Spingo il carrello all’interno del Carrefour, affollato come lo può essere solo in un sabato di pioggia. Altri clienti mi urtano, mi spingono, mi superano e si piazzano davanti a me mentre esamino la merce. Giovani assistenti cinesi mi guardano imbarazzate, indecise se tentare di aiutarmi con il loro shanghainese in mezzo al caos dei detersivi per la casa, o lasciarmi in balia dei miei dubbi amletici sulle differenza tra un detergente per vetro e uno per metallo.
Alla porta, la gente attende con l’ombrello aperto l’arrivo di un taxi, evento quasi impossibile in un sabato di pioggia. Divertiti, molti guardano il mio carrello così pieno di acquisti – piumoni, lenzuola, secchi per l’acqua, stoviglie – chiedendosi, come faccio io, se ce la farò mai a sopravvivere a questa giornata. La strada è a venti metri da qui, venti metri di buio e pioggia, ed è vietato spingere il carrello oltre la soglia.
Allora tento la fortuna: abbandono il carrello e, aperto l’ombrello decorato a gattini, l’unico trovato sotto la pioggia, mi lancio verso la strada, e per miracolo fermo un taxi.
“Si può?” chiedo.
“Si può” risponde il tassista.
“Allora aspetti che prendo le mie cose” dico.
Apro la portiera, in modo che non scappi, e corro indietro verso il carrello incustodito. Quando sono a metà strada, bombardato dalle gocce, un ragazzo sui trent’anni tenta di infilarsi nel taxi al posto mio. Il mio grido – “Quello è mio!” – lo spaventa e lo scoraggia. Vedendomi arrivare di corsa con una montagna dentro a un carrello, il tassista scende e apre il baule. Mi aiuta a caricare, incurante della pioggia; allora anch’io getto l’ombrello e comincio a caricare con due mani.
Viaggiamo fradici verso casa mia. Negli intervalli in cui non devo spiegargli la strada, mi racconta di un suo amico franco-canadese che non vede da anni, e di quanto si possa essere amici tra cinesi e stranieri. Davanti al mio condominio, privo di accesso per veicoli, il tassista scende e mi aiuta a scaricare. “Ti aiuto a portar la roba dentro” mi dice. “E’ troppa anche per tutti e due da portare” obietto incerto. E’ allora che la soluzione che solo un cinese avrebbe potuto trovare lo illumina: infila i sacchetti alle due estremità del mocio, li soppesa, poi si appoggia il bastone alla spalla e a mo’ di contadino sotto il monsone parte con una vagonata di chili sul groppone. Incredulo, metto lo scatolone delle stoviglie sotto il braccio, sollevo il piumone sotto vuoto e lo inseguo, guidandolo nel buio del cortile verso la porta della scala. Se ne va sorridendo, lasciandomi nell’atrio con la mia roba. Alle mie spalle, la porta di sicurezza che porta agli ascensori; una porta a chiusura automatica.
Un signore anziano, che fuma solitario nell’atrio, estrae una chiave, apre la porta, e senza dire nulla comincia ad aiutarmi a portar tutto in ascensore. Al mio grazie risponde con un cenno, senza toglier la sigaretta di bocca. Finalmente, dopo la lunga ascesa, arrivo in casa e scarico le tonnellate di acquisti per il nuovo appartamento. Non ce l’avrei mai fatta a portar tutto questo senza l’aiuto spontaneo di sconosciuti.
E' anche per questo che, nonostante tutto, amo questo popolo. Con tutti i loro difetti, sanno essere generosi come pochi, e in mezzo a loro mi sento sempre al sicuro.
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