Proverbio arabo
Uno dei motivi per cui amo la Cina e detesto Milano è la quantità di etichette che la gente mi mette addosso. Da milanese quale sono, ci si aspetta che io mi comporti in un certo modo, pensi in un certo modo, abbia un certo tipo di valori. Non corrispondo quasi mai alle aspettative, con delusione dei miei compatrioti.
Il guaio delle regole è che il più delle volte sono fatte da altri, e lo stesso vale per il ruolo che una persona assume, appioppato da qualcuno che probabilmente non ha mai speso più di cinque minuti per conoscere la vittima della sua tirannica disposizione. Queste cose non sono mai andate d’accordo con il mio amore per la libertà o, come forse sarebbe corretto dire, con il mio spirito anarchico. Non mi è mai piaciuto lasciare ad altri decisioni che coinvologono la mia vita.
Quando sono stato in Cina, più o meno all’età di 23 anni, mi è successa una cosa che non mi aspettavo. Le persone non mi appioppavano nessuna etichetta. Anzi, la mia sola presenza sembrava creare in loro una situazione di indeterminatezza, curiosità o ansia a seconda dell’apertura mentale. Nessuno si aspettava che io pensassi o facessi delle cose scontate.
Allora, dopo parecchie riflessioni, ho capito perché. La gente mi guardava e vedeva uno straniero.
Straniero non a caso ha la stessa radice di “strano”. Non si può pretendere che uno straniero si uniformi, perché il suo nome è la negazione stessa della norma e del conformismo. Di fatto, essere straniero rompe in qualche modo i preconcetti della gente che ci circonda, di fatto liberandoci dalle etichette che ogni giorno ci vengono appiccicate addosso. Non si può etichettare lo sconosciuto.
Se da un lato lo straniero è meno prevedibile e degno di fiducia, il che mette a disagio le persone più rigide (e questo, badate, spesso risulta più un vantaggio che un problema), dall’altro lato a lui è concesso di rompere codici di comportamento che a persone locali non sarebbe mai consentito ignorare. Lo straniero è accettato come diverso, strambo, e qualunque gruppo di cui faccia parte applicherà per lui regole di omologazione molto più flessibili. Per certi versi, mentre al compatriota spetta uniformarsi al gruppo, tutti si aspettano che uno straniero sia peculiare ed eccentrico, e ciò che in altri risulterebbe sconveniente e disdicevole viene spesso guardato con divertimento e simpatia.
Provate a pensare quanto sconveniente sarebbe, per un italiano, comportarsi nei modi che tanti stranieri seguono, nella vostra città. Riunirsi in compagnie chiassose come i marocchini, sparare fuochi artificiali in strada come i cinesi, andarsene in giro in ciabatte e gonna come i centro-africani, cantare mantra in mezzo alla folla come gli indiani, fare pranzo con un panino gigante e un cappuccino come fanno gli americani. Immaginate un italiano fare lo stesso, e pensate a come reagirebbe diversamente la gente, e forse anche voi.
Quand’ero a Pechino, parlavo in modo informale con tutti, mi sedevo a gambe incrociate sui muretti a mangiare panini, mi vestivo come volevo in ogni occasione, ridevo fragorosamente e attaccavo bottone con chiunque incrociassi per strada e avesse un volto interessante. Potevo farlo, perché, grazie al Cielo, la gente mi guardava e non vedeva un milanese o uno studente, vedeva un individuo indipendente e sconosciuto. E non aveva schemi per prevenirmi o strutture mentali per classificarmi a priori. Aveva davanti me, senza muri e senza reti. Ed era costretta, sua malgrado, a valutarmi per ciò che facevo e dicevo, perché non aveva nessun altro elemento.
Anche Shanghai è così, per certi versi. In certi quartieri l’occidentale è ormai cosa comune e conosciuta, ma basta spostarsi nei quartieri popolari per trovare un po’ di libertà, un po’ di realtà bella fluida e non sclerotizzata come nel mondo che pretende di appartenermi. In quei luoghi sconosciuti, posso ancora essere straniero, e rincorrere la mia libertà, la mia indipendenza, tutti i pensieri e le emozioni che, senza filtro, vengono fuori dalla mia anima.
Il guaio delle regole è che il più delle volte sono fatte da altri, e lo stesso vale per il ruolo che una persona assume, appioppato da qualcuno che probabilmente non ha mai speso più di cinque minuti per conoscere la vittima della sua tirannica disposizione. Queste cose non sono mai andate d’accordo con il mio amore per la libertà o, come forse sarebbe corretto dire, con il mio spirito anarchico. Non mi è mai piaciuto lasciare ad altri decisioni che coinvologono la mia vita.
Quando sono stato in Cina, più o meno all’età di 23 anni, mi è successa una cosa che non mi aspettavo. Le persone non mi appioppavano nessuna etichetta. Anzi, la mia sola presenza sembrava creare in loro una situazione di indeterminatezza, curiosità o ansia a seconda dell’apertura mentale. Nessuno si aspettava che io pensassi o facessi delle cose scontate.
Allora, dopo parecchie riflessioni, ho capito perché. La gente mi guardava e vedeva uno straniero.
Straniero non a caso ha la stessa radice di “strano”. Non si può pretendere che uno straniero si uniformi, perché il suo nome è la negazione stessa della norma e del conformismo. Di fatto, essere straniero rompe in qualche modo i preconcetti della gente che ci circonda, di fatto liberandoci dalle etichette che ogni giorno ci vengono appiccicate addosso. Non si può etichettare lo sconosciuto.
Se da un lato lo straniero è meno prevedibile e degno di fiducia, il che mette a disagio le persone più rigide (e questo, badate, spesso risulta più un vantaggio che un problema), dall’altro lato a lui è concesso di rompere codici di comportamento che a persone locali non sarebbe mai consentito ignorare. Lo straniero è accettato come diverso, strambo, e qualunque gruppo di cui faccia parte applicherà per lui regole di omologazione molto più flessibili. Per certi versi, mentre al compatriota spetta uniformarsi al gruppo, tutti si aspettano che uno straniero sia peculiare ed eccentrico, e ciò che in altri risulterebbe sconveniente e disdicevole viene spesso guardato con divertimento e simpatia.
Provate a pensare quanto sconveniente sarebbe, per un italiano, comportarsi nei modi che tanti stranieri seguono, nella vostra città. Riunirsi in compagnie chiassose come i marocchini, sparare fuochi artificiali in strada come i cinesi, andarsene in giro in ciabatte e gonna come i centro-africani, cantare mantra in mezzo alla folla come gli indiani, fare pranzo con un panino gigante e un cappuccino come fanno gli americani. Immaginate un italiano fare lo stesso, e pensate a come reagirebbe diversamente la gente, e forse anche voi.
Quand’ero a Pechino, parlavo in modo informale con tutti, mi sedevo a gambe incrociate sui muretti a mangiare panini, mi vestivo come volevo in ogni occasione, ridevo fragorosamente e attaccavo bottone con chiunque incrociassi per strada e avesse un volto interessante. Potevo farlo, perché, grazie al Cielo, la gente mi guardava e non vedeva un milanese o uno studente, vedeva un individuo indipendente e sconosciuto. E non aveva schemi per prevenirmi o strutture mentali per classificarmi a priori. Aveva davanti me, senza muri e senza reti. Ed era costretta, sua malgrado, a valutarmi per ciò che facevo e dicevo, perché non aveva nessun altro elemento.
Anche Shanghai è così, per certi versi. In certi quartieri l’occidentale è ormai cosa comune e conosciuta, ma basta spostarsi nei quartieri popolari per trovare un po’ di libertà, un po’ di realtà bella fluida e non sclerotizzata come nel mondo che pretende di appartenermi. In quei luoghi sconosciuti, posso ancora essere straniero, e rincorrere la mia libertà, la mia indipendenza, tutti i pensieri e le emozioni che, senza filtro, vengono fuori dalla mia anima.
Non sono nulla, salvo me stesso.
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