sabato 12 luglio 2008

Oltre il Muro

Mutianyu



“Oltre il muro, oltre il confine,


oltre il mondo, oltre la fine”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)



Il 2008 non è un anno facile, ma per la Cina e per chi ci vive in modo particolare. Quello che doveva essere un anno fortunato in cui tenere le Olimpiadi si sta trasformando in un incubo di proporzioni titaniche, tra rivolte varie, terremoti, rischio di terrorismo, inquinamento a livelli mai visti, e in generale una serie di situazioni imbarazzanti in cui la Cina non vuole trovarsi gli occhi addosso. Quindi, un po’ come quando succede a uno che in casa ha una macchia sul soffitto che si allarga, fa di tutto per chiedere agli ospiti di andarsene.



Ne risulta la politica di visti di quest’anno, il cui scopo semi-dichiarato è quello di far uscire dalla Cina tutti gli stranieri, o almeno tutti quelli che si possono mettere alla porta, e gestire in modo più semplice una situazione di crisi in cui occorrerà manipolare le informazioni ben bene.



Visto che io abito in Cina, mi sono trovato nella situazione di avere delle difficoltà impressionanti nel rimanere. I visti turistici necessitano ora di prova di prenotazione aerea e di residenza, ovvero prenotazione in un hotel per tutta la durata della permanenza o dichiarazione di una persona che ospiterà allegata al suo contratto d’affitto o documento di proprietà di una casa; non durano più di un mese, rinnovabili per un mese al massimo. I visti d’affari richiedono lettera d’invito di una società con almeno 500.000 RMB di capitale, e la precedente documentazione; durano tre mesi non oltre il 1° luglio e sono rinnovabili per un mese al massimo, ma non oltre il 1° agosto. Lasciando stare gli impraticabili visti da studente, giornalista e familiare di residente, rimangono solo quelli di lavoro, unici che permettono di rimanere in questo Paese oltre il 1° agosto.



Comincio le procedure a metà aprile, richiedendo tramite la mia azienda la Licenza d’Impiego e una Lettera d’Invito. Con queste mi reco in Italia (il visto non può essere concesso in Cina) dove al consolato di Milano, la seconda settimana di maggio, presento la lista di documenti presente sul sito web e confermatami dall’agenzia per i visti cinese: oltre ai due precedenti fogli, modulo di richiesta compilato (difficilissimo), passaporto valido almeno un anno e due fototessere. Sopra lo sportello è scritto “In base alla convenzione di Vienna, il consolato si riserva di richiedere qualunque documento aggiuntivo senza preavviso, e in caso di rifiuto del visto non è tenuto a fornire spiegazioni”. Infatti il funzionario mi guarda e mi chiede: “Certificato medico”. Visto che non ne ho uno in tasca al momento, mi invita a tornare la settimana successiva; solo dopo numerose richieste mi fornisce spiegazioni maggiori sul certificato medico, fornendomi una lista di esami, scritta in cinese e inglese e fotocopiata male. Nella lista figurano certificato di buona salute, esame della vista e dell’udito, esami del sangue e delle urine, elettrocardiogramma, lastre toraciche, ecografia. Attorno a me, in consolato, vedo gente disperata al secondo o quarto tentativo di richiesta del visto. A uno viene contestato un timbro poco chiaro su un foglio, a un altro un errore nello scrivere un’indirizzo in cinese, a un altro ancora vengono richiesti documenti in più.



Mi informo: nessuno sa nulla, se non voci stranissime. Pare che quasi nessuno riesca ad ottenere il visto di lavoro, vari contatti istituzionali mi danno quasi per spacciato e provano a mettermi in contatto con persone che forse potrebbero aiutarmi, da personale diplomatico e titolari di ristoranti cinesi. Torno in consolato una settimana dopo con una busta piena di esami clinici e la rovescio sul bancone. “Basta?” chiedo. Il funzionario non fiata e accetta la domanda di visto. Una settimana dopo è pronto: visto temporaneo, una entrata in Cina e trenta giorni per regolarizzare. Chissà se è stato per uno dei contatti che ho mosso o meno.



Sono in Cina il 28 di maggio, mi registro alla polizia sotto casa, che mi rilascia un permesso di residena valido fino al 28 giugno, ma anche se abito a Pechino dietro il PSB, l’ente che si occupa dei visti, mi tocca andare a Shanghai perché la mia azienda è registrata là. Una volta a Shanghai, mi viene richiesto di riregistrarmi alla polizia locale, utilizzando il contratto d’affitto di un mio collega, cosa che mi prende circa due ore visto che le poliziotte sono impegnate a chiacchierare nel loro sciocco dialetto e mi fanno attendere all’infinito; per procedere con la storia del visto, dovrò inoltre fornire un certificato medico, stavolta cinese. Non è che la mia salute sia cambiata rispetto a tre settimane prima, tuttavia quasi tutti i miei documenti sanitari italiani, inclusi quelli costituiti solo da immagini, vengono scartati e mi viene fissato un appuntamento a metà giugno, in cui ripeto la trafila di esami già subita in Italia. Una settimana dopo ho i risultati, con il mio rapporto medico, posso fare domanda di Permesso di Lavoro (ben diverso dalla Licenza d’Impiego che già ho) e in seguito chiedere il visto definitivo. Per fortuna la mia agenzia è brava e riesce a fare entrambe le domande in contemporanea.



Il giorno del mio compleanno, il 23 giugno, mi vengono a prendere con un’auto nera e mi portano a Pudong, al PSB di Shanghai. Qui un poliziotto mi squadra, registra la mia faccia su una webcam, esamina la mia registrazione alla polizia di Shanghai e nota che il mio nome è sbagliato, hanno messo una erre in più, così. Per fortuna non vuole infierire, semplicemente mi chiede di riregistrarmi con il nome corretto, piazza un timbro su un foglio e mi comunica che il mio visto è approvato. Tra una settimana potrò ritirarlo, tanto il tempo per stampare l’adesivo e appiccicarlo alla pagina del passaporto. Per fortuna, discutendo, riesco ad avere un passaporto temporaneo, ovvero un foglio di carta sottilissima tipo ricevuta con pinzata la mia foto, con cui potrò muovermi per la Cina ma non espatriare. La sera stessa parto per Pechino, dove arrivo all’1 di notte, un’ora di ritardo ripetto al mio compleanno, ma la mia Radha mi aspetta alzata, per festeggiare con me.



Passa il tempo, e nel frattempo vengo fermato più volte dai comitati di quartiere per la sicurezza olimpica che mi chiedono il permesso di residenza. Mi va bene fino al 28 giugno, giorno della scadenza, in cui mi reco in polizia. Solo che con il mio lasciapassare, stampato a Shanghai, non posso registrarmi perché la matricola sui computer di Pechino segue un sistema diverso. Mi chiedono altri documenti, mostro la registrazione in polizia di Shanghai e notano che il nome è sbagliato. Si consultano, fanno un paio di telefonate, è chiaro che non sanno come procedere. Alla fine una poliziotta mi dice che loro non possono fare nulla, è meglio che me ne vada, loro faranno finta di non avermi visto, e quando avrà il passaporto mi regolarizzerò.



Per questioni varie riesco a tornare a Shanghai solo il 7 luglio. L’agenzia mi viene a prendere sulla solita macchina nera, ritira il mio lasciapassare shanghainese e dopo un’ora è di ritorno, con due libretti: uno è il fantomatico Permesso di Lavoro, che mi autorizza a svolgere un impiego in terra cinese (dopo tre anni che lavoro in Cina), l’altro il passaporto con visto Z, validità un anno, entrate illimitate.



Dovrei tornare a casa il 9 luglio, ma per impegni di lavoro diventa prima il 10 e poi l’11, venerdì. Ha fatto bello tutta settimana, ma un’ora prima di uscire dall’ufficio comincia a piovere. Cerco un taxi ma non ce sono, rimango piantato in mezzo alla strada con le mie valigie, ignorando stoicamente le gocce che mi lavano, mentre attorno a me è battaglia per accaparrarsi i pochi taxi liberi. Sarà perché sono l’unico in tutta la strada che mantiene il sangue freddo, nessuno mi sfida e quando un taxi si ferma vicino a me salgo. “All’aeroporto di Hongqiao”.



Sono all’aeroporto all 6.45. Acquisto un biglietto per il primo volo per Pechino, quello delle 9. Vado al banco dello Standby, il ragazzo mi guarda negli occhi, mi fa saltare la fila delle persone inferocite, batte due tasti e mi cambia il biglietto: “Imbarco tra cinque minuti” dice, indicandomi il gate. La gente attorno a m è incredula ma non fiata. All’immigration ho davanti una comitiva di trenta turisti cantonesi: faccio segno a quella con la bandierina, mostro il biglietto, e quella mi fa passare davanti. Un attimo dopo, un impiegato apre un nuovo sportello, accorciando ulteriormente la mia attesa.



Il volo è quasi puntuale. Sono a Pechino alle 9.45. C’è fresco, una leggera brezza. Alle 10.45 sono a casa, la mia lei mi aspetta in camicia da notte. La faccio vestire, poco dopo siamo in Guijie a mangiare ali di pollo piccanti e jiaozi alla sichuanese. Torniamo a casa a piedi godendoci il fresco, e poi mangiamo bigné di Beard Papa che ha comprato per me e stappiamo una bottiglia d’Asti spumante. Quindi facciamo l’amore, e quando abbiamo finito torniamo sul divano, a vedere una puntata d Scrubs su DVD. Ci addormentiamo tardi, sfiniti.



I miei documenti sono ancora sul tavolo, vicino alla bottiglia di vino usata per festeggiare. In tre mesi, da quando li ho richiesti, ho passato a Pechino, a casa, un terzo del mio tempo, costantemente obbligato ad andarmene per regolarizzarmi. Ma ora sono qui, e sono legale. Nessuno potrà cacciarmi da qui, almeno fino al 19 giugno del 2009.



E’ un anno difficile, ma il successo è più dolce, se si è dovuto faticare per ottenerlo.



“Giro nella notte forte che questo tempo non mi avrà


ormai il contratto è già firmato sono tutelato, sono assicurato


un dio mi ha dato l'immunità e questo tempo non mi avrà mai”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)




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