Tempo fa parlavo con una ragazza italiana. Lei è bella, intelligente, in gamba, e ha grandi prospettive nel suo futuro. Non credo le sfrutterà, o almeno questo è ciò che lei dà ad intendere. Ciò che la frena è il suo ragazzo, calabrese della sua città, geloso e possessivo come solo gli italiani del Sud sanno essere. Ma lei è contenta così, e forse rinuncierà a una brillante carriera in cambio di un posto mediocre nella sua città natale, mettendo su famiglia.
Una volta sognavo di fare così anch’io, quando stavo con Chiara. Ma poi, lasciandola, ho scoperto un universo nuovo, e la mia comprensione del mondo si è allargata: ora non rinuncierei a crescere per mettere radici in un posticino piccolo piccolo dove isolarmi in un paradiso artificiale fatto da un piccolo cerchio d’amici, un’isola beata circondata da un mondo vasto, sconosciuto e minaccioso.
Non è che voglia criticare il mettere radici, beninteso: senza di esse qualunque albero secca e cade, al primo soffio del vento primaverile, alla gelata autunnale improvvisa, alla neve pesante dell’inverno e alla siccità dell’estate. Le radici sono la base su cui tutto poggia, ma l’idea che queste radici mi trattengano a terra impedendomi di muovermi e guardarmi attorno mi disturba. E’ come avere delle catene ai piedi.
Si ritorna, credo, al vecchio discorso dell’amore e dell’attaccamento: è davvero necessario legarsi inscindibilmente a qualcosa per amarlo? Che sia una persona, un gruppo o un luogo, io non credo che amare significhi rinunciare a ciò che è diverso e non direttamente coinvolto con l’oggetto dell’amore. Amare in questo modo è come condannarsi alla stasi: mettere radici su un fazzolettino di terra, per quanto fertile, non permette di crescere senza limiti. E’ come essere un bonsai: piccolo, grazioso, ma dopotutto condannato a ricevere solo i raggi più bassi del sole, ad essere perennemente nell’ombra degli alberi più alti.
Il mio modello, manco a dirlo, è quello del baniano. Alto, vasto, con rami che si prolungano verso il cielo, scendendo poi verso terra a causa del loro peso, e generando radici nuove per sostenere il suo allargamento. Creando gallerie, corridoi meravigliosi sotto di sé, e piattaforme di legno e foglie verso l’alto. Il più maestoso e sacro degli alberi dell’India ride dei limiti della topografia: si arrampica sulle rupi, attraversa i fiumi, scende nella valli creando in sé stesso una foresta, senza per questo soffocare ciò che gli vive attorno, ma fondendosi con esso in perfetta armonia.
E’ così che voglio vivere e crescere: con il mondo come mia casa, e l’umanità come mia consorte, madre, figlia e sorella. Niente muri o soffitti per Krsna, solo lo spazio e il tempo come orizzonti infiniti.
Nessun commento:
Posta un commento