E’ dopo una cena di huoguo che decido di mettermi in cammino, solo, per le strade di Chongqing, gigante dell’Occidente, Coda del Drago, quarta città della Cina con una popolazione quasi totalmente Han. Ci si sente davvero in Cina interna, nella notte di Chongqing, grandi alberi di canfora e baniani che proiettano la loro ombra su strade affollate di persone in abiti leggeri, taxi gialli tutti uguali e camion carichi di materiali o persone, che svolgono il loro compito notturno. Ci sono poche luci e gli odori sono forti, il più forte quello del chou doufu, il tofu puzzolente, che spesso scambio per quello di una stalla di suini.
Un taxi mi porta al Pipa Shan Gongyuan, lasciandomi davanti a una ripida salita a lato strada, chiusa da un cancello. Cinque yuan alla cassiera, chiusa nel suo gabbiotto, mi danno accesso ad una strada asfaltata buia, pendente e serpeggiante, fiancheggiata da grandi alberi e sterpi. Cammino incerto, cercando di evitare buche e impedimenti invisibili; ansimo per la fatica della scalata e sospiro ad ogni curva, da cui mi aspetto scendere una moto in corsa pilotata da un cinese. Mi arrampico alla cieca su antiche scale, fino a un bar rumoroso popolato da persone che si godono il fresco del parco in una calda serata di maggio, devono birra, giocano a carte e chiacchierano animatamente. Sulla cima, mi attende un patio illuminato, la cima di Chongqing, da cui si domina tutta la città, i suoi due fiumi, i ponti colossali e i grattacieli illuminati da mille luminarie d’ogni colore. Respiro a pieni polmoni maledicendo il vizio del fumo e benedicendo la decisione di tentare l’ascesa. In piedi sulla ringhiera di pietra guardo la città che tante volte ho sognato, e alle mie spalle due coppie di adolescenti scherzano rumorosamente, e due uomini d’affari scattano fotografie nella notte. E’ una città vitale, Chongqing, la gente non ha paura del buio.
Vago a caso nel parco accarezzando i numerosi baniani e ascoltando il canto delle grosse rane cinesi e dei grilli, poi scendo per un sentiero sconosciuto fino a una strada stretta e affollata d’ogni genere di persone, per lo più povera gente: manovali dalle campagne, venditori di cibarie, anziani che passeggiano, mamme che reggono gli infanti che cacano in mezzo alla strada, gente che litiga perché un taxi ha investito un bambino, circondati da decine di astanti interessati, altri tassisti che suonano disperati il clacson per uscire dal dedalo di vie a senso unico bloccate dalla folla, camionisti che invertono in contromano confrontandosi con chi avevano alle spalle. Cerco un taxi ma sono quasi tutti occupati, e quelli liberi non hanno idea di dove si trovi il mio hotel; due guardie, sedute all’incrocio ad oziare, ridono prima di me e poi con me. Impietosito, uno di loro cerca di aiutarmi e spiega al tassista successivo come portarmi alla mia camera. Offro alle due guardie una sigaretta ciascuno, dono che accettano felici, agitando la mano e mostrando i denti gialli e storti. Accanto a me, che salgo sul taxi, passa un immigrato delle campagne non più alto di un metro e mezzo, con in spalla una decina di casse enormi che Dio sa come riesce a tenere in bilico sulla schiena piegata a novanta gradi. Arranca affaticato per la strada, costantemente sfiorato da taxi e camion ma imperterrito, come una formica che trasporta una briciola cinque volte più grossa di lei. Il mio taxi la supera, lasciando alle spalle la sua solitudine e la sua fatica inumane. Un’altra notte sta passando a Chongqing.
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