E’ una sera di pioggia a Shanghai. La gente è stanca, il venerdì sera. Il lavoro succhia l’energia delle persone e le trasforma in automi.
Io non ce la faccio a non uscire. So che qualcuno mi aspetta.
Vestito di nero, giacca nera di pelle, e cravatta rosso sangue, esco nella strada, sotto la pioggia inclemente, e i miei piedi percorrono l’asfalto bagnato.
La strada è vuota, salvo un taxi parcheggiato da almeno un’ora in questa periferia dimenticata. I vetri sono appannati, ma come busso sul vetro del guidatore, vedo del movimento. Il tassista si è svegliato, e stropicciandosi gli occhi mi invita a salire.
La macchina si muove verso luoghi più vitali, e attraverso il finestrino coperto di gocce vedo luci scorrere intangibili, sconosciute. Il taxi imbocca la sopraelevata, e le forme nere dei grattacieli ci passano accanto, giganti dormienti.
Il tassista, ancora assonnato, prende un pacchetto di sigarette dal cruscotto e ne esamina il contenuto. Dal vetro di protezione che ci divide, sporco e graffiato, spunta una mano grassa, gialla, con le unghie del pollice e del mignolo lunghe più d’un centimetro. La mano porge una sigaretta.
Esamino quel dono spontaneo, e sulla carta rigata leggo all’incontrario tre cifre. “555”. La mano ricompare, reggendo un accendino. Mi metto quel dono tra le labbra e mi avvicino all’accendino, che clicca tre volte prima di produrre una fiamma tra il giallo e il blu. La sigaretta brilla rossa.
Abbassiamo entrambi i finestrini, io e il tassista. La città improvvisamente sembra più reale, senza la barriera di vetro che la nascondeva, e piccole gocce d’umidità si scontrano con la mia pelle.
La Pearl Tower ci appare, oltre il fiume, mentre scendiamo dalla sopraelevata. La macchina si ferma davanti a un edificio di un secolo e mezzo fa, di stile coloniale. Pago il tassista, lo saluto in cinese e quello mi risponde con un grugnito stanco.
I miei piedi calcano di nuovo l’asfalto bagnato, e un cinese in completo scuro alla coreana e un auricolare nero all’orecchio mi saluta cordialmente, invitandomi ad entrare. Guardo verso l’alto, dove sul pennone del terrazzo sventola selvaggia una bandiera cinese. Lassù, lo so, Ewa mi sta aspettando.
Il cinese vestito di scuro mi apre la porta, e io la varco, incosciente di quello che sarà.
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RispondiEliminaUn saluto!