"Quando la legge e il dovere sono una cosa sola, unita dalla religione, noi perdiamo un po' della nostra consapevolezza. Non siamo più pienamente coscienti, non siamo più individui completi"
Muad'Dib, Dune
Oggi il Grande Amore della mia adolescenza mi ha scritto una mail, per ringraziarmi delle belle parole fattele avere in occasione del suo matrimonio, e con essa ha espresso un manifesto, il manifesto del suo modo di vivere il rapporto di coppia e la vita. Una frase lapidaria, da lei citata, esprime in sintesi la sua visione:
" Marriage is not about finding the right partner… but TO BE the right partner"
Il matrimonio consiste nell'abbandonare la propria individualità e crearne un nuovo essere, una coppia. Allo stesso modo in cui vivere in una comunità hare krsna consiste nell'abbandonare il sé e fondersi nella comunità, diventare una parte di un'entità più grande, una parte che vive in armonia con le altre e compone una coscienza che si sforza di essere l'immagine di Dio sulla terra. Condividere le stesse idee, gli stessi propositivi, gli stessi valori. Agire come Uno, pensare come Uno, provare emozioni come Uno.
Questa prospettiva è istintivamente interessante e attraente per la maggior parte delle persone. Il motivo per cui ciò accade, tuttavia, raramente è manifesto: essere parte di qualcosa di più grande solleva dal fardello di pensare; sottrae alle responsabilità; giustifica a priori l'esistenza e dà ad essa un senso riconosciuto da altre persone.
Poche cose mi fanno paura come questa; la negazione della coscienza - l'incoscienza. L'abbandono, la rinuncia, il suicidio della propria crescita. Alla citazione del mio Grande Amore, ne preferisco un'altra:
"We don't love someone for who he is… we love him for what WE are, when we're with him"
Amore è infatti è essere capaci di non abbandonare sé stessi, né limitare gli altri, eppure riuscire a crescere assieme, ciascuno aiutando l'altro. L'Amore è tolleranza: saper accettare che il sentiero spirituale di ogni persona è diverso, e che la persona che amiamo non si può identificare con noi, o noi con lei. Non forzarla, né accettare di esserne forzati: l'Amore è libertà assoluta. Quando non lo è, non è Amore, ma dipendenza emotiva.
Questo Lei non l'ha mai capito, e mi chiedo se lo capirà mai, il valore dell'individuo. Anche la mail che mi ha spedito era una mail comune agli amici italiani. Non una mail individuale. Il suo destinatario è un gruppo, e un gruppo spesso non è composto da persone, ma da ruoli, la versione appiattita della persona umana, la sua parte che si relaziona al gruppo, scremata di tutto ciò che il gruppo stesso non ritiene rilevante. Uno spettro.
Ringrazio sinceramente (e non sono ironico né sarcastico) il mio Grande Amore della mia adolescenza, perché mi così spesso mi spinge avanti nel mio cammino spirituale e mi insegna ad essere una persona migliore, mostrandomi, attraverso il suo esempio, tutto ciò che non vorrò essere mai.
"The most important kind of freedom is to be what you really are. You trade in your reality for a role. You give up your ability to feel, and in exchange, put on a mask."
Jim Morrison
La Canzone può prendere molte forme... melodia, poesia, ritmo, danza. Ma è sempre la stessa, che fluisce dentro e fuori di noi, se la facciamo passare. E' l'arte e l'emozione, e ciò per cui val la pena di esistere.
venerdì 13 gennaio 2006
lunedì 9 gennaio 2006
La Violenza
La mia ultima epifania è arrivata in una conversazione con un'amica. Come una pallottola ha dissolto le nebbie della mia mente, e per un momento ho visto chiaramente alle mie spalle. Una cosa che sapevo, ma che non sapevo di sapere.
Ho meditato sulla conversazione avvenuta, e dopo una lunga e dubbiosa riflessione, ho trovato forse il filo logico che unisce le mie intuizioni e dà loro senso comunicabile. Ho capito che tutti abbiamo dei limiti, ma il riconoscerli è il primo passo per affrontarli. Ammetterli, lasciarli talvolta liberi per conoscerli meglio, essere capaci di scherzarci sopra, conviverci senza per questo giustificarli o razionalizzarli.
Il punto focale, l'argomento coincidentale del discorso era la violenza. L'imposizione, la negazione dell'altrui volontà. Un male, un difetto di cui quasi tutti ci macchiamo costantemente. L'odio, il desiderio di vendetta, l'orgoglio che chiede soddisfazione. Violenza non è solo costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole, è criticare le altrui scelte e sostenere che la propria visione è quella giusta, la sua quella sbagliata da eliminare. Desiderare che le persone cambino e la pensino come noi. Cercare di persuaderle, influenzarle, facendole sentire in colpa e fuori luogo, al fine di portarle verso la nostra visione. E' un istinto naturale, pericoloso certo, ma a volte utile; molto difficile da valutare e da utilizzare, ma insito nel nostro cuore fin dalla nascita. Qual è il confine tra tirannia ed azione positiva? Quand'è che il nostro giudizio viola la libertà altrui, e quando invece il nostro rifiuto di prendere una posizione attiva diventa codardia, astinenza egoistica o debolezza?
Domande difficili, cui si può provare a rispondere oppure no. E' facile rispondere "sì, la violenza serve a supportare la giustizia", e pretendere di poter decidere per gli altri; oppure "no, la violenza è inaccettabile in qualunque situazione", e scaricare così qualunque responsabilità. E' più complesso ragionarci, cercare un equilibrio; si può provare a conoscerla, la violenza. Esplorarla, comprenderla, sperimentarla costruttivamente. Giustificarla a priori, magari addirittura affezionarcisi, è egoismo. Reprimerla o negarla serve solo ad esasperarla, farla agire in modo più subdolo ma non per questo meno pericoloso.
La violenza è come un'arma che portiamo sempre con noi: tanto vale accettarla come parte di noi, conoscerla e saperla padroneggiare. Saper decidere quando lasciarla andare, e quando frenarla. Sapere come utilizzarla, imparare le conseguenze del suo uso, e sulla base di queste imparare. Quelli che fanno più danni con le armi sono gli inesperti, perché non sanno controllarle.
Ed è per questo che non potrò mai più innamorarmi di Lei - perché non me ne fido, perché la sua violenza non sa di impugnarla, rifiuta di vederla e per questo le scappa sempre di mano. Ed è per questo che forse mi innamorerò dell'altra Lei, che all'inizio le assomigliava ma ora non le assomiglia più, e ho capito perché. La differenza fra l'Una e l'Altra è il livello di coscienza, di lucidità, di sincerità con sé stessa e con gli altri. Di Una mi fido, dell'Altra, non mi fiderò mai più.
Ho meditato sulla conversazione avvenuta, e dopo una lunga e dubbiosa riflessione, ho trovato forse il filo logico che unisce le mie intuizioni e dà loro senso comunicabile. Ho capito che tutti abbiamo dei limiti, ma il riconoscerli è il primo passo per affrontarli. Ammetterli, lasciarli talvolta liberi per conoscerli meglio, essere capaci di scherzarci sopra, conviverci senza per questo giustificarli o razionalizzarli.
Il punto focale, l'argomento coincidentale del discorso era la violenza. L'imposizione, la negazione dell'altrui volontà. Un male, un difetto di cui quasi tutti ci macchiamo costantemente. L'odio, il desiderio di vendetta, l'orgoglio che chiede soddisfazione. Violenza non è solo costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole, è criticare le altrui scelte e sostenere che la propria visione è quella giusta, la sua quella sbagliata da eliminare. Desiderare che le persone cambino e la pensino come noi. Cercare di persuaderle, influenzarle, facendole sentire in colpa e fuori luogo, al fine di portarle verso la nostra visione. E' un istinto naturale, pericoloso certo, ma a volte utile; molto difficile da valutare e da utilizzare, ma insito nel nostro cuore fin dalla nascita. Qual è il confine tra tirannia ed azione positiva? Quand'è che il nostro giudizio viola la libertà altrui, e quando invece il nostro rifiuto di prendere una posizione attiva diventa codardia, astinenza egoistica o debolezza?
Domande difficili, cui si può provare a rispondere oppure no. E' facile rispondere "sì, la violenza serve a supportare la giustizia", e pretendere di poter decidere per gli altri; oppure "no, la violenza è inaccettabile in qualunque situazione", e scaricare così qualunque responsabilità. E' più complesso ragionarci, cercare un equilibrio; si può provare a conoscerla, la violenza. Esplorarla, comprenderla, sperimentarla costruttivamente. Giustificarla a priori, magari addirittura affezionarcisi, è egoismo. Reprimerla o negarla serve solo ad esasperarla, farla agire in modo più subdolo ma non per questo meno pericoloso.
La violenza è come un'arma che portiamo sempre con noi: tanto vale accettarla come parte di noi, conoscerla e saperla padroneggiare. Saper decidere quando lasciarla andare, e quando frenarla. Sapere come utilizzarla, imparare le conseguenze del suo uso, e sulla base di queste imparare. Quelli che fanno più danni con le armi sono gli inesperti, perché non sanno controllarle.
Ed è per questo che non potrò mai più innamorarmi di Lei - perché non me ne fido, perché la sua violenza non sa di impugnarla, rifiuta di vederla e per questo le scappa sempre di mano. Ed è per questo che forse mi innamorerò dell'altra Lei, che all'inizio le assomigliava ma ora non le assomiglia più, e ho capito perché. La differenza fra l'Una e l'Altra è il livello di coscienza, di lucidità, di sincerità con sé stessa e con gli altri. Di Una mi fido, dell'Altra, non mi fiderò mai più.
lunedì 2 gennaio 2006
Dolce e graziosa...
Dolce e graziosa, tenera ed elegante. Un giunco che danza al vento, e non si spezza con la tempesta. Il tuo sorriso mi illumina, la severità dei tuoi occhi mi fa tremare, la vibrazione della tua voce, del tuo riso, dei tuoi giocosi gemiti di disappunto tocca le corde del mio cuore, che in esse trova la sua armonia, la sua arte.
Musa, fossi mia… ma non lo sei. E in questa consapevolezza, la mia anima diviene un filo, teso tra la privazione della realtà e la gioia del sogno. Se quella corda fosse così forte da unire i suoi estremi, chissà… chissà…
Musa, fossi mia… ma non lo sei. E in questa consapevolezza, la mia anima diviene un filo, teso tra la privazione della realtà e la gioia del sogno. Se quella corda fosse così forte da unire i suoi estremi, chissà… chissà…
L'Anno dell'Originalità
L'Anno dell'Estasi è stato un fallimento parziale. Non è stato un cattivo anno, no, ma non è stato nemmeno particolarmente buono. Non c'è stata Estasi, se si eccettua un breve periodo, a febbraio-marzo, dove ho scoperto per la prima volta la gioia di essere studente, sono stato assunto da Galbani, e ho frequentato Carla. Ma i lunghi mesi a Shanghai, sono stati fallimentari sotto molti punti di vista. Rapporti superficiali, soddisfazioni inesistenti, mancanza di prospettive su qualsiasi futuro possibile. Una cosa, mi ha insegnato quest'anno, ed è una cosa importante: che il primo gradino dell'Amore è l'Amore per sé stessi; il secondo gradino è l'Amore per un'altra persona, l'Amore di coppia; il terzo gradino è l'Amore per tutte le altre persone l'Amore universale.
E ciò comporta che l'Amore, quello sempre sognato e idealizzato con la Donna della Mia Vita, non è una meta definitiva, ma solo una fase di passaggio destinata ad essere superata e trascesa, un passaggio fondamentale per crescere spiritualmente.
Gli effetti di questa epifania si sono manifestati nella mia vita sentimentale in una lunga serie di rapporti superficiali, di giochi d'amore
con donne d'ogni età, razze e colore. Alcuni sono stati belli, memorabili; altri squallidi, trascurabili. Ma per la prima volta in vita mia, ho affrontato un rapporto sentimentale senza buttarmici dentro anima e corpo, come ho sempre fatto; alla kamikaze dell'amore, in caduta libera verso una possibile craniata contro lo stipite dell'universo. Da quest'anno, vedo i rapporti con maggiore distacco, maggior lucidità, e questo è un bene. Sono più libero, ora.
Quale sarà dunque, o Krsna, il tema del prossimo anno? L'Originalità. L'oracolo celtico del solstizio ha parlato chiaro, portando alla luce un valore che proprio in queste ultime settimane del 2005 stava crescendo dentro di me. L'insofferenza verso la banalità, la prevedibilità, il tran-tran. Il rifiuto categorico di una vita imprigionata dentro degli schemi, in barba ai vantaggi e alle tentazioni di una famiglia felice, una stabilità emotiva, uno stipendio sostanzioso. L'ho già scritto una volta e lo scrivo ancora:
"Non mi adatterò mai a vivere tra i pashu, le pecore. Sarò cane, oppure sarò lupo. E oggi lo urlo al mondo e alla sua omologazione, al suo spirito di rinuncia, al suo rifiuto di lottare e di sbattere la testa cento volte contro gli ostacoli fino a buttarli giù, contro chi si nasconde nella sicurezza del gruppo e spera che nessun occhio lo noti, contro chi ha paura del futuro e dell'incertezza, contro chi preferisce un mondo prevedibile e sicuro, in cui tutti siano uguali e l'inetto riceva quanto l'abile così nessuno avrà paura di doversi impegnare in qualcosa. Contro chi manca di vitalità e volontà. Contro il mondo delle pecore, di cui oggi non faccio parte.
"Andate a fare in culo, non mi avrete mai."
L'originalità, la creazione di qualcosa di nuovo e unico, un'aggiunta alla realtà che la rende più estesa, varia e colorata. Una strada nuova, un sentiero inesplorato. La mia via. Possa l'Anno dell'Originalità concedermi la distruzione degli schemi che oggi vogliono fare di me un membro del gregge, una pecora tra le pecore. Sarà più facile che sia la realtà a piegarsi alle mie esigenze, che io alle sue.
Om mani padme hung.
E ciò comporta che l'Amore, quello sempre sognato e idealizzato con la Donna della Mia Vita, non è una meta definitiva, ma solo una fase di passaggio destinata ad essere superata e trascesa, un passaggio fondamentale per crescere spiritualmente.
Gli effetti di questa epifania si sono manifestati nella mia vita sentimentale in una lunga serie di rapporti superficiali, di giochi d'amore
con donne d'ogni età, razze e colore. Alcuni sono stati belli, memorabili; altri squallidi, trascurabili. Ma per la prima volta in vita mia, ho affrontato un rapporto sentimentale senza buttarmici dentro anima e corpo, come ho sempre fatto; alla kamikaze dell'amore, in caduta libera verso una possibile craniata contro lo stipite dell'universo. Da quest'anno, vedo i rapporti con maggiore distacco, maggior lucidità, e questo è un bene. Sono più libero, ora.
Quale sarà dunque, o Krsna, il tema del prossimo anno? L'Originalità. L'oracolo celtico del solstizio ha parlato chiaro, portando alla luce un valore che proprio in queste ultime settimane del 2005 stava crescendo dentro di me. L'insofferenza verso la banalità, la prevedibilità, il tran-tran. Il rifiuto categorico di una vita imprigionata dentro degli schemi, in barba ai vantaggi e alle tentazioni di una famiglia felice, una stabilità emotiva, uno stipendio sostanzioso. L'ho già scritto una volta e lo scrivo ancora:
"Non mi adatterò mai a vivere tra i pashu, le pecore. Sarò cane, oppure sarò lupo. E oggi lo urlo al mondo e alla sua omologazione, al suo spirito di rinuncia, al suo rifiuto di lottare e di sbattere la testa cento volte contro gli ostacoli fino a buttarli giù, contro chi si nasconde nella sicurezza del gruppo e spera che nessun occhio lo noti, contro chi ha paura del futuro e dell'incertezza, contro chi preferisce un mondo prevedibile e sicuro, in cui tutti siano uguali e l'inetto riceva quanto l'abile così nessuno avrà paura di doversi impegnare in qualcosa. Contro chi manca di vitalità e volontà. Contro il mondo delle pecore, di cui oggi non faccio parte.
"Andate a fare in culo, non mi avrete mai."
L'originalità, la creazione di qualcosa di nuovo e unico, un'aggiunta alla realtà che la rende più estesa, varia e colorata. Una strada nuova, un sentiero inesplorato. La mia via. Possa l'Anno dell'Originalità concedermi la distruzione degli schemi che oggi vogliono fare di me un membro del gregge, una pecora tra le pecore. Sarà più facile che sia la realtà a piegarsi alle mie esigenze, che io alle sue.
Om mani padme hung.
sabato 24 dicembre 2005
Un Natale Trascendente a tutti!
La Canzone di Krsna risuona da un anno… e la Via, quella della crescita interiore, prosegue senza fine, lungi dall'uscio dalla quale parte, come diceva il buon Tolkien.
Un altro Natale arriva.
Un altro Natale arriva.
E non venitemi a dire che il Natale è per i cristiani! Il Natale è di chi lo vuole… di chi crede che sia la nascita del Cristo, di chi crede sia l'anima delle radici cristiane d'Europa, per chi crede che indipendentemente dalle credenze religiose, sia una buona occasione per esser più buoni e gentili l'uno con l'altro, coprirsi di regali, ossequi, auguri e abbracci. Un anno fa, commentando il Presepe di mia nonna - ora ereditato, tra tutti i fratelli, da mio padre, e un giorno da me - scrivevo:
"Io continuo a guardare il presepe di mia nonna. Giuseppe longobardo, con la spada e il cavallo. La Madonna bionda con gli occhi azzurri, che più bella non ce n'è, con il suo bambino biondissimo. I pastori umbri, con i salami e le bocce di vino - Brunello, ne sono sicuro. Presto arriveranno i Magi, elegantissimi nelle loro vesti di velluto e oro, ciascuno da un angolo di mondo diverso, da solo
e senza scorta, per adorare il Messia. Piccole luci elettriche blu, verdi e rosse, illuminano l'architettura medievale italiana e le valli solitarie dell'Appennino.
Io continuo a sognare. Buon Natale."
Quali che siano i veicoli che voi yogin decidiate di usare, gli strumenti della vostra arte, possano essi essere benedetti e fortunati.
Buon Natale, qualunque cosa significhi per le vostre anime.
"Io continuo a guardare il presepe di mia nonna. Giuseppe longobardo, con la spada e il cavallo. La Madonna bionda con gli occhi azzurri, che più bella non ce n'è, con il suo bambino biondissimo. I pastori umbri, con i salami e le bocce di vino - Brunello, ne sono sicuro. Presto arriveranno i Magi, elegantissimi nelle loro vesti di velluto e oro, ciascuno da un angolo di mondo diverso, da solo
e senza scorta, per adorare il Messia. Piccole luci elettriche blu, verdi e rosse, illuminano l'architettura medievale italiana e le valli solitarie dell'Appennino.
Io continuo a sognare. Buon Natale."
Quali che siano i veicoli che voi yogin decidiate di usare, gli strumenti della vostra arte, possano essi essere benedetti e fortunati.
Buon Natale, qualunque cosa significhi per le vostre anime.
She walks in Beauty
She walks in beauty, like the night
Of cloudless climes and starry skies;
And all that's best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes:
Thus mellow'd to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.
One shade the more, one ray the less,
Had half impair'd the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o'er her face;
Where thoughts serenely sweet express
How pure, how dear their dwelling-place.
And on that cheek, and o'er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!
---------------------------------------
G. G. Byron
Of cloudless climes and starry skies;
And all that's best of dark and bright
Meet in her aspect and her eyes:
Thus mellow'd to that tender light
Which heaven to gaudy day denies.
One shade the more, one ray the less,
Had half impair'd the nameless grace
Which waves in every raven tress,
Or softly lightens o'er her face;
Where thoughts serenely sweet express
How pure, how dear their dwelling-place.
And on that cheek, and o'er that brow,
So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!
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G. G. Byron
sabato 3 dicembre 2005
La notte del tre dicembre
Guido alle 3 della notte nelle strade grigie di Milano, sotto una neve improvvisa che cade da ore e copre tutto. La macchina slitta anche a velocità bassa, e il mio viaggio dura a lungo. Davanti a me incontro una macchina ricoperta di neve che procede, lentissima, al centro della strada; specchietti e lunotto sono ingombri di nevischio, e il conducente chiunque sia, non vede nemmeno i miei fari, né sente il mio clacson. Quando passa un'ambulanza, la macchina innevata si sposta mossa dalla sirena acuta, e lascia il passo: colgo il mio momento, e mentre sorpasso vedo che il conducente è un vecchio dall'aria preoccupata.
La strada è di nuovo sgombra, se si eccettuano veicoli in sosta laterale, con le quattro frecce accese, e qualche ramo caduto a bordo della via. All'improvviso, un crac che rimbomba, e un suono fragoroso di rami che si spezzano, poi un tonfo sordo. Guardando nello specchietto retrovisore, vedo solo una nuvola di neve che, pochi attimi dopo, rivela a pochi metri da me la sagoma di un pino caduto che blocca l'intera via. Accosto ancora stupito, e osservo incredulo l'albero che non mi è rovinato addosso per un pelo. Un po' oltre, dei fari che forse indicano il vecchio che procedeva lento, e ora è nei guai insieme ad altri viaggiatori di questa notte. Un ragazzo indiano, intabarrato in una giacca a vento, con un cappello di lana e un ombrello, mi osserva sorridendo.
"Sono stato proprio fortunato… "esclamo, sorridendo a mia volta "per pochi metri non sono rimasto sotto"
Il ragazzo ride: "Tu molto bravo! Mentre albero cade tu va avanti e passa oltre, no fatto niente"
Mi verrebbe da rispondere che se mi fossi accorto dell'albero in caduta non sarei stato così bravo. Invece lo saluto, senza nemmeno chiedermi che ci faccia un indiano a piedi alle tre di una notte di tormenta come questa, e faccio per risalire in auto.
"Aspetta!" mi chiama, quasi esitante. Lo guardo in attesa.
"… Massage?" mi chiede, tra l'imbarazzato e il divertito, muovendo il pugno su e giù davanti alla bocca aperta a "o".
"No, grazie!" scoppio a ridere, scuotendo la testa "Ciao!"
"Ciao, grazie!" mi risponde, ridendo a sua volta.
Guido cauto e ormai solo sulla strada verso casa, che ormai è vicina, e inizio a sentire sinistri rumori. Gli alberi, gli alberi di Milano cominciano in quel momento a rovinare, uno per uno, tuonando nella notte silenziosa, il legno che si spezza, i rami che si infrangono cozzando contro gli altri, e il colpo del peso arboreo contro la neve, le cancellate, le auto parcheggiate. Le punte piegate dal peso della neve, i grossi rami appesantiti cedono, e cadono al suolo annunciati dallo schianto del legno. E' un grido di morte quello che odo, rinchiuso nella mia scatola di macchina, e per la prima volta in vita mia provo paura degli alberi. Sono ovunque, ai lati o al centro dei viali, incombono scuri e minacciosi sopra di me, non ancora privi del loro fogliame agli inizi di dicembre, e per questo più vulnerabili alla neve. Ho paura, e mi tengo lontano da essi; affronto la neve alta delle strade poco battute per evitare la loro presenza. Quando esco dall'auto, cammino solo, fragile e minuscolo uomo, nella neve fino alle caviglie, circondato da colossi morenti. Ancor più cautamente, procedo al centro della via, lontano dai marciapiedi e dai giardini dei palazzi. Attorno a me ancora i lamenti silvani, toni funebri delle piante maestose e più antiche di me, sconfitte dall'inverno prematuro. Mi sento spettatore estraneo di una tragedia, impotente davanti al suo consumarsi inevitabile, e al tempo stesso grato della sua estraneità.
E improvvisamente percepisco la caducità delle cose, piccole e grandi, giovani e antiche, fragili e forti; e nel silenzio della notte, rotto solo dai lamenti degli alberi che conosco dalla mia nascita, pini, cipressi, aceri e pioppi cresciuti davanti alla mia finestra prima che nascessi, tocco con l'anima l'ambiguità del tempo, lineare eppure concentrato in un punto, assoluto eppure così relativo, particolare, personale nel suo scorrere imprevisto. La morte delle mie piante, e delle altre, inaspettata e improvvisa, lenta e dolorosa, mi ricorda che un giorno la mia dovrà venire, forse allo stesso modo. Ma la consapevolezza della mia sopravvivenza e incolumità rispetto ai miei antichi compagni, mi dono un barlume di eternità.
La strada è di nuovo sgombra, se si eccettuano veicoli in sosta laterale, con le quattro frecce accese, e qualche ramo caduto a bordo della via. All'improvviso, un crac che rimbomba, e un suono fragoroso di rami che si spezzano, poi un tonfo sordo. Guardando nello specchietto retrovisore, vedo solo una nuvola di neve che, pochi attimi dopo, rivela a pochi metri da me la sagoma di un pino caduto che blocca l'intera via. Accosto ancora stupito, e osservo incredulo l'albero che non mi è rovinato addosso per un pelo. Un po' oltre, dei fari che forse indicano il vecchio che procedeva lento, e ora è nei guai insieme ad altri viaggiatori di questa notte. Un ragazzo indiano, intabarrato in una giacca a vento, con un cappello di lana e un ombrello, mi osserva sorridendo.
"Sono stato proprio fortunato… "esclamo, sorridendo a mia volta "per pochi metri non sono rimasto sotto"
Il ragazzo ride: "Tu molto bravo! Mentre albero cade tu va avanti e passa oltre, no fatto niente"
Mi verrebbe da rispondere che se mi fossi accorto dell'albero in caduta non sarei stato così bravo. Invece lo saluto, senza nemmeno chiedermi che ci faccia un indiano a piedi alle tre di una notte di tormenta come questa, e faccio per risalire in auto.
"Aspetta!" mi chiama, quasi esitante. Lo guardo in attesa.
"… Massage?" mi chiede, tra l'imbarazzato e il divertito, muovendo il pugno su e giù davanti alla bocca aperta a "o".
"No, grazie!" scoppio a ridere, scuotendo la testa "Ciao!"
"Ciao, grazie!" mi risponde, ridendo a sua volta.
Guido cauto e ormai solo sulla strada verso casa, che ormai è vicina, e inizio a sentire sinistri rumori. Gli alberi, gli alberi di Milano cominciano in quel momento a rovinare, uno per uno, tuonando nella notte silenziosa, il legno che si spezza, i rami che si infrangono cozzando contro gli altri, e il colpo del peso arboreo contro la neve, le cancellate, le auto parcheggiate. Le punte piegate dal peso della neve, i grossi rami appesantiti cedono, e cadono al suolo annunciati dallo schianto del legno. E' un grido di morte quello che odo, rinchiuso nella mia scatola di macchina, e per la prima volta in vita mia provo paura degli alberi. Sono ovunque, ai lati o al centro dei viali, incombono scuri e minacciosi sopra di me, non ancora privi del loro fogliame agli inizi di dicembre, e per questo più vulnerabili alla neve. Ho paura, e mi tengo lontano da essi; affronto la neve alta delle strade poco battute per evitare la loro presenza. Quando esco dall'auto, cammino solo, fragile e minuscolo uomo, nella neve fino alle caviglie, circondato da colossi morenti. Ancor più cautamente, procedo al centro della via, lontano dai marciapiedi e dai giardini dei palazzi. Attorno a me ancora i lamenti silvani, toni funebri delle piante maestose e più antiche di me, sconfitte dall'inverno prematuro. Mi sento spettatore estraneo di una tragedia, impotente davanti al suo consumarsi inevitabile, e al tempo stesso grato della sua estraneità.
E improvvisamente percepisco la caducità delle cose, piccole e grandi, giovani e antiche, fragili e forti; e nel silenzio della notte, rotto solo dai lamenti degli alberi che conosco dalla mia nascita, pini, cipressi, aceri e pioppi cresciuti davanti alla mia finestra prima che nascessi, tocco con l'anima l'ambiguità del tempo, lineare eppure concentrato in un punto, assoluto eppure così relativo, particolare, personale nel suo scorrere imprevisto. La morte delle mie piante, e delle altre, inaspettata e improvvisa, lenta e dolorosa, mi ricorda che un giorno la mia dovrà venire, forse allo stesso modo. Ma la consapevolezza della mia sopravvivenza e incolumità rispetto ai miei antichi compagni, mi dono un barlume di eternità.
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