Ci sono sogni in cui la nostra mente crea illusioni fantastiche, di dimensioni tali da stupirci e farci svegliare ancora sorpresi dalla visione che la nostra memoria ricorda. Sono sogni speciali, che non capitano spesso e si fissano nella memoria a lungo, espandendo o forse semplicemente portando alla luce una parte nascosta della nostra immaginazione. La scorsa notte ho avuto uno di questi splendidi sogni...
Era il primo anniversario di matrimonio mio e della mia Radha, e per festeggiarlo ero stato in grado, sorprendentemente, di convincerla ad andare in India. Avevamo prenotato una stanza in un albergo lussuosissimo, un palazzo un tempo appartenuto al raja locale, costruito sulla cima di una collina circondata da futteti e, più in là, da una valle erbosa che degradava dolcemente verso un grande fiume. Oltre la linea grigio scuro delle acque, in lontananza si potevano distinguere lontane cime himalayane, coronate di nubi plumbee dorate dai raggi del sole al tramonto. Eravamo appena arrivati alla nostra destinazione, e lo staff, due camerieri sikh in livrea e una vecchia donna in sari rosso, con una vistosa catena argentea che le collegava gli anelli all’orecchio e al naso, ci stavano mostrando la nostra camera, abbellita da un letto baldacchino istoriato in legno duro, tappezzerie in broccato rosso, zafferano e oro, cristalli, statue bronzee e dipinti a olio con cornici in stile europeo.
Guardando dalla finestra in vetro antico, ammiravo la natura selvaggia e il cielo maestoso, quando scorsi all’orizzonte, avvicinarsi a gran velocità, una nube nera come la pece, che fluttuava a poca distanza dal terreno. Troppo spessa e densa per essere una tempesta di sabbia, troppo compatta e veloce per essere semplice fumo da incendio, la scambiai dapprima per un’emanazione tossica da qualche grande complesso industriale. Allarmato, chiesi informazioni al personale che, con l’usuale aplomb indiano scossero la testa e, con sorriso enigmatico e voce tranquilla, spiegarono che si trattava di una semplice invasioni di pipistrelli giganti, fenomeno comune in quella stagione. Non c’era ragione di preoccuparsi, aggiunsero, per essere tranquilli e sicuri sarebbe bastato chiudere le finestre. Mentre i tre scuotevano graziosamente il capo e destra e sinistra, ripetendo il mantra “no problem”, scorgevo altri servitori dell’albergo uscire dall’edificio con bastoni e fucili e, ai piedi della collina, ingaggiare battaglia con l’avanguardia della nube, battendo presto in ritirata davanti alla furia di mostri neri con ali larghe quanto quelle d’un aquila e artigli proporzionati.
Voltandomi dall’altro lato, vidi un gruppo d’elefanti avanzare, seguiti da un secondo gruppo di enormi rinoceronti e una vasta mandria di bufali. Tra loro, appiedati, soldati in uniforme e turbante verde, i visi scuri resi impassibili dalle folte barbe e i fucili in mano, anch’essi in marcia verso la nube di pipistrelli che, da vicino, non faceva che cambiare forma agendo quasi come un’unica creatura, incombente a pochi metri dal terreno. I colpi dei soldati non sembravano causare alcun danno all’opprimente massa.
E’ allora che vidi i primi elefanti corazzati: si trattava di elefanti domestici che, sulle spalle, portavano coperture prelevate da carri armati, e adattate a colpi di martello alla schiena delle some. Alcune di queste armature erano senz’altro riciclate da carri in disuso, mentre altre, che univano tre elfanti in una sorta di treno corazzato, sembravano create apposta per essere utilizzate allo scopo. Gli enormi cannoni si preparavano a fare fuoco sui pipistrelli nella luce drammatica del tramonto, mentre altri soldati marciavano impassibili verso il nemico, lo sguardo privo di emozioni fisso sulla nube scura.
“In India, anche l’esercito è disperatamente povero” commentò mia moglie, con sarcasmo “non hanno nemmeno i soldi per i cingoli”
Mi voltai verso la servitù, che continuava ad ostentare un quieto sorriso illuminato dagli ultimi raggi del sole dorato, come se tutto quel che avveniva fuori fosse assolutamente normale e, in fondo, non ci riguardasse.
Forse qualcuno potrebbe trovare abbondanti archetipi jungiani e significati freudiani nel mio sogno... non lo so. Quel che conta per me, è che la mia mente sia ancora capace, talvolta, di viaggi simili in terre immaginarie, esplorando i confini sconosciuti della mia coscienza.
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