domenica 26 febbraio 2012

Bonjour


I bimbi e le campane 
gente con il cane 
grazie a Dio è domenica 
bello il mondo e bella tu 
bonjour (bonjour) 
sveglia amore è tardi e il cielo è blu 
bonjour 
e l’inferno dell’inverno non c’è più 
bonjour…bonjour 

hey hey hey… bonjour 

potremmo andare al mare 
o al parco a camminare 
uno spritz e due caffè per noi 
stare abbracciato a te 
bonjour (bonjour) 
sveglia amore è festa e il cielo è blu 
bonjour 
 e l’inferno dell’inverno non cè più 
bonjour…bonjour 

hey hey hey 

sveglia amore è festa e il cielo è blu 
quanta gente in festa dai scendiamo giù 
bonjour… bonjour 

hey hey hey bonjour
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Bonjour - Dannato Vivere (Negrita 2011)

domenica 22 gennaio 2012

L'Anno della Bellezza Esteriore


"Maledetta la carne che dipende dall'anima. E maledetta l'anima che dipende dalla carne".
Gesù Cristo, Il Vangelo di Tommaso

Un altro anno è passato. Un altro anno di difficoltà, di lotta, di resistenza a quelle che Amleto 'chiamava i colpi e le frecce della fortuna ostile'. Com'è andata la trascendenza di Krsna ormai Rama? Non è facile stare dietro alla cura dell'anima quando le necessità della vita materiale e i problemi familiari incombono. Disoccupazione ormai cronica, depressione della mia Sita per la scomparsa prematura della madre, presenza ingombrante per due mesi e mezzo del suocero, esclusivamente sinoparlante e pure lui in lutto, in casa. Sfighe a non finire, direbbero alcuni. Chi ha tempo di trascendere con questi problemi?
Eppure forse ha ragione chi sostiene che le difficoltà temprano: il corpo, la mente e l'anima. Perché l'anno che è passato, l'Anno dello Yoga in tutto, ha portato dei fiori e dei frutti inaspettati: grazie alla pratica dei principi yogici ho infatti realizzato una pazienza e una capacità di concentrazione che non avevo mai avuto. Ho cominciato numerosi progetti e a distanza di tempo li proseguo tutti, con passione e disciplina. Il più importante di essi è il mio libro, un romanzo storico, che è già al dodicesimo capitolo e quasi a metà del suo completamento. Ho continuato a fare hathayoga, secondo le possibilità di tempo: mi sono preso varie pause, ma sono dell'idea che le pause siano necessarie in tutto: la passione va coltivata, mai forzata.
Tra le altre cose, ho trovato lavoro. Ne ho trovati parecchi, per la verità, impieghi che non avrei mai nemmeno considerato prima di quest'anno; e li ho svolti con curiosità e interesse, sperimentandoli e abborbendo le esperienze come una spugna, prima di licenziarmi e cambiare, non appena si presentava qualcosa di più utile alla mia carriera. Ho venduto assicurazioni, per Giove. Ho venduto calcestruzzi. Calcestruzzi, cemento, asfalto! Il peggior lavoro che potessi immaginare appena laureato, quando mi dicevo: “Io non lavorerò mai in un'azienda che fa cementi”. E sapete cosa? Non è stato poi così male: l'ho preso come yoga, karmayoga. Esperienza, vita.

“[...] now I saw as clearly as in a picture what an illusion my former personality had been. The few capacities and pursuits in which I had happened to be strong had occupied all my attention, and I had painted a picture of myself as a person who was in fact nothing more than a most refined and educated specialist in poetry, music and philosophy; and as such I had lived, leaving all the rest of me to be a chaos of potentialities, instincts and impulses" Herman Hesse, Steppenwolf

Oggi invece vendo colori. Matite, pestelli, pennarelli, tempere. Arte, creatività. Ad aspettare e cavalcare l'onda karmica, nel bene e nel male, la ruota prima o poi gira, e dopo il sotto viene il sopra. Ci vuole pazienza, e tanto yoga. Grazie al nuovo lavoro la mia Sita sta meglio: non è più il solo reddito in famiglia, e sente meno ansia. E io, novello cittadino e lavoratore attivo, riesco a coltivare ancora le vecchie passioni e a praticarne di nuove, grazie appunto al reddito che entra mensilmente sul conto corrente: la scrittura, la lettura, la cucina, il gioco di ruolo, la fotografia, l'hathayoga; e i viaggi, l'acquerello, i ristoranti e i bar, l'abbigliamento. La mia vita sociale è migliorata: frequento più persone, con atteggiamento diverso, e soprattutto ne conosco spesso di nuove. Frequento nuovi posti, ambienti diversi, esperienze nuove. Insomma, un bel successo l'Anno dello Yoga in tutto, alla faccia delle sfighe.


Le difficoltà del 2011 e dei tre anni precedenti hanno però lasciato il loro segno sul mio corpo. Appaio più vecchio, più stanco, appesantito. Grasso, soprattutto, sul ventre, sul viso. Sono per la verità più forte di prima, più agile e snodato, ma quando mi guardo allo specchio non ce n'è: non mi piaccio. Per uno che per anni ha cercato la bellezza in ogni cosa, trovarsi brutto è una catastrofe cui occorre porre rimedio. Non si può trovare la bellezza senza portarla con sé: nel 2012 bisognerà ricominciare a prendersi cura di sé, ristrutturarsi, cambiare dopo tutto il tempo in cui il corpo è stata trascurato a favore degli altri aspetti della mia identità. Voglio essere più magro, più tonico, più asciutto e atletico. Più elegante, più armonioso nei movimenti. Voglio ricominciare a vestirmi con coscienza, scegliendo secondo il gusto e non solo la comodità. Voglio, in una parola, rimepirmi nuovamente di bellezza e rifletterla nelle cose mie e in quelle che mi trovo attorno. Essere circondato da bellezza, in tutto, non solo in un aspetto. Il 2012 sarà l'Anno della Bellezza Esteriore. Via, che si inizia un nuovo cambiamento!

"Though we travel the world over to find the beautiful, we must carry it with us or we find it not."
Ralph Waldo Emerson

giovedì 1 settembre 2011

Borderlands


Lake Orestias
 



Nell’agosto del 2010 ero in Grecia settentrionale, in quella parte della penisola più vicina al mondo slavo e turco, fatta di montagne e valli isolate attraverso cui, nel corso dei millenni, talvolta è passata la Storia, e poi non si è fatta più vedere per secoli, lasciando come eredità un’atmosfera da luoghi dello spirito, da dipinto romantico, da limbo sospeso in eterno ricordo e meditazione.
 
Uno di questi luoghi è Kastoria. Non so, o non ricordo, perché ci siamo passati. Forse era semplicemente sulla mappa. Arrivarci non è stato facile: la strada ferrata all’alba del XXI° secolo non è ancora arrivata nel Nordovest greco, sulle montagne dell’Epiro e della Macedonia, e ci è toccato cambiare tre diversi autobus, arrancanti su stradine di montagna tutte curve e strapiombi. Kastoria è una città su un lago vulcanico: un vecchio cratere spento s’è riempito d’acqua, diventando un vasto stagno dove gli uccelli migratori si fermano in estate, e lasciando al suo centro un piccolo cono a emergere dalle acque, coperto di vegetazione boscosa. A unire il bosco al centro del lago con le sponde c’è una lingua di terra, su cui è sorta Kastoria. Il nome viene dai castori, allevati qui sin dall’antichità per le loro pellicce, e le famiglie mercantili locali hanno creato fortune trasportando questi beni di lusso, a dorso di mulo, verso i mercati più ricchi, sulle coste del mare. Le famiglie più facoltose hanno costruito grandi dimore, gareggiando tra loro per quella più sfarzosa ed elegante, ed ogni dimora è stata dotata di una cappella dedicata al nume tutelare della famiglia.
 
Poi, all’inizio del ‘900, la concorrenza ha affossato l’oro di Kastoria, e con le leggi restrittive della caccia la città è fallita. Gran parte delle famiglie mercantili se ne sono andate, e la città si è addormentata. Oggi rimangono, a memoria del passato, decine di splendide magioni in ogni stile architettonico, dalle case tradizionali con travi di legno a vista a ville art déco, troppo belle, troppo grandi, quasi sempre vuote, abbandonate, con i vetri rotti, i pavimenti sfondati, i giardini inselvatichiti. E le cappelle, alcune di esse medievali, bizantine, con i loro affreschi e le loro icone a sfondo dorato, a rappresentare un’ideale di immutabile eternità, una sfida contro il tempo e la sua tirannia.
 
Il B&B dove stiamo a Kastoria costa poco, pochissimo. Forse anche per questo ci siamo passati. Non ci aspettiamo granché, e invece alla fine di una stradina che scende tra vecchie case e alti pini, troviamo una villetta in stile liberty, splendidamente tenuta. I proprietari, Georgios e Xenia, gestiscono uno dei B&B più puliti, piacevoli e caratteristici che si siano mai visti. La casa l’hanno costruita i nonni di Georgios, lui di Kastoria, lei della costa orientale dell’Egeo, dall’altra parte della Grecia; come tante altre, la sua famiglia era stata vittima delle deportazioni di massa del XX° secolo, ed era stata trasferita dalle spiagge dell’antica Asia minore alle montagne della Macedonia. Poi la crisi, e la disoccupazione a Kastoria. E poi il fallimento dello Stato greco. Georgios e Xenia hanno deciso di trasformare la vecchia casa, troppo grande per loro e per il loro unico figlio, in albergo, e lo hanno fatto con la passione che solo chi ama il proprio lavoro ha.
 
Georgios non ce l’ha con i turchi, come gran parte dei suoi compatrioti; è laureato a Didimoticho e gran parte dei suoi compagni di studi erano turchi di nazionalità greca. E’ anzi sorprendentemente cosmopolita, e il suo odio casomai lo dirige verso le banche che hanno strangolato il suo Paese e la classe politica che lo ha permesso. Georgios e Xenia hanno invece molti amici laureati in Italia, e due di questi hanno un ristorante sul lungolago. Il locale si chiama Peran, come il quartiere degli stranieri di Istanbul, ed offre appunto cucina greca costantinopolitana. Lo chef e la manager hanno vissuto e studiato a Pisa e parlano un eccellente italiano; il cibo è divino, raffinato, da ristorante stellato. Non spendiamo mai più di 15 euro a testa. Il costo della vita, spiegano, qui è basso.
 
Partiti da Kastoria attraversiamo le valli della Macedonia che si allargano sino ad aprirsi nella piana di Salonicco, presso il mare, ma quel luogo tra i monti ci resta a lungo nel cuore. Tornati a Milano, trovo su Facebook una richiesta d’amicizia da parte di Georgios, con cui rimango in contatto a tutt’oggi. E’ grazie a lui e a sua moglie, a Youtube e ai loro Wall che scopro la musica contemporanea greca. Uno di questi nuovi gruppi folk mi colpisce, lo ascolto e riascolto. Poi, un anno dopo, con l’estate alle porte, mi rendo conto di quanto mi manchi la Grecia, e ordino via posta l’ultimo CD di quel gruppo.
 
E questo, insomma, è il modo in cui ho scoperto i Burgundy Grapes.

 



martedì 11 gennaio 2011

L'Anno in cui Tutto è Yoga

Walking Meditation



Il 2010 è stato l'Anno del Ritorno in Patria: il 1° aprile ho abbandonato la Cina, dopo 5 anni, e sono rientrato a Milano con moglie e averi. Sono tornato alle origini come volevo, ho una casa, ma purtroppo a gennaio 2011 sono ancora senza un lavoro: la crisi perdura e l'Italia invece di reagire, come suo solito, guarda e aspetta tempi migliori. Problemi economici per noi non ce ne sono, grazie al Cielo: io e mia moglie in questi mesi abbiamo imparato a vivere con più semplicità e ad apprezzare maggiormente le piccole cose; tuttavia un lavoro più o meno stabile è un requisito necessario ad essere un membro a pieno titolo di una società, a vivere il proprio tempo e non emarginarsi. Da questo punto di vista il successo del mio mettere radici è stato dimezzato – 8 mesi e non si è ancora indipendenti e inseriti.


In ogni caso il bilancio, se non perfetto, è comunque positivo: a Milano siamo e staremo, la sentiamo ormai come la nostra casa, e abbiamo rifiutato diverse opportunità di lavoro per Pechino, Shanghai, Hongkong, Roma. Non abbiamo intenzione di muoverci di qui, per ora. Le radici hanno attecchito bene.


 


A Milano ho riallacciato i rapporti con i vecchi amici che mi mancavano, e dopo un periodo iniziale dedicato a cercare di ricreare i bei tempi andati, ho anche metabolizzato il cambiamento avvenuto nelle persone e nelle relazioni durante la mia assenza, e ora sto rivalutando molta gente, con un occhio al futuro e non più a un passato che ormai non tornerà com'era.


 


Un effetto collaterale del mettere radici è stato da un lato un nuovo interesse per la mia Storia, quella del luogo in cui vivo e quella della mia famiglia. Ho così scoperto cose molto interessanti e acquisito una prospettiva nuova e più ampia su me stesso e la mia casa; dall'altro lato il mio amore per l'Asia si è un poco affievolito: inizialmente è stata un'insofferenza verso i cinesi, che me ne hanno combinate di ogni, ma poi un rifiuto di un'Asia idealizzata è cresciuto dentro di me, e ha avviato una riflessione non ancora conclusa sull'Oriente. In ogni caso il progetto del Grande Viaggio, quello prospettato già due anni fa e sempre rimandato, è naufragato: boicottato da mia moglie, dai miei genitori, dall'ambiente in cui vivo, e disertato anche dagli amici. Questo è il più grande dei miei rimpianti, l'unico forse, una cosa che avrei dovuto fare assolutamente nella mia vita ma non farò mai. Ci sono state scelte da fare, e io le ho fatte: cercherò come sempre di non guardare troppo al passato e portare avanti le mie decisioni con coerenza.


Quanto al grande rimpianto della mia adolescenza, il mio demone che ho dovuto affrontare al mio ritorno, la mia Daphne, è superato. In qualche modo l'ho affrontato: potevo affrontarlo meglio, ma sinceramente mi aspettavo molto peggio. Ho finalmente compreso che la sua assenza mi ha reso ciò che sono, e che se lei avesse detto anche solo una volta sì, oggi sarei una persona più sicura di sé stessa, ma anche meno sensibile, compassionevole, profonda, forte. Tutta la mia arte è nata da quel rifiuto, e quel rifiuto devo benedire a riprova che i fallimenti insegnano più delle vittorie.


 


Cosa mi aspetto dall'anno nuovo, a parte un lavoro, condizione materiale necessaria a crescere nella direzione che voglio? A un livello più spirituale, due eventi sono stati determinanti nel comprenderlo.


 


Il primo evento è accaduto poco prima di Natale, il 22 dicembre, quando ho avuto la fortuna di essere solo a lezione di yoga con il mio maestro, e invece di fare una normale lezione, ho deciso di porre una domanda: “Qual'è lo scopo dello yoga?”. Era più una curiosità che altro. Avrebbe potuto rispondere “Lo yoga è un tipo di ginnastica indiana il cui scopo è la tonificazione e il rilassamento del corpo”, e io sarei stato soddisfatto, il che la dice lunga sul mio livello di trascendenza ultimamente. E invece no, invece il maestro, che ho eletto seduta stante a mio guru, ha fatto un sospiro, ha detto “Non c'è una risposta unica... ” e poi ha speso l'ora seguente a farmi una panoramica comparata le varie scuole mistico-filosofiche di origine indiana, soffermandosi specialmente sui punti in cui tutte quante concordano e sui concetti fondamentali condivisi, il tutto in modo chiaro, lineare e semplice. Erano per lo più cose che già avevo letto o sentito, oppure che avevo intuito da me, cose che sapevo ma in modo confuso o parziale, o semplicemente che avevo dimenticato; però tutte queste cose insieme non le avevo sentite mai, mai ordinate in un sistema logico, mai spiegate e definite in maniera netta e chiara, mai “ripulite” dalla massa di tradizioni religiose da cui sono nate e che si portano dietro come bagaglio aggiuntivo ma non necessario. Per me è stato come guardare un disegno astratto complesso e improvvisamente capirlo, vedere quel che nasconde, quel che significa, in modo evidente e trasparente. E' stato un po' come aver unito i puntini di un disegno e capito il loro ordine. Un'ora dopo la mia domanda, l'universo era un luogo più ampio, logico e interessante di quanto immaginassi.


 


Il secondo evento è stato un paio di giorni fa, lo scoprire che tra i miei avi figura un tale Pietro Pisani, padre della nonna paterna di mia nonna paterna, quella che un bel giorno, a 98 anni e dopo 12 che pregava per la “grazia della morte”, nello scoprire che era sana come un pesce ha deciso di far da sé e dopo un mese di digiuno passato per lo più in preghiera e contemplazione, ha reso l'anima con lucidissima serenità. Pietro era detto el Magh o el Midigòn, ed era un guaritore, uno che curava le persone, anche a distanza alle volte, con pratiche che avevano più a che fare con quella che la gente definisce magia che con la moderna scienza medica. Ancora oggi nei pressi di Confienza sorge un'edicola da lui dedicata al beato Pacifico, dove chiedeva alla gente di fare libere offerte, perché lui non riceveva nessun compenso diretto per i suoi aiuti: infatti Pietro non era guaritore di professione, lui faceva il mugnaio. Non aveva studiato, non faceva parte di congreghe o associazioni, non era nemmeno in buoni rapporti col parroco del Paese, che vedeva la sua magia con sospetto. Pietro faceva il mugnaio e basta, e fare il mugnaio era quello che gli interessava; il midigòn era un'attività collaterale, fatta forse più per aiutare la gente che veniva a chiedere aiuto che per trarne qualcosa; era infatti persona burbera e sgarbata, come tutti i guaritori di quell'epoca, quasi gli scocciasse dover occuparsi di certe faccende. A lui interessava più fare il mugnaio.


 


Al termine della lezione di yoga, il mio guru mi ha fatto camminare con lui da un lato all'altro della stanza. Ci abbiamo messo una decina buona di minuti, passo dopo passo, mettendo attenzione in ogni minimo movimento del nostro corpo. “Non importa ciò che fai” mi ha detto “ma come lo fai, l'amore e la concentrazione che ci metti fa la differenza”.


 


Alla vigilia di Natale ho fatto il bollito. Ho scelto con gran cura la carne da metterci: polpa di manzo dalla cascina dei parenti di campagna, spalla di maiale dell'Esselunga, grugno di maiale del macellaio cinese di China Town, zampa di bovino del macellaio musulmano di piazza Tirana, coscia e ala di pollo del Bontà Più in via Lorenteggio. La preparazione del bollito è un rito. Prima di buttano nell'acqua cipolla, carota, sedano. Poi le ossa. Poi quando l'acqua bolle si aggiungono i pezzi di polpa, secondo il tempo di cottura necessario. Se il brodo rischia di uscire dalla pentola va tolto, ma tenuto. Se la carne rimane fuori dal brodo bisogna aggiungere quello che si è levato prima. Occorre dosare sapientemente sale, pepe, chiodi di garofano, alloro, rosmarino, salvia, prezzemolo. E' necessario seguire la cottura regolando la fiamma e mescolando ogni 15 minuti per almeno due ore. Il bollito è un rito.


Mentre lo preparavo, a un certo punto ho avvertito il profumo che usciva dalla pentola, e ho guardato stupito la testa di Ganesh che domina la cucina. Non era un bollito qualunque: era un bollito eccezionale, e quello che lo aveva reso eccezionale erano stati il mio amore e la mia concentrazione. Tutto è yoga, se fatto con il giusto atteggiamento.
 


L'acqua bolle, e io ho fame



Ci si può sentire vicini alla perfezione e in armonia con l'universo cucinando un piatto della festa per i nostri cari. Si può sentire la vibrazione della vita nel proprio corpo camminando lentamente da una parete all'altra di una stanza. Si possono ottenere poteri di guarigione macinando il grano in farina in un mulino.


 


Il 2011 è l'anno dello yoga in tutto. Dalle meditazioni più profonde alle attività più banali e mondane, voglio trovare il giusto atteggiamento per trascendere e progredire. Cominciando possibilmente trovando un lavoro, un lavoro qualunque. Quel che conta per me non è cosa, ma come lo svolgerò.
 


Lombardia

sabato 25 dicembre 2010

Ordine e Senso




"Nelle profondità del nostro inconscio c'è un bisogno ossessivo di un universo logico e coerente. Ma il vero universo è sempre un passo al di là della logica"
Muad'Dib, Dune

Una delle caratteristiche proprie dell'uomo è quella di cercare un ordine nel cosmo. In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni classe sociale e ad ogni livello di cultura, gli uomini hanno tentato di trovare le ragioni degli avvenimenti, per unire in un filo logico gli eventi della vita. Il legame tra causa ed effetto, il perché delle cose.
Ma regolarmente gli eventi irrompono, in modo da dimostrarci i limiti delle risposte che ci siamo dati, o di quelle che abbiamo accettato da altri. L'universo ci mette davanti il nostro errore.

Il cancro è uno di questi casi. Ci sono tanti modi di morire, e a quasi tutti è facile dare una spiegazione. L'infarto capita per cattive abitudini alimentari e fisiche, e mancanza di prevenzione. Il tifo e l'epatite per scarsa igiene. La malaria per la malsanità dell'ambiente. L'alzheimer per l'età avanzata. La gente muore negli incidenti stradali, ferroviari, aerei, per errore di qualcuno o falle del sistema meccanico. Muore in guerra perché c'è qualcuno che la uccide.
Il cancro no: non si previene, è spesso impossibile da tenere sotto controllo, e se certi comportamenti ne aumentano la possibilità, non ci sono comportamenti che la escludono. Non c'è un tipo particolare di persone colpita dal cancro: può colpire chiunque, ovunque, in qualunque momento. Non è come la vecchiaia, che è una certezza; il cancro può anche non colpire mai, e tutti sperano sia così: e invece a volte colpisce, inaspettato, crudele, senza ragione apparente nella scelta della sua vittima. Come il cancro al pancreas, che si è portato via mia suocera.

Cinquantasei anni, vita sana, tranquilla. Mai fumato, mai bevuto, cibo con moderazione: poca carne, poco olio, tanta verdura fresca. Un lavoro da insegnante, quanto basta per non essere sedentaria ma al tempo stesso nemmeno schiava della frenesia moderna. Si faceva visitare spesso dal medico, attentissima ad ogni sintomo di un qualunque malessere. Persona buona, positiva, sempre pronta a dare agli altri e mai a chiedere. Da un po' aveva un mal di schiena molesto: all'inizio le avevano detto che era l'età, forse cattiva postura nel fare lavori di casa; poi invece le hanno detto che era cancro al pancreas. Così. Aveva fatto dei test per il cancro al seno e alle ossa due mesi prima, non le avevano trovato niente.
Quel giorno non è nemmeno tornata a casa, l'hanno tenuta all'ospedale. Una settimana dopo non camminava più. Una dozzina di giorni dopo la mente già si offusca, le parole escono a fatica dalle labbra. Si nutre con una flebo, il torace è pieno d'acqua. La malattia si è ormai diffusa alla milza, al fegato, ai polmoni. Sedici giorni dopo, senza nemmeno essersi resa conto di non avere più speranze, l'anima abbandona il corpo torturato.

Una causa convincente per l'effetto non si trova, io non la trovo. Non me la offre la scienza, non la religione, non la filosofia. E' capitato. Sono cose che capitano. Non a tutti, solo ad alcuni, ma non si sa mai quali, non si può prevedere. Sua madre ha 80 e passa anni, ed è sana come un pesce.

Sua figlia, 30 anni, che vive in Europa ed è tornata in Cina, lasciando il suo lavoro, per starle vicino, trova che sia ingiusto. Non c'è nessuna ragione perché sia capitato a sua madre, non se lo meritava. Non si dà pace, e fino all'ultimo, fino a quando ha visto i medici tentare di rianimarla, fino a quando uno di loro ha pronunciato il decesso, ha sperato che la madre guarisse. Sperava. Pregava. Atea, ha fatto voto di farsi cattolica se le fosse stato concesso un miracolo, ma niente. Cerca un senso in quanto è accaduto, ma non lo trova. Sua madre doveva venire in Europa l'anno prossimo, vedere un continente che da tanto tempo sognava. Aveva appena 56 anni. E' ingiusto.

Da parte mia, posso solo accettare l'insensatezza dell'universo, la fragilità della condizione umana. Morire è più facile di quanto ci illudiamo: tutti moriamo, ma raramente ci riesce di scegliere o prevedere il come e il quando. Il più delle volte la realtà lascia stupiti e insoddisfatti.
Forse un senso non c'è, o forse c'è, ma siamo noi a non trovarlo. E' un po' lo stesso, per quanto ci riguarda. Come sempre, come in ogni cosa, tocca a noi trovare le risposte, immaginare un senso nella nostra esistenza e in quella degli altri, accettando la nostra incapacità di rispondere in modo esauriente alla Domanda, cui nondimeno necessitiamo, tutti in quanto uomini, di dare una nostra Risposta, almeno temporanea. Finché l'universo tornerà nuovamente a dimostrarci i limiti della nostra comprensione umana.
Ma questi non sono che fatti, e l'ordine che sta dietro ad essi aspetta solo di essere immaginato da noi.

giovedì 7 ottobre 2010

Giovinezza

young Krishna devotees.....

Ieri ho fatto la mia migliore lezione di yoga di sempre. Concentrato, sereno, tonico, tutte le posizioni entravano e si mantenevano quasi con naturalezza, mentre attorno a me gli altri compagni tremavano e sbuffavano. E' merito del mio maestro, ed è anche un po' merito mio. Durante la lezione, mentre la mia mente vagava durante il rilassamento, e gioiva del fatto che, a 30 anni e 81kg, faccio yoga meglio di quando avevo 25 anni e 70kg, ho avuto un'epifania.

Il segreto sta tutto nel migliorare.

Implicitamente ho sempre pensato “adesso che ho 31 anni non sono più giovane, almeno non lo sono relativamente a quando avevo 25 anni”. E qui sbagliavo, confondendo una misura astratta di tempo con una condizione del mio corpo e della mia anima. Essere giovani in questo senso è relativo: c'è gente che è giovane a 60 anni, altra a 20 anni è già vecchia. Cosa significa allora essere giovane, in che cosa consiste?

Essere giovane, ho compreso ieri, significa crescere. Sapere che davanti a noi c'è un futuro in cui potremo essere persone migliori, in qualunque senso vogliamo. Più consapevoli, più buone, più forti, più sagge, più belle, più affascinanti, più esperte.

In poche parole, si è giovani finché si può sperare in un domani migliore. Si è vecchi quando i tempi migliori sono alle spalle.

Ecco, io ho capito di essere ancora giovane, perché non ho mai fatto yoga meglio di ieri, e se mi impegno so che la prossima lezione potrò raggiungere un livello ancora più alto. E non solo nello yoga. Ogni giorno voglio impegnarmi per migliorare in tutto, essere più consapevole, buono, forte, saggio, bello, affascinante ed esperto. Ricordarsi che migliorare è possibile, questo è il segreto, e non è cosa facile, con tutte le distrazioni che ci portano verso la stasi fisica e spirituale. Ci concentriamo sulle cose esterne a noi, sulle cose che possediamo o vogliamo possedere, o sulle informazioni irrilevanti che ci bombardano continuamente, e in quel momento perdiamo noi stessi, ci abbandoniamo alla vecchiaia.

Ma io so che finché mi ricorderò di migliorarmi ogni giorno, non sarò mai vecchio.

sabato 12 giugno 2010

Oltre la Tempesta

 


Sono su una nave, fabbricata da me, costruita da quella che era una zattera e poi una barca, rinforzata con pezzi di legno trovati qua e là, sulle varie isole che ho visitato nei miei viaggi. Attorno a me, bonaccia, una bonaccia che dura da lungo tempo, troppo tempo. Il sole mi ha scurito la pelle e l'ha resa come cuoio, mi ha assetato e mi ha fiaccato con la sua violenza tropicale. E poi, all'orizzonte, nero. Lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato prima o poi, in parte lo desideravo, in parte speravo non arrivasse mai. Lo stomaco mi si torce per l'ansia, per la paura. La mia nave sarà abbastanza solida? La saprò governare? Mi viene persino in mente di voltare la prua e cercare un rifugio, una baia dove nascondermi, aspettando che passi il tifone. Ma poi mi ricordo che attorno è bonaccia e non posso muovermi, e comunque la tempesta mi raggiungerebbe prima o poi. Se non oggi, forse domani.



Abbasso le vele e scruto costantemente l'orizzonte. Ostento calma per convincere me stesso, in cuor mio prego Siva perché mi dia la forza, Durga perché mi protegga, Kali che mi dia coraggio, e Rama risolutezza. La tempesta è nera, davanti a me, e diventa sempre più grande. E' una tempesta che conosco, ricordo bene le volte che, giovane, mi ci sono buttato dentro incoscientemente, il fasciame della mia imbarcazione è stato sfasciato, e io sono stato preda delle sue onde, sbattuto qua e là, fino a rimanere sfiancato, solo, abbandonato, su una spiaggia sconosciuta. Tre volte è già successo, tre volte sono naufragato per la mia inadeguatezza.


Lo stomaco fa male, mi piega quasi in due, le gambe mi tremano, ma la mia mano si stringe alle sartie e i miei occhi non si abbassano. Se oggi si affonda, si affonda con dignità, come si conviene al capitano di una nave. Le prime gocce di pioggia mi battono sul viso, pesanti. L'odore della tempesta mi avvolge, le nubi mi sono ormai addosso e coprono il sole.


E poi è pioggia e vento, e niente più. Niente tuoni, niente fulmini, niente turbini. La mia mano lascia andare una gomena e fa svolgere le vele, che vengono gonfiate da un vento per nulla indomabile. La mia nave si muove, lasciandosi condurre docilmente da me. La pioggia mi bagna, mi infradicia, e mi accorgo che lava via strati di sudore, di terra in cui sono caduto, di sangue rappreso. Mi pulisce e mi purifica. E' la tempesta che conoscevo, eppure non è la stessa – si è placata, con il tempo, mentre io sono cresciuto in abilità, e ora la mia nave nemmeno si agita. Cavalco il monsone verso la mia direzione, senza paura, senza angoscia. Il mio stomaco si è lasciato andare, le mie gambe sono divenute solide come prima. E quando ne esco, e vedo nuovamente il sole, non sono più quello che ero prima.

Una volta qualcuno disse “Un giorno rideremo di tutto questo”. Quel giorno è arrivato. Io non credevo sarebbe mai accaduto. Di certo non me l'immaginavo così. Lavato dalla pioggia, mi sento quindici anni più giovane, pieno di gloria, di fiducia, di speranze, come se il mio cuore non fosse mai stato ferito, come un adolescente che affronta al mondo senza averne mai sperimentato i mali. Il 10 giugno non è un giorno qualunque. Il 10 giugno 2003, la terza vota che mi sono buttato nella tempesta. Il 10 giugno 2004, il mio primo lavoro. Il 10 giugno 2006, il primo bacio con la mia Sita. Il 10 giugno 2010, dirigo la mia nave fuori dalla quarta tempesta, vittorioso. Una parte della mia vita finisce oggi, un nuovo capitolo comincia domani.