non sono rimasto sotto"
Il ragazzo ride: "Tu molto bravo! Mentre albero cade tu va avanti e passa oltre, no fatto niente"
Mi verrebbe da rispondere che se mi fossi accorto dell'albero in caduta non sarei stato così bravo. Invece lo saluto, senza nemmeno chiedermi che ci faccia un indiano a piedi alle tre di una notte di tormenta come questa, e faccio per risalire in auto.
"Aspetta!" mi chiama, quasi esitante. Lo guardo in attesa.
"… Massage?" mi chiede, tra l'imbarazzato e il divertito, muovendo il pugno su e giù davanti alla bocca aperta a "o".
"No, grazie!" scoppio a ridere, scuotendo la testa "Ciao!"
"Ciao, grazie!" mi risponde, ridendo a sua volta.
Guido cauto e ormai solo sulla strada verso casa, che ormai è vicina, e inizio a sentire sinistri rumori. Gli alberi, gli alberi di Milano cominciano in quel momento a rovinare, uno per uno, tuonando nella notte silenziosa, il legno che si spezza, i rami che si infrangono cozzando contro gli altri, e il colpo del peso arboreo contro la neve, le cancellate, le auto parcheggiate. Le punte piegate dal peso della neve, i grossi rami appesantiti cedono, e cadono al suolo annunciati dallo schianto del legno. E' un grido di morte quello che odo, rinchiuso nella mia scatola di macchina, e per la prima volta in vita mia provo paura degli alberi. Sono ovunque, ai lati o al centro dei viali, incombono scuri e minacciosi sopra di me, non ancora privi del loro fogliame agli inizi di dicembre, e per questo più vulnerabili alla neve. Ho paura, e mi tengo lontano da essi; affronto la neve alta delle strade poco battute per evitare la loro presenza. Quando esco dall'auto, cammino solo, fragile e minuscolo uomo, nella neve fino alle caviglie, circondato da colossi morenti. Ancor più cautamente, procedo al centro della via, lontano dai marciapiedi e dai giardini dei palazzi. Attorno a me ancora i lamenti silvani, toni funebri delle piante maestose e più antiche di me, sconfitte dall'inverno prematuro. Mi sento spettatore estraneo di una tragedia, impotente davanti al suo consumarsi inevitabile, e al tempo stesso grato della sua estraneità.
E improvvisamente percepisco la caducità delle cose, piccole e grandi, giovani e antiche, fragili e forti; e nel silenzio della notte, rotto solo dai lamenti degli alberi che conosco dalla mia nascita, pini, cipressi, aceri e pioppi cresciuti davanti alla mia finestra prima che nascessi, tocco con l'anima l'ambiguità del tempo, lineare eppure concentrato in un punto, assoluto eppure così relativo, particolare, personale nel suo scorrere imprevisto. La morte delle mie piante, e delle altre, inaspettata e improvvisa, lenta e dolorosa, mi ricorda che un giorno la mia dovrà venire, forse allo stesso modo. Ma la consapevolezza della mia sopravvivenza e incolumità rispetto ai miei antichi compagni, mi dono un barlume di eternità.
La strada è di nuovo sgombra, se si eccettuano veicoli in sosta laterale, con le quattro frecce accese, e qualche ramo caduto a bordo della via. All'improvviso, un crac che rimbomba, e un suono fragoroso di rami che si spezzano, poi un tonfo sordo. Guardando nello specchietto retrovisore, vedo solo una nuvola di neve che, pochi attimi dopo, rivela a pochi metri da me la sagoma di un pino caduto che blocca l'intera via. Accosto ancora stupito, e osservo incredulo l'albero che non mi è rovinato addosso per un pelo. Un po' oltre, dei fari che forse indicano il vecchio che procedeva lento, e ora è nei guai insieme ad altri viaggiatori di questa notte. Un ragazzo indiano, intabarrato in una giacca a vento, con un cappello di lana e un ombrello, mi osserva sorridendo.
"Sono stato proprio fortunato… "esclamo, sorridendo a mia volta "per pochi metri non sono rimasto sotto"
Il ragazzo ride: "Tu molto bravo! Mentre albero cade tu va avanti e passa oltre, no fatto niente"
Mi verrebbe da rispondere che se mi fossi accorto dell'albero in caduta non sarei stato così bravo. Invece lo saluto, senza nemmeno chiedermi che ci faccia un indiano a piedi alle tre di una notte di tormenta come questa, e faccio per risalire in auto.
"Aspetta!" mi chiama, quasi esitante. Lo guardo in attesa.
"… Massage?" mi chiede, tra l'imbarazzato e il divertito, muovendo il pugno su e giù davanti alla bocca aperta a "o".
"No, grazie!" scoppio a ridere, scuotendo la testa "Ciao!"
"Ciao, grazie!" mi risponde, ridendo a sua volta.
Guido cauto e ormai solo sulla strada verso casa, che ormai è vicina, e inizio a sentire sinistri rumori. Gli alberi, gli alberi di Milano cominciano in quel momento a rovinare, uno per uno, tuonando nella notte silenziosa, il legno che si spezza, i rami che si infrangono cozzando contro gli altri, e il colpo del peso arboreo contro la neve, le cancellate, le auto parcheggiate. Le punte piegate dal peso della neve, i grossi rami appesantiti cedono, e cadono al suolo annunciati dallo schianto del legno. E' un grido di morte quello che odo, rinchiuso nella mia scatola di macchina, e per la prima volta in vita mia provo paura degli alberi. Sono ovunque, ai lati o al centro dei viali, incombono scuri e minacciosi sopra di me, non ancora privi del loro fogliame agli inizi di dicembre, e per questo più vulnerabili alla neve. Ho paura, e mi tengo lontano da essi; affronto la neve alta delle strade poco battute per evitare la loro presenza. Quando esco dall'auto, cammino solo, fragile e minuscolo uomo, nella neve fino alle caviglie, circondato da colossi morenti. Ancor più cautamente, procedo al centro della via, lontano dai marciapiedi e dai giardini dei palazzi. Attorno a me ancora i lamenti silvani, toni funebri delle piante maestose e più antiche di me, sconfitte dall'inverno prematuro. Mi sento spettatore estraneo di una tragedia, impotente davanti al suo consumarsi inevitabile, e al tempo stesso grato della sua estraneità.
E improvvisamente percepisco la caducità delle cose, piccole e grandi, giovani e antiche, fragili e forti; e nel silenzio della notte, rotto solo dai lamenti degli alberi che conosco dalla mia nascita, pini, cipressi, aceri e pioppi cresciuti davanti alla mia finestra prima che nascessi, tocco con l'anima l'ambiguità del tempo, lineare eppure concentrato in un punto, assoluto eppure così relativo, particolare, personale nel suo scorrere imprevisto. La morte delle mie piante, e delle altre, inaspettata e improvvisa, lenta e dolorosa, mi ricorda che un giorno la mia dovrà venire, forse allo stesso modo. Ma la consapevolezza della mia sopravvivenza e incolumità rispetto ai miei antichi compagni, mi dono un barlume di eternità.

a distanza di 3 anni ho letto quello che hai scritto.. complimenti, davvero.
RispondiEliminaFabrizio