Sono a Shenyang, e il cielo del Nord è blu e senza una nuvola. Il vento soffia forte e freddo, e il sole invernale illumina i palazzi di vetro e cemento, simbolo del Partito Comunista e della nuova industria pesante. Nelle strade, negozietti e bancarelle vendono delizie della cucina locale, souvenir, e qualunque altra cosa sia possibile commerciare, e pubblicizzare con pacchiane insegne rosse e dorate.
La mia pancia piena di meravigliosi jiaozi, tesoro della cucina locale, mi siedo su una panchina a fumare una zhongnanhai, alle mie spalle il palazzo reale dei Manciù, una Città Proibita in miniatura voluta dalla dinastia dei Qing per glorificare lo loro origini.
Mi godo il silenzio. L’unico suono è il vento. Gli unici colori sono il grigio della pietra e del cemento, il verde dei sempreverdi, e il blu, il blu senza macchia del cielo. La gente passa e mi guarda sorridendo. Qualcuno azzarda un “hallooo?”, e ride stupido se gli rispondo con un “ni hao!” dal marcato accento settentrionale.
Questa è la mia Cina, la sonnolenta vastità del Nord, non il caos della Babilonia shanghainese. Mi sento finalmente un po’ a casa. So che è qui che un giorno ritornerò.
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