giovedì 30 dicembre 2004

Mezzi e Fini

La Felicità… tutti la cercano, pochi la trovano. La Gioia, la Serenità, la Beatitudine. Ho conosciuto poche persone veramente felici. Di solito, sono molte di più quelle che si vedono in televisione - quelle reali, le conto sulle dita di una mano.
 
Tutti comunque continuano a cercare la felicità, me compreso. Cerco di leggere i miei desideri più profondi, più forti, e faccio le mie scelte su questa base, usando intuizione ed esperienza. Sono auto-ricettivo, in un certo senso - se volete, la coscienza che ho di me stesso è relativamente elevata.

 
Non è così per tutti. Lo è per pochi, anzi. In un mondo di materialismo e consumismo, gran parte dei bisogni che percepiamo sono indotti, e il modo di saziarli è suggerito in modo subliminale dalle migliaia di informazioni da cui siamo bombardati in ogni secondo di veglia. Ferma una persona per strada, e informati sui suoi obiettivi: molto probabilmente, ricadranno entro una delle categorie che, nella coscienza collettiva, definiscono le cose che rendono felici.
 
Una bella famiglia, una bella casa, dei begli amici, una bella carriera, una bella auto, un bel cellulare, un bell'aspetto, una buona salute, tanto divertimento. Obiettivi chiari in mente, razionalità: scopi chiari per un'azione incisiva e pragmatica. "Io bene chiaro in mente quel che voglio, e lo otterrò" dicono tante facce televisive americane e ormai anche europee e asiatiche. "Diventerò un cantante!" "Sarò ballerina!" "Diventerò famoso e farò un sacco di soldi!" "Mi divertirò come non mi sono mai divertito". Bravi, bravi.
 
Mi ricordo di Leroy, il ballerino nero di Saranno Famosi. Alcuni anni fa, vecchio e con la pancetta, ballava per pochi spiccioli da Burger King in piazza Duomo, facendo il suo show e intrattenendo adolescenti ed extracomunitari impigriti sugli scomodi tavoli o scalpitanti e nervosi nelle file per la cassa. Qualche mese fa Leroy è morto di overdose, dopo una bella depressione durata parecchi anni.
  
L'aneddoto è emblematico di una situazione diffusa: gente che insegue grandi sogni e li raggiunge anche, per poi raggiungere uno stato di dolorosa disillusione e risentimento nei confronti del mondo. E mi chiedo: perché qui? Perché nei paesi benestanti, dove tutto sommato abbiamo tutto ciò che ci serve, e non nei paesi dove si sta veramente male? Forse i poveri non sognano? O semplicemente sognano meglio?
  
Il mondo benestante - America, Europa, Giappone, e ormai anche le città dove esiste una comunità cinese grassottella - Pechino, Shanghai, Hongkong e Singapore, è frustrato, triste, grigio, insoddisfatto di sé stesso e di un universo che non sa essere abbastanza generoso e piacevole. I benestanti sono in media molto più soggetti a una serie di patologie psicologiche come la depressione, l'anoressia, la bulimia, l'insicurezza, gli attacchi di panico. Come mai invece i poveri, che lavorano doppio e sono pagati un ventesimo, sorridono più spesso?
  
In verità, il mondo ricco, ed essenzialmente il mondo occidentale, ha commesso un errore enorme, un errore che data fin dai tempi dell'antica Roma e dei popoli mediterranei, e che si sta diffondendo nel mondo come una malattia che ha per vettore il benessere materiale. Mentre infatti l'India e la Cina legavano i fini della vita alla trascendenza, alla tradizione, al dovere morale, nel Mediterraneo esisteva un edonismo spudorato che poneva i piaceri terreni avanti a tutto, nella prospettiva di un aldilà che non stava a guardare al dettaglio nell'assegnare il posto alle anime. Mentre altrove l'edonismo era tollerato, ma mitigato da visioni che lo romanticizzavano, a Roma non si tentava di rendere l'universo più bello o più giusto - "prima che l'Averno ci inghiotta, godiamocela come possiamo". Non che non esistessero fior fiore di scuole filosofiche in Occidente - cito gli stoici e gli epicurei per tutti - ma la loro importanza fu sempre in secondo piano, e l'assuefazione al materialismo era quasi generalizzata in chiunque se lo potesse permettere.

 La reazione a questo materialismo pagano, decadente e amorale, fu la rivoluzione cristiana, che essenzialmente arrivò a identificare piacere e peccato, separando nettamente vita spirituale e vita mondana. Quando il Medio Evo finì e il cristianesimo perse il suo slancio riformatore, la coscienza occidentale era ormai formata e segnata. Chi accetta il mondo, rifiuta la comunione con il divino. Chi si dedica allo spirito, rifiuta la materia per definizione. Le due cose non sono compatibili, tutti pensano: bisogna scegliere o uno o l'altro.
  
Ora, l'accettazione della vita mondana e il rifiuto dello spirito creano un appiattimento di prospettive notevole, perché erroneamente portano a credere nella non esistenza di un piano "altro" rispetto alla materialità. Anche la psicologia più in voga oggi cerca di ricondurre la felicità a processi meccanici e reazioni chimiche, in modo piuttosto miope.
  
Ecco allora che l'approccio al piacere, alla felicità, si banalizza nella ricerca di oggetti materiali o situazioni concrete viste nella loro oggettività. Di qui l'errore: il credere che la felicità sia generata da una bella famiglia, una bella casa, dei begli amici, una bella carriera, una bella auto, un bel cellulare, un bell'aspetto, una buona salute. La relazione è automatica, meccanica, una reazione chimica, un processo causa-effetto lineare.
  
L'errore di prospettiva dell'Occidente, e ora del mondo benestante, è l'aver confuso i fini con i mezzi.
  
La gente ha pretese. Quando ottiene un bel partner, o la fama, o il denaro, si aspetta che la sua vita cambi improvvisamente, che puf!, il mondo diventi d'un tratto rosa e petali rossi cadano dal cielo. Quello che accade nella pratica è che all'ottenimento dell'obiettivo tanto agognato seguano insoddisfazione e disillusione.

La felicità è qualcosa di raro, sottile, sfuggente. Non si compra, non si ottiene come le caramelle. Bisogna cercarla, desiderarla, impegnarsi nella sua ricerca. Bisogna coltivarla come un fiore e raccoglierla come rugiada da un filo d'erba.

Una famiglia per essere felice richiede impegno, presenza e affetto. La fama richiede talento, sicurezza in sé stessi, e autoironia, o si finirà per montarsi la testa e gettare tutto all'aria. Il denaro richiede disciplina, generosità e una buona dose di distacco dalle cose materiali, o diventerà una prigione, una costante preoccupazione, o semplicemente si esaurirà a causa di spese folli. Una relazione d'amore… ne richiede di cose, per funzionare bene una relazione d'amore!

E allora a questo punto possiamo arrivare a una conclusione: tutte le cose materiali che possiamo ottenere non sono né buone né cattive, ma sono solamente dei mezzi, degli strumenti. Di per sé, non fanno nulla: siamo noi che dobbiamo utilizzarli a dovere per raggiungere il fine, lo scopo: la felicità. Non è facile, richiede impegno, talento ed esperienza. Però paga. Paga un sacco, ma questo sono sicuro che già lo sapete.
 
Quindi il consiglio è questo: sognate, ma non illudetevi. Il cammino per il posto dove volete arrivare è difficile, e se non imparate a riconoscere la strada non arriverete mai in quel luogo. Più di questo, posso solo augurarvi buon viaggio, e che la vostra meta sia esattamente come la sognavate, se non migliore!

1 commento:

  1. La soluzione credo sia non sognare e non illudersi che ci siano soluzioni. Ma ognuno è quasi libero di scegliere come impegare il tempo concessogli, seguendo o sognando una strada o un abbozzo di possibile strada. La vita è gioco dove i fattori principali sono la casualità, l'adattamento e il dubbio.

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