La mia ultima epifania è arrivata in una conversazione con un'amica. Come una pallottola ha dissolto le nebbie della mia mente, e per un momento ho visto chiaramente alle mie spalle. Una cosa che sapevo, ma che non sapevo di sapere.
Ho meditato sulla conversazione avvenuta, e dopo una lunga e dubbiosa riflessione, ho trovato forse il filo logico che unisce le mie intuizioni e dà loro senso comunicabile. Ho capito che tutti abbiamo dei limiti, ma il riconoscerli è il primo passo per affrontarli. Ammetterli, lasciarli talvolta liberi per conoscerli meglio, essere capaci di scherzarci sopra, conviverci senza per questo giustificarli o razionalizzarli.
Il punto focale, l'argomento coincidentale del discorso era la violenza. L'imposizione, la negazione dell'altrui volontà. Un male, un difetto di cui quasi tutti ci macchiamo costantemente. L'odio, il desiderio di vendetta, l'orgoglio che chiede soddisfazione. Violenza non è solo costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole, è criticare le altrui scelte e sostenere che la propria visione è quella giusta, la sua quella sbagliata da eliminare. Desiderare che le persone cambino e la pensino come noi. Cercare di persuaderle, influenzarle, facendole sentire in colpa e fuori luogo, al fine di portarle verso la nostra visione. E' un istinto naturale, pericoloso certo, ma a volte utile; molto difficile da valutare e da utilizzare, ma insito nel nostro cuore fin dalla nascita. Qual è il confine tra tirannia ed azione positiva? Quand'è che il nostro giudizio viola la libertà altrui, e quando invece il nostro rifiuto di prendere una posizione attiva diventa codardia, astinenza egoistica o debolezza?
Domande difficili, cui si può provare a rispondere oppure no. E' facile rispondere "sì, la violenza serve a supportare la giustizia", e pretendere di poter decidere per gli altri; oppure "no, la violenza è inaccettabile in qualunque situazione", e scaricare così qualunque responsabilità. E' più complesso ragionarci, cercare un equilibrio; si può provare a conoscerla, la violenza. Esplorarla, comprenderla, sperimentarla costruttivamente. Giustificarla a priori, magari addirittura affezionarcisi, è egoismo. Reprimerla o negarla serve solo ad esasperarla, farla agire in modo più subdolo ma non per questo meno pericoloso.
La violenza è come un'arma che portiamo sempre con noi: tanto vale accettarla come parte di noi, conoscerla e saperla padroneggiare. Saper decidere quando lasciarla andare, e quando frenarla. Sapere come utilizzarla, imparare le conseguenze del suo uso, e sulla base di queste imparare. Quelli che fanno più danni con le armi sono gli inesperti, perché non sanno controllarle.
Ed è per questo che non potrò mai più innamorarmi di Lei - perché non me ne fido, perché la sua violenza non sa di impugnarla, rifiuta di vederla e per questo le scappa sempre di mano. Ed è per questo che forse mi innamorerò dell'altra Lei, che all'inizio le assomigliava ma ora non le assomiglia più, e ho capito perché. La differenza fra l'Una e l'Altra è il livello di coscienza, di lucidità, di sincerità con sé stessa e con gli altri. Di Una mi fido, dell'Altra, non mi fiderò mai più.
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