E' una serata di vento a Milano, come se ne vedono poche, e l'aria è fresca e frizzante. E' l'autunno che muore e lascia il posto all'inverno, danzando in turbini di foglie scure prima di essere da esse sepolto, sotto l'immobilità fredda dei rami spoglie e dei tronchi neri, stagliati contro il cielo blu.
Milano è una città simile a quest'autunno. Danza costantemente in turbini confusi e caotici, come un grande formicaio in cui l'attività non si ferma mai… si lavoro, si vive, ci si diverte, si crea. Ma è una città in fondo in fondo malinconica, la cui anima si avvicina giorno per giorno alla sua morte…
Non ci sono più milanesi. Quelli che rimangono si nascondono, oppure si atteggiano a stranieri. Milano non appartiene a nessuno, e nessuno sente di appartenere a questa città. C'è un gelo nel sentimento milanese.
Guarda le facce che passano per la strada: un impiegato nervoso, di corsa, ti ignora e ti spinge per superarti sulla scala mobile della metropolitana. Un accattone ti guarda come un cane bastonato chiedendoti della moneta, ma nel suo sguardo si vede bene il disprezzo che ha per te, il muro di divisione da lui stesso eretto per chi è diverso. Degli adolescenti paffuti e profumati ridono scioccamente mentre spediscono SMS con il loro cellulare all'ultima moda, sprezzanti di chi ne ha uno meno colorato. Un bambino zingaro suona meccanicamente la sua pianola a fiato, storpiando tutto il ritmo senza curarsi del risultato: anche la benedizione che offre è meccanica, forse nemmeno sa il significato delle parole che pronuncia. Lo fa solo per racimolare qualche moneta e portarla a casa. Un manager stanco ascolta la musica dal lettore mp3, perso nel loop dei pensieri di un cervello troppo stanco e di un cuore che non riceve gratificazioni, né è in grado di darne. Una vecchia signora si lamenta delle facce degli immigrati, stringendosi addosso la sua preziosa pelliccia da quattro soldi, storpiando le labbra pitturate di un rosso fuori luogo, indispettita per partito preso dal mondo e da ciò che vede nello specchio di casa sua.
Hai mai visto gente felice in metropolitana? Non gente che ride… dico felice, gaia, soddisfatta. Sembra che i milanesi passino dall'isteria alla depressione con grande abilità, ma è raro vedere persone con la serenità stampata in faccia.
Forse Milano è una città senza ambizioni. Conosco poche persone ambiziose. Qualcuna ha un grande desiderio, ma è ben conscia che per realizzarlo dovrà vendere buona parte della sua anima. La maggior parte si è già liberata di scomodi sogni, ed è contenta di vegetare nel possesso: in fondo, loro lo sanno, la felicità sta nel possedere una casa spaziosa, un lavoro remunerativo, un partner di bell'aspetto, e una compagnia d'amici divertenti. Scambiano il mezzo con il fine, risparmiano in fondo sulla felicità, e galleggiano in un oceano di frustrazione in cui l'unico sollievo sono il mal comune o le disgrazie altrui.
La realtà a Milano è troppo rigida. Anche se la prendi a calci, raramente la deformi. Sembra fatta di ferro freddo e scuro. Gli schemi mentali e i pregiudizi sono una prigione da cui è difficile sfuggire, e realizzare un ideale nuovo e personale.
La Canzone è flebile… ciascuno la suona da solo, e le superfici dure riflettono la melodia trasformandola in cacofonia. E nessuno la vuole ascoltare. Nessuno ha il tempo o la voglia di cercar la vibrazione nel caos della vita milanese.
Io me ne vado. Sono stufo, arcistufo di Milano, del suo accento cantilenante, delle facce stanche e piene di rancore, del determinismo delle persone, delle ambizioni materialistiche che uccidono lo spirito.
Me ne vado lontano, strappando le catene che mi legano a questo luogo, disposto a sanguinare un poco pur di forzare i legacci. Troverò un posto dove la realtà è un poco più docile e benevolente, e io possa diventare ciò che il mio cuore desidera. E allora suonerò la Canzone, accompagnato da altri strumenti, tessendo la melodia con altre conosciute e sconosciute. E la crosta cancerosa del mio cuore sarà lavata via da un pianto di gioia.
Lo stesso flusso vitale
RispondiEliminaChe scorre nelle mie vene notte e giorno
Scorre per il mondo
In una danza ritmata.
È la stessa vita che sprizza gioiosa
Dalla polvere della terra
In numerosi fili d’erba
E prorompe in frenetiche ondate
Di foglie e fiori.
È la stessa vita che dondola
Nella culla oceanica
Della nascita e della morte
Del flusso e del riflusso.
Toccato da questo universo di vita
Sento glorioso il mio corpo
E dal fremito di tutti i tempi
Ora, l’orgoglio
Mi entra nel sangue
A passo di danza.