lunedì 24 ottobre 2005

Cicatrici

Molte persone portano con sé un segreto oscuro, un evento nel proprio passato che a fatica condividono con gli altri, la cui memoria li tormenta e li confonde. Può trattarsi della perdita di una persona, di un senso di colpa o di un rimpianto, ed è come una cicatrice che non andrà mai via.
 
Tuttavia, le persone hanno modi diversi di percepire e affrontare il dolore di questa memoria. Alcune vi si perseguitano, altre cercano di negarla a sé stessi, altre ancora l’affrontano con la rinuncia, l’espiazione, il cinismo o l’ironia. Una di queste persone il proprio segreto, la propria cicatrice, la porta ancora fresca su di sé, ed era con lei che giacevo nella penultima notte trascorsa a Shanghai.
 
In una camera di un appartamento cinese, sperduto in un complesso popolare, in una zona residenziale della periferia nord della città, nel nulla urbano più anonimo, due europei condividevano pensieri ed emozioni dopo mesi di solitudine troppo lunghi e duri. Nonostante si conoscessero da meno di una settimana, il loro abbandono era quasi totale, e ciascuno cercava il calore dell’altrui abbraccio, dell’altrui bacio come un bambino la madre.
 
Dopo aver a lungo parlato di verità e segreti, di eventi passati e futuri, ed aver riso e giocato come solo chi non ha paura dell’altro può fare, la sentivo stringersi a me, così intima e quasi familiare, e allora chiudevo gli occhi e posavo il mio capo sul suo, abbandonandomi a mia volta al suo abbraccio.
 
La cicatrice della ragazza che stringevo poche notti fa brucia ancora, ma non spaventa. Il grosso del dolore è passato, e quella ragazza sa che non potrà mai far più mal di quel che ha già fatto. Nel proprio futuro, vede solo lo sfumare di quel dolore, giorno dopo giorno, e poi il sollievo della morte. E per questo non ha paura, quella ragazza, ma anzi affronta la vita con più coraggio ed energia di quella che io avrei, sfuggendo alla sua prigione di paranoie verso un mondo nuovo e sconosciuto, la Cina. Quella ragazza non ha più paura di nulla.
 
Mi chiedo se la rivedrò, un giorno. E nel mio cuore lo spero. Quel coraggio, quella quiete nel guardar negli occhi i propri demoni e non tremare, mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Mi chiedo tuttavia, dove si ponga il confine tra disillusione verso la vita e volontà di costruire un domani migliore. Quella cicatrice dovrà guarire, prima che quella ragazza sia ancora felice.


Alzati Teresa che e' tempo per ballare
Sopra a questa sorte che gioia non dà
Cuore pompa sangue che voglio vivere
E sputa via la morte...
 
DIETRO DI TE! DIETRO DI ME!

lunedì 17 ottobre 2005

Guarigione

Una delle cose positive in questa permanenza a Shanghai è stata la guarigione dalla “febbre gialla”, ovvero quella malattia che prende quasi tutti gli uomini occidentali che stanno in Cina, e li fa correre dietro a branchi di cinesi dalla pelle di porcellana, i capelli lunghi e lucenti, gli occhi scuri ed enigmatici e il fisico perfetto – categoria in cui ricade buona parte della popolazione femminile tra i 15 e i 40 anni, in questo Paese.

Devo forse ammettere che in questo ero ulteriormente spinto dall’esperienza italiana e milanese, dove ragazze mediamente soprappeso si tirano a fighe e si comportano come divinità in terra, algide e irraggiungibili nei loro jeans di 4 taglie troppo piccoli. Era facile per me ammalarmi di febbre gialla, come tutti gli altri attorno a me.

Qualcuno ogni tanto guarisce, però. La disillusione arriva quando ci si accorge che così come quasi tutte le cinesi sono bellissime, molto più belle di qualunque donna occidentale, allo stesso tempo sono quasi tutte oche e svampite. La consapevolezza di questo limite inizia il processo di guarigione.
 
Questa doverosa premessa ci porta a ieri pomeriggio. In una caffetteria di Sichuan Lu, in un curioso stile etnico-vorrei-ma-non-posso, in legno e ferro battuto, che mescolava alle pareti streghe di legno e collane d’aglio di Halloween con peperoncini e tricchetracche della settimana nazionale cinese, stavo seduto a bere un espresso di quelli come si deve, di quelli che la domenica sono capaci di cambiarti la giornata in positivo.
 
Di fronte a me, stava una ragazza conosciuta il venerdì sera. Bella. Alta quasi come me. Maglietta, jeans e scarpe da tennis. Occhi bruni intelligenti e dolci. Capelli corti, biondi e lucenti. Pelle bianca come latte. Tedesca, arianissima.
 
E mi parlava con quel suo dolce accento teutonico, che dava un tono curioso e divertente al suo ottimo inglese. Abbiamo parlato, credo, per 5 ore consecutive, fino a quando, davanti a casa sua, al momento di salutarci, non le ho fatto notare che aveva dimenticato la bicicletta allo stadio. Fino a quando, salutandoci, le ho sfiorato la mano e ho sentito le sue dita cercare le mie. Fino a quando mi ha salutato con un “Ciao!” e ha pedalato verso casa, sorridendo e descrivendo curve a zig zag sulla strada trafficata. L’ho vista andar via così, felice, e anch’io sorridevo, perché ero a mio agio.
 
Sarò guarito davvero dalla “febbre gialla”? Non lo so, ma so che ora mi sento bene e in pace come non mi sentivo da tanto tempo.

lunedì 10 ottobre 2005

I looked at you

I looked at you, You looked me
I smiled at you, You smiled at me
And we're on our way, No we can't turn back, babe
Yeah, we're on our way, And we can't turn back
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


And we're on our way
No we can't turn back, babe
Yeah, we're on our way
And we can't turn back, yeah
C'mon, yeah!


I walked with you, You walked with me
I talked to you, You talked to me
And we're on our way
No we can't turn back, yeah
Yeah, we're on our way
And we can't turn back, yeah
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


And we're on our way
No we can't turn back
Yeah, we're on our way
And we can't turn back
'Cause it's too late, Too late, too late
Too late, too late


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The Doors, 1967

Urban Poison



 


Urban Poison





 


Today’s raining here. It seems to rain everyday, in this city. I wonder where the blue sky has gone… swallowed by grey clouds I guess. The hot drops fall all over me wetting my clothes and my hair, then dying on the dirty grey cement of the broken roads. I find cover under a building, in front of real estate agencies filled with Chinese signs offering flats in this hopeless periphery of the great whore of the East,



Shanghai . I smoke a cigarette waiting for the rain to go, but it’s pointless… the rain increases, and my body aches breathing the grey flavourless smoke which poisons my lungs. I throw the unfinished cigarette on the street, quenching its fire in a muddy pond.

 The people around me are all the same, I can’t tell one from another. Dressed in shabby clothes, with swarthy yellow skin and with the same detachment for the laowai, the foreigner. I think I would like to lay me down and die here, just if the ground wasn’t so disgusting I even loath to die in such a place.


 Apathy is creeping like a disease inside me, killing like a poison every hope, every desire, every care for virtue or growth. All is grey, and I’m turning grey, too.


 

giovedì 29 settembre 2005

Dreamlike Dive

Unfamiliar Faces Pass By...

In chaotic darkness, veins beating to the rhythm of music and bodies rocked by the flow of alcohol, unfamiliar faces pass by until one of them hits the memory, as the one looked for. Bare feet tread on the unseen floor, hands join in an embrace of fingers. Skin touches skin, and the warmth of each other’s breath can be felt with more than one sense.


 


Sitting on a bench, giving up all burdening thoughts that swirl with no order in the mind, we surrender to our deepest instincts and, as the first note of a symphony after a crescendo, our lips finally meet. Our tongues engage in a wild dance where everything else disappears, and they stand alone, joined together in a world of their own.


 


I lose myself in the weightless chemistry of your kiss, as overwhelmed by the tide of an ocean unknown. In that strange sea I drown, looking for the treasure of my own and others’ self.

sabato 24 settembre 2005

Cafè de Niro

Café de Niro


Musica soffusa, fuori il primo giorno d’autunno, aria fresca e umida di foschia. Odore di caffè, sapore di tiramisù, cacao e mascarpone, dolcezza di succo d’arancia e neutralità d’acqua. La completezza della sigaretta.


 


Seduto a un tavolino sul fondo, unico cliente, mi collego con il mondo tramite la rete. Comunico con persone, ed evito la folla.


 


Mai trovato un luogo così dolce e pacifico. Non mi meraviglia sia a Pechino.

mercoledì 21 settembre 2005

Domenica a Guangzhou

Svegliarsi dopo una notte di alcol, giochi e risate. Una notte di flirt andati in bianco e di scherzi andati tutti a buon fine. Una notte senza pensieri dall’altra parte del mondo.

Accanto a me, sul pavimento, un amico italiano, e un altro nella camera accanto. Il quarto arriverà più tardi. 

Con calma sonnolenta, si chiacchiera del più e del meno, si raccontano storie e aneddoti, si discute di storia ed etica nella dolce lingua madre. E si cucina un brunch, di gran lunga uno dei pasti migliori consumati qui da molti mesi: frittata con patate, bresaola con limone ed erba cipollina, grissini, brie, mozzarella e pomodoro in insalata, caffè, succo d’arancia, yakult. Il culmine del piacere arriva con la sigaretta al sole pigro di un giorno variabile, che illumina le colline lussureggianti e i palazzi grigi di Guangzhou.

E’ una giornata di pace come non ne passavo da tanto tempo. Siamo tutti viaggiatori, metà di noi sono di passaggio. E di passaggio sono le nostre emozioni diverse e forse complementari. Ma in questo momento, non esistono passato o futuro rilevanti, solo tranquillità.

Sbadiglio, guardando dal balcone le finestre silenziose dei palazzi, mentre alle mie spalle canta la voce vellutata di Norah Jones. Aspirando dalla sigaretta, mi stiracchio. Oggi sono un po’ a casa. Domani non sarò più qui, ma in fondo me ne importa molto poco, perché ho imparato a giocare con il tempo, e non mi fanno paura né attimo né eternità.