lunedì 20 giugno 2005

Quiete a Sanlitun

In una traversa di Sanlitun, un vicolo appena, ci sono dei tavolini, all’ombra di grandi ombrelloni verdi che coprono dal sole di giugno. Ad uno di questi tavolini tre uomini parlano in spagnolo: uno è di Salamanca, uno di Milano, l’altro di Belgrado. Quando lo spagnolo se ne va, il serbo torna al suo lavoro e l’italiano si siede in un angolo con la sua birra e accende una sigaretta. Chiacchiera in italiano con la cameriera indiana. Poco dopo, arriva in bicicletta una ragazza messicana, bacia il serbo, suo marito, e saluta tutti in italiano. I camerieri cinesi sorridono, borbottando timidi nella loro tipica calata. E poi arrivano altri amici: italiani di Napoli, Padova, Perugia, Roma; cinesi da Pechino e da Tianjin; svedesi da Malmo; altri spagnoli, francesi, americani, australiani.

Questa è la Pechino che ricordavo. Non c’è distinzione d’origine. Il diverso si mescola discretamente, senza attriti, nell’ombra di un vicolo e al fresco di una birra qingdao.

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