domenica 22 novembre 2009

Le mie rovine

La Luce Abbandonata - Sebastiano Lo Turco

Quand'ero piccolo, giocavo spesso, solo, nella vecchia cascina di mia nonna. Era una vecchia cascina della fine del '600, di quelle con la corte aperta senza cancello, ad accogliere chi entra; era situata nel cuore di un villaggio di poche centinaia d'anime, collegato al mondo da due strade strette, serpeggianti tra i campi verdi dell'estate o quelli bruni dell'inverno; e isolato da esso da un mare di nebbia padana, o dal velo di notti blu, popolate di lucciole.In questa cascina c'erano delle rovine. Ai suoi tempi era stata grande, la cascina, e numerose famiglie di fittavoli la abitavano; c'erano stalle per vacche, porci e cavalli, e più d'un pollaio. Quand'ero piccolo rimanevano mia nonna, mio nonno bloccato a letto da un ictus, e un paio di zii che svolgevano il lavoro dei fittavoli scomparsi con l'ausilio di macchine che per me avevano forme strane e fantastiche: trattori dalle enormi ruote coperte di fango, colossali trebbiatrici, raccoglitrici di fieno crudeli, tutte ruote e punte coperte di polvere, come guerrieri meccanici armati di strane lance e scudi, giganti di ferro che dormivano in garage polverosi, costruiti in mattoni e legno da uomini che ancora non immaginavano la rivoluzione industriale, e per cui modernità era una buona zappa. Attorno ai giganti, un'infinità di ferraglia: pesanti attrezzi agricoli e meccanici, pezzi di ricambio unti d'olio nero, taniche di plastica semitrasparente colme d'acidi o combustibili dall'odore penetrante. Ovunque, polvere di campagna e tele di ragno più grosse della mia testa, una sensazione di tempo lento, senza fretta, senza scossoni. Le vacche, tra tutte le cose, destavano poco la mia attenzione: stupidi, timidi animali che vivevano nello sterco e si sottraevano pavide alle mie carezze. Non giocavano nemmeno tra loro, mangiavano solo, masticando la loro vita dall'alba al tramonto: come per contrappasso, sarebbero finite a loro volta mangiate dagli uomini, sapevo. Non c'era pietà per le mucche, solo un vago disprezzo per il loro essere mandria.


La mia attenzione era soprattutto per le rovine, dove la polvere e le tele di ragno dominavano incontrastate. C'erano diverse rovine, nella mia lista: le più accessibili erano quelle della soffitta, fresca d'estate e gelida d'inverno. Quasi nessuno andava mai in soffitta, se non per abbandonare ogni genere d'oggetto – le famiglie d'una volta non buttavano via praticamente nulla, e forse generazioni di cose s'erano depositate nella penombra di quella stanza d'angolo con una sola, piccola finestra. Libri, soprattutto romanzi tascabili e testi di scuola elementare e media, vecchi giocattoli rotti appartenuti a chissà chi, scarpe e stivali, vestiti e cappotti fuori moda, tappeti da quattro soldi, lisi e sbiaditi, attrezzi per la casa, dal moderno ferro da stiro al “prete”, invenzione di secoli fa per scaldare il letto d'inverno, appendiabiti e mobili d'età dimenticate, talvolta rosi dai tarli. La soffitta era la più scura delle rovine, perché non era per nulla in rovina, e rimaneva comunque a portata di voce dalla cucina, da dove gli adulti potevano sincerarsi della mia sicurezza di tanto in tanto.

Più avventuroso della soffitta era il granaio, allo stesso livello ma sprovvisto di luce elettrica. Una volta era utilizzato come granaio, e ne aveva mantenuto il nome anche se si trattava, di fatto, di una parte abbandonata della casa. L'oscurità delle tre stanze, poste a diversi livelli e illuminate solo da una singola, piccola finestra quadrata, non mi permetteva di apprezzarne completamente le dimensioni: c'erano sempre un soffitto e una parete nascosti e irraggiungibili, al di là delle ombre. Il granaio, dove la polvere era spessa e i miei piedi lasciavano orme per terra, conteneva solo sedie rotte e granoturco di raccolti ormai dimenticati sparso sul pavimento. Le ragnatele erano grosse e oberate dal peso della polvere depositata su di esse, e i rumori tipici delle vecchie case di campagna erano magnificati: del resto il granaio, come sempre mi avvertivano mia madre e mia nonna, era popolato da topi, ed era meglio non andarci. Ci entravo con timore, non tanto dei topi quanto delle ragnatele che mi si attaccavano alla faccia e alle mani; eppure ci entravo, solo quando il giorno era pieno ed era possibile orientarsi con la fievole luce, e raggiungevo la finestrella sul fondo dell'ultima stanza, che offriva prospettive uniche sul cortile dei vicini e sulla strada. Altra attrattiva del granaio era una vecchia porta dagli angoli smussati che dava sul nulla – una porta al secondo piano verso il vuoto era qualcosa di incomprensibile ed eccitante per un bambino. Immaginavo ignari contadini di una volta aprire quella porta e piombare dritti nell'orto, tre metri più sotto, e sorridevo.
 
Decadenza - Matteo Parigi
Infine c'erano le vecchie case dei fittavoli: un altro edificio, dall'altra parte del grande cortile, le rovine vere e proprie. Le finestre di quelle case erano rotte da lungo tempo, e solo lo scheletro di legno rimaneva con qualche coccio attaccato e gli altri sparsi per terra. L'erba cresceva alta intorno ai vetusti edifici, senza aprirsi per offrire un sentiero, e spesso qualche ciuffo spuntava spavaldo anche all'interno, in qualche angolo pieno di terra. Al piano inferiore era stato ammassato tutto quello che, irrecuperabile, non aveva senso mettere in soffitta e nemmeno bruciare nel camino: televisori e radio rotte, lavandini e cessi spaccati, divani bucati e popolati ora da chissà quali bestie. Le finestre della parete opposta all'entrata davano sui limiti del mondo, ovvero un fosso scuro e un piccolo bosco di pioppi cui si accedeva solo dalla casa di un vicino sconosciuto.

Il piano di sopra era la rovina più inaccessibile: l'unico modo di arrivarci era una vecchia scala esterna, con scalini di pietra attaccati al muro da supporti di metallo arrugginito. Molti di essi avevano ceduto, e il loro scalino era piegato verso l'esterno o mancante. Gli adulti non osavano salire la scala pericolante ma io, piccolo e leggero, potevo prendere il rischio, con il cuore in gola ogni volta. Le stanze del secondo piano erano vuote, sporche di calcinacci ma vuote, e luminose. Altro non ricordo con certezza, perché il mio coraggio non mi sostenne mai abbastanza per salire quella scala più di un paio di volte. Ricordo la paura che le vecchie assi del pavimento cedessero, per cui camminavo vicino al muro, ma potrebbe essere un falso ricordo. I ricordi dei bambini sono la luce e le emozioni, non i dettagli, che interessano ai grandi, e io ricordo la luce grigia, pura e solitaria di quelle stanze vuote e silenziose, e il timore di essere solo in un luogo proibito, pericoloso. Chi aveva vissuto in quei luoghi, mi chiedevo, immaginando numerose e chiassose famiglie di fittavoli ormai appartenenti al passato. Mi chiedevo se qualcuno le ricordasse, o se più che al passato appartenessero all'immaginazione. E sembrava anche a me di camminare nel passato o dell'immaginazione, in luoghi dove gli adulti non arrivavano e non potevano arrivare, e mi sentivo esploratore, eroe.

Le mie rovine non ci sono quasi più. Le case dei contadini sono state acquistate da uno dei vicini, u ingegnere, verniciate di giallo acido e trasformate in un residence di campagna per cittadini. Il cortile comune, dove nei giorni di festa i visitatori parcheggiavano le auto è stato chiuso e diviso tra i vicini con muri prefabbricati di cemento, e la gente lascia la macchina su un piazzale d'asfalto poco lontano, cementificato dal Comune qualche anno fa; i fiori davanti alla casa di mia nonna non ci sono più, e anche l'enorme mangiatoia di pietra in cui crescevano è sparita. Mia nonna è vecchia, apparentemente vecchia come le travi di quell'antica cascina. Rimangono la soffitta e il granaio, intatti ancora per un po', fino a quando mia nonna non se ne andrà e la casa verrà ristrutturata per far posto a qualcun altro.

Io ora vivo a cinquemila chilometri di distanza, ma le mie rovine le vedo ancora di tanto in tanto. Sopravvivono nel passato, nell'immaginazione. Nei sogni, come quello da cui mi sono riscosso stamattina, prendendo il taccuino e cominciando a scrivere con il cuore stretto da una nostalgia profonda come gli anni che mi separano dai ricordi. La scorsa notte ho camminato ancora tra le mie rovine, ed esse saranno sempre con me, fino alla fine.
 Calore domestico - Klausbergheimer

sabato 11 luglio 2009

Inside

MundukNon aggiorno il blog da una vita, ma non è colpa mia. E' colpa della censura cinese che mi impedisce anche di accedere all'editor. Ora mi trovo ad Hongkong, la libera Hongkong, e dedico un minuto a scrivere.Quante cose sono successe? Ci siamo sposati, abbiamo organizzato una cerimonia tradizionale cinese splendida, siamo stati in viaggio di nozze a Bali. Nel frattempo, l'azienda dove lavoro è andata sempre più alla deriva, e ora mi trovo in una situazione spaventevole, non essendo stato pagato per mesi, avendo la reponsabilità di persone sotto di me non pagate da mesi, e dei titolari scomparsi nel nulla, e un sacco di gente che li cerca tramite me, addossandomi le colpe di chi è scappato. Ora devo uscire da questa pessima situazione e trovarmi un nuovo lavoro, ricominciando da capo.

Ma non sono triste, anzi. Non importa cosa mi capita, finché sono con Lei, io sono felice. Ci pensavo qualche giorno fa, seduto in cima al colle di Munduk, a Bali, guardando la valle sottostante coltivata a riso e spezie e, più lontano, il mare dell'Indonesia, e ascoltando una canzone dei Jethro Tull...

 



All the places I've been make it hard to begin
to enjoy life again on the inside,
but I mean to.
Take a walk around the block
and be glad that I've got me some time
to be in from the outside,
and inside with you.
I'm sitting on the corner feeling glad.
Got no money coming in but I can't be sad.
That was the best cup of coffee I ever had.
And I won't worry about a thing
because we've got it made,
here on the inside, outside so far away.

And we'll laugh and we'll sing
get someone to bring our friends here
for tea in the evening --
Old Jeffrey makes three.
Take a walk in the park,
does the wind in the dark
sound like music to you?
Well I'm thinking it does to me.

Can you cook, can you sew --
well, I don't want to know.
That is not what you need on the inside,
to make the time go.

Counting lambs, counting sheep
we will fall into sleep
and we awake to a new day of living
and loving you so.

 



Vista da Munduk

 

sabato 3 gennaio 2009

L'Anno dell'Abbandono dell'Individualismo

Ramasita




Che anno, ragazzi. Se me lo avessero detto prima, non ci avrei creduto: anni più faticosi di questo non ne ricordo. Tutto è stato un problema, una lotta quotidiana contro l'universo in cui ogni volta che si chiudeva un fronte se ne aprivano due. Ma andiamo con ordine.




Anzitutto il tema dominante sono state le Olimpiadi. In nome delle Olimpiadi su Pechino è stata scatenata una rivoluzione che ha cambiato tutto, per lo più in peggio, esaltando tra l'altro la normale paranoia della popolazione hanzu a livelli di parossismo. Ho visto la mia amata Pechino snaturarsi per i Giochi, rinunciare alla sua identità, abbruttirsi come non mai. Propaganda, controlli di sicurezza, folle incoscienti che gridano slogan, campagne mediatiche e non si preparazione alle Olimpiadi, propaganda e ancora controlli di sicurezza. E' tutto cominciato con i controlli alla porta dell'ufficio, con le ronde di volontari che chiedono la registrazione degli stranieri, con i nuovi documenti necessari a tutto, con le limitazioni sul traffico, con i metal detector in metropolitana, con la polizia stazionata ad ogni angolo di strada, con i cartelloni di promozione ubiqui, con le leggende metropolitane, con i prezzi alle stelle. Un'intera città di milioni di abitanti sotto stress.




Poi l'inverno che ha steso la Cina del Sud appena prima del Capodanno lunare, mai visti tanto freddo e tanta neve, il Paese era in emergenza. Poi la rivolta di Lhasa, e via ad attacchi da parte dell'Occidente e dell'Oriente con me in mezzo a cercare di far ragionare tutti quelli che conosco. L'ondata di nazionalismo cinese alla vigilia delle Olimpiadi e il boicottaggio gratuito da parte dell'Occidente più ignorante. Poi il terremoto a Chengdu, la paura, i disagi.




Poi il delirio per il visto, il tentativo cinese di espellere tutti gli stranieri possibili che ha fatto sì che le Olimpiadi fossero un evento tutto cinese, e che gli stranieri se lo guardassero in TV nel nome della fratellanza e di “Pechino vi da' il benvenuto”. La gente che se n'è andata e non è più tornata. Le mie trafile impossibili tra documenti e relazioni, durante da aprile a fine giugno e costate quasi 10.000 RMB e un grosso favore da una persona importante per evitare di essere espulso dal Paese dove vivo e lavoro.




A proposito di lavoro, mille problemi anche qui. L'azienda truffata nella peggior tradizione cinese, problemi di cassa, problemi di stock, io al centro della pressione in quanto rappresentante dell'azienda con clienti e istituzioni, e responsabile dell'ufficio. La paranoia dei colleghi che sono arrivati a reazioni oltre misura, con ricatti e diffamazioni contro i titolari. L'abbandono di quasi tutti i colleghi per le seguenti cause: litigio con i titolari, maternità, esaurimento nervoso, litigio con colleghi, mancato pagamento dello stipendio. Uno dopo l'altro, moltissimi colleghi hanno abbandonato la nave che affondava lasciando me a coprirli, facendo il lavoro di almeno 5 persone in pieno periodo olimpico e con i miei problemi di visto da gestire. Aggiungiamoci una serie di sfighe personali a mo' di maledizione a tutti i membri dell'azienda: morte di familiari (3 persone), divorzio (1 persona), gravidanza indesiderata (1 persona), gravidanza problematica con ricovero in ospedale per un mese (1 persona), contrazione di malattia incurabile (1 persona). Da parte mia, ho avuto l'infarto di mio padre che per grazia di Dio si è salvato senza conseguenze serie per la salute.




Tra gli altri casini che non mi hanno colpito direttamente ma hanno contrassegnato l'anno ricordiamo: il furto del nome a That's Beijing a due mesi dall'inizio dei Giochi, la chiusura forzata di una serie di esercizi commerciali di amici e conoscenti (Kiosk, Frantoi Celletti), problemi di salute di amici (pleurite gravissima con tanto di doppio tubo di gomma che drena i polmoni dall'acqua, infilato sotto l'ascella), morte di altri familiari di amici, e via così.




Un anno difficile, difficilissimo. Doveva essere l'Anno del Rinnovamento: io direi piuttosto che è stato l'Anno della Lotta per la Sopravvivenza, ma in fondo non si può dire che non ci sia stato rinnovamento. Come spesso accade le difficoltà, oltre a temprarci, ci spingono a cambiare, trovare nuovi equilibri e nuove soluzioni ai problemi. Ci portano spesso ala saturazione, accelerando cambiamenti naturali fino a una soluzione rapida, forzata, rivoluzionaria.




Che dire dei successi di quest'anno? Non solo ho imparato ad avere pazienza, molta più di quella che avevo prima: adesso non credo più a niente, sono proto a perdere tutto e non pianifico mai nulla senza contemplare uno scenario in cui tutto va storto e alla fine tutti i piani verranno abbandonati. Ora ho il visto di lavoro, ragazzi. Il mio cinese è ulteriormente migliorato e ora leggo anche gli sms al cellulare. Io e la mia Radha ci amiamo più che mai e abbiamo deciso di sposarci. Siamo più attivi, la nostra qualità della vita è migliorata significativamente. Cuciniamo spesso grazie alla scoperta di una serie di luoghi a Pehcino dove approvvigionarsi di qualunque cosa relativa alla cucina, dal fresco al surgelato, dal locale all'importato, dal cibo agli alcolici all'equipaggiamento. Abbiamo viaggiato un po': lei è stata in Italia e ha conosciuto la mia famiglia allargata, insieme siamo stati in Hebei e abbiamo esplorato ancora meglio Pechino.




Ho ancora i problemi dell'anno scorso? Sono felice di dire di no. La mia vita non mi annoia, ora è più varia che mai. Ci sono tante attività, ci sono tanti nuovi amici, ci sono tanti posti nuovi da frequentare in una città che, dopo le Olimpiadi, lentamente torna ad essere quella che è sempre stata, ovvero una capitale di confine tra la Cina e la steppa selvaggia. La mia poesia torna ad emergere: leggo, scrivo, dipingo, suono, mi approprio dei miei spazi creativi insieme alla mia Radha. Sono sempre sicuro che da grande non farò il manager, ma invece di impazzire per capire cosa farò, guardo con scetticismo al futuro in attesa dell'occasione, senza preoccuparmi troppo di prevedere quello che sarà. Seguo il flusso e, per quanto posso, lo cavalco. Ora la mia anima è tornata ad essere il centro della mia vita, la mia concentrazione è più solida.




La mia percezione di me stesso, mi rendo conto, è cambiata. Ho meno paura, ho meno interesse per il mio ego. Non penso più a me ora come il centro del mondo: penso a me come parte di una coppia con la mia Radha, parte di una famiglia con i miei genitori, parte di un gruppo, molti gruppi, che compenetrano il tempo. Non c'è più solo l'ora, c'è il tempo: il passato e il futuro definiscono il presente: non c'è fretta, solo tentativo di portare armonia ed equilibrio. Cosa curiosa, non penso più a me stesso come Krsna, giocoso, sfuggente, estatico: la presa di responsabilità sta spostando la mia concentrazione su Rama, campione del dharma, dovere e responsabilità, eroe e condottiero, marito fedele ed esempio di coerenza e fermezza. Dal Krsnavada, la Canzone di Krsna, al Ramayana, l'Epopea di Rama? Chi lo sa? Non mi preoccupo troppo dei nomi e delle definizioni, in fondo Rama e Krsna non sono che manifestazioni diverse della stessa realtà divina.




Un successo, difficile ma glorioso, l'Anno del Rinnovamento. Cosa ci aspetta quindi, all'Orizzonte? Tanti cambiamenti: matrimonio per certo; trasferimento in Italia senz'altro, manca di definire il quando; cambi di lavoro perché no? Viaggio in Asia, da Pechino a Kanyakumari, da definire, ma nei possibili piani. Un addio al passato di Krsna e un benvenuto alla nuova era sotto la benedizione di Rama. Con un atteggiamento così pacifico e scettico verso il futuro è possibile dare una definizione a un periodo di tempo standardizzato come l'anno a venire? Proviamoci, ben sapendo che l'esercizio è un gioco: in futuro il mio cambiamento di pelle significherà dire ufficialmente addio a tante cose della mia vita. La mia libertà nominale, il mio domicilio a Pechino, la Casa del Mio Spirito, la responsabilità verso me stesso piuttosto che verso altri. Devo sistemarmi, mettere le basi per costruire una famiglia, prendermi cura degli anziani e mettere al mondo le nuove generazioni, educandole come si meritano. Non è un passaggio facile, ma non mi fa paura, anzi mi eccita affrontarlo perché so che oltre c'è un mondo nuovo, e la mia curiosità per i mondi inesplorati è ben nota.




Buon Anno dell'Abbandono dell'Individualismo, quindi, caro Krsna. Cerca di farlo col botto, per non aver rimpianti nel tuo futuro.


Ramayana Lake

domenica 12 ottobre 2008

Fuori dallo Stagno

2006-10 - Qinghai Lake - fdgorilla

Ho imparato a sognare, quando inizi a scoprire


che ogni sogno ti porta più in là


cavalcando aquiloni, oltre muri e confini


ho imparato a sognare da là”


Ho Imparato A Sognare, Negrita (XXX, 1997)




La vita stabile è una trappola per l'anima. Da troppo tempo sono invischiato in un mondo statico e prevedibile, e sebbene tale mondo paghi, permettendomi notevoli lussi e infinite possibilità di imparare dalla realtà, in qualche modo l'apprendimento è sempre posto in secondo piano – l'importante è fare, produrre, prendere, costruire. Ma come costruire, con mezzi limitati ed esperienza quasi nulla? E soprattutto, cosa costruire, senza un ricambio adeguato di idee alle spalle?




Una delle fregature delle realtà di questo tipo è che invischiano: non ne esci facilmente, per sopravvivere devi immergerti, e quando sei immerso non ne esci. Capisci come governare il tuo sistema e dimentichi come governare i sistemi diversi. Perdi fantasia. Io ero così: lavoro nel settore agroalimentare, casa, libri didattici di cucina e business, gran cene a casa e al ristorante, vendite, relazioni pubbliche, politica. Conosco molto del mio ambiente, mi ci muovo molto bene, ma non so quasi nulla di quello che c'è fuori.




Poi, mio padre ha avuto un infarto, e sebbene ne sia uscito benissimo, tutti i miei piani sono stati cambiati. Lascio Pechino, tra un anno torno a Milano. Tante cose cambiano.




Il cambiamento più inatteso, tuttavia, l'ho trovato nella mia fantasia. Tutto è cominciato dagli scarabocchi. Per anni, durante le telefonate, durante i meeting, durante le lezioni, ho scarabocchiato strane forme geometriche, insiemi di angoli acuti e curve, punte e cerchi, con tratti marcati e linee spesse, con poca somiglianza con la realtà. Ora, improvvisamente, disegno architetture indiane – archi, colonnati, tetti, case. I miei panorami sono giardini cinesi di pini contorti e ritti bambù, tutti ornati da foglie e aghi. Il mio tratto si è addolcito, ora compaiono ombre e linee sfumate.




Vedo la fine, so che la mia realtà contemporanea è destinata a morire, nel bene e nel male, e guardo oltre, tentando di immaginare il dopo. E nel dopo, nel cambiare delle mie prospettive, la mia fantasia si risveglia da un lungo sonno con progetti, piani, sogni, il mio cuore si agita dal desiderio di cose cui avevo rinunciato, che avevo dimenticato.




E in questa agitazione da novità, in mezzo tra la fine della mia realtà pechinese e l'inizio di quella milanese, ho concepito il piano – il Viaggio. Pechino – Kanyakumari via terra, con una selezionata compagnia d'amici fedeli. Ora studio geografia, storia, ascolto musica e leggo gli scritti di chi è stato là prima di me con uno spirito simile, da viaggiatore alla scoperta non solo del mondo ma anche di sé stesso e dell'umanità. Un viaggio epico come specchio della condizione dell'uomo che non ha paura di confrontarsi con sé stesso e il mondo.




La mia immaginazione è ravvivata, e improvvisamente è come se emergessi dal mio stagno e guardassi il sole, respirassi aria pura dopo anni di fiato tirato. Improvvisamente, e ancora una volta nella mia vita, sento di vivere in una realtà più grande e molto più interessante di quanto ricordassi. E di questo non so dire quanto sono felice.




Quando tutte le scuse, per giocare son buone


quando tutta la vita è una bella canzone


C’era chi era incapace a sognare e chi sognava già”


Ho Imparato A Sognare, Negrita (XXX, 1997)

sabato 12 luglio 2008

Oltre il Muro

Mutianyu



“Oltre il muro, oltre il confine,


oltre il mondo, oltre la fine”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)



Il 2008 non è un anno facile, ma per la Cina e per chi ci vive in modo particolare. Quello che doveva essere un anno fortunato in cui tenere le Olimpiadi si sta trasformando in un incubo di proporzioni titaniche, tra rivolte varie, terremoti, rischio di terrorismo, inquinamento a livelli mai visti, e in generale una serie di situazioni imbarazzanti in cui la Cina non vuole trovarsi gli occhi addosso. Quindi, un po’ come quando succede a uno che in casa ha una macchia sul soffitto che si allarga, fa di tutto per chiedere agli ospiti di andarsene.



Ne risulta la politica di visti di quest’anno, il cui scopo semi-dichiarato è quello di far uscire dalla Cina tutti gli stranieri, o almeno tutti quelli che si possono mettere alla porta, e gestire in modo più semplice una situazione di crisi in cui occorrerà manipolare le informazioni ben bene.



Visto che io abito in Cina, mi sono trovato nella situazione di avere delle difficoltà impressionanti nel rimanere. I visti turistici necessitano ora di prova di prenotazione aerea e di residenza, ovvero prenotazione in un hotel per tutta la durata della permanenza o dichiarazione di una persona che ospiterà allegata al suo contratto d’affitto o documento di proprietà di una casa; non durano più di un mese, rinnovabili per un mese al massimo. I visti d’affari richiedono lettera d’invito di una società con almeno 500.000 RMB di capitale, e la precedente documentazione; durano tre mesi non oltre il 1° luglio e sono rinnovabili per un mese al massimo, ma non oltre il 1° agosto. Lasciando stare gli impraticabili visti da studente, giornalista e familiare di residente, rimangono solo quelli di lavoro, unici che permettono di rimanere in questo Paese oltre il 1° agosto.



Comincio le procedure a metà aprile, richiedendo tramite la mia azienda la Licenza d’Impiego e una Lettera d’Invito. Con queste mi reco in Italia (il visto non può essere concesso in Cina) dove al consolato di Milano, la seconda settimana di maggio, presento la lista di documenti presente sul sito web e confermatami dall’agenzia per i visti cinese: oltre ai due precedenti fogli, modulo di richiesta compilato (difficilissimo), passaporto valido almeno un anno e due fototessere. Sopra lo sportello è scritto “In base alla convenzione di Vienna, il consolato si riserva di richiedere qualunque documento aggiuntivo senza preavviso, e in caso di rifiuto del visto non è tenuto a fornire spiegazioni”. Infatti il funzionario mi guarda e mi chiede: “Certificato medico”. Visto che non ne ho uno in tasca al momento, mi invita a tornare la settimana successiva; solo dopo numerose richieste mi fornisce spiegazioni maggiori sul certificato medico, fornendomi una lista di esami, scritta in cinese e inglese e fotocopiata male. Nella lista figurano certificato di buona salute, esame della vista e dell’udito, esami del sangue e delle urine, elettrocardiogramma, lastre toraciche, ecografia. Attorno a me, in consolato, vedo gente disperata al secondo o quarto tentativo di richiesta del visto. A uno viene contestato un timbro poco chiaro su un foglio, a un altro un errore nello scrivere un’indirizzo in cinese, a un altro ancora vengono richiesti documenti in più.



Mi informo: nessuno sa nulla, se non voci stranissime. Pare che quasi nessuno riesca ad ottenere il visto di lavoro, vari contatti istituzionali mi danno quasi per spacciato e provano a mettermi in contatto con persone che forse potrebbero aiutarmi, da personale diplomatico e titolari di ristoranti cinesi. Torno in consolato una settimana dopo con una busta piena di esami clinici e la rovescio sul bancone. “Basta?” chiedo. Il funzionario non fiata e accetta la domanda di visto. Una settimana dopo è pronto: visto temporaneo, una entrata in Cina e trenta giorni per regolarizzare. Chissà se è stato per uno dei contatti che ho mosso o meno.



Sono in Cina il 28 di maggio, mi registro alla polizia sotto casa, che mi rilascia un permesso di residena valido fino al 28 giugno, ma anche se abito a Pechino dietro il PSB, l’ente che si occupa dei visti, mi tocca andare a Shanghai perché la mia azienda è registrata là. Una volta a Shanghai, mi viene richiesto di riregistrarmi alla polizia locale, utilizzando il contratto d’affitto di un mio collega, cosa che mi prende circa due ore visto che le poliziotte sono impegnate a chiacchierare nel loro sciocco dialetto e mi fanno attendere all’infinito; per procedere con la storia del visto, dovrò inoltre fornire un certificato medico, stavolta cinese. Non è che la mia salute sia cambiata rispetto a tre settimane prima, tuttavia quasi tutti i miei documenti sanitari italiani, inclusi quelli costituiti solo da immagini, vengono scartati e mi viene fissato un appuntamento a metà giugno, in cui ripeto la trafila di esami già subita in Italia. Una settimana dopo ho i risultati, con il mio rapporto medico, posso fare domanda di Permesso di Lavoro (ben diverso dalla Licenza d’Impiego che già ho) e in seguito chiedere il visto definitivo. Per fortuna la mia agenzia è brava e riesce a fare entrambe le domande in contemporanea.



Il giorno del mio compleanno, il 23 giugno, mi vengono a prendere con un’auto nera e mi portano a Pudong, al PSB di Shanghai. Qui un poliziotto mi squadra, registra la mia faccia su una webcam, esamina la mia registrazione alla polizia di Shanghai e nota che il mio nome è sbagliato, hanno messo una erre in più, così. Per fortuna non vuole infierire, semplicemente mi chiede di riregistrarmi con il nome corretto, piazza un timbro su un foglio e mi comunica che il mio visto è approvato. Tra una settimana potrò ritirarlo, tanto il tempo per stampare l’adesivo e appiccicarlo alla pagina del passaporto. Per fortuna, discutendo, riesco ad avere un passaporto temporaneo, ovvero un foglio di carta sottilissima tipo ricevuta con pinzata la mia foto, con cui potrò muovermi per la Cina ma non espatriare. La sera stessa parto per Pechino, dove arrivo all’1 di notte, un’ora di ritardo ripetto al mio compleanno, ma la mia Radha mi aspetta alzata, per festeggiare con me.



Passa il tempo, e nel frattempo vengo fermato più volte dai comitati di quartiere per la sicurezza olimpica che mi chiedono il permesso di residenza. Mi va bene fino al 28 giugno, giorno della scadenza, in cui mi reco in polizia. Solo che con il mio lasciapassare, stampato a Shanghai, non posso registrarmi perché la matricola sui computer di Pechino segue un sistema diverso. Mi chiedono altri documenti, mostro la registrazione in polizia di Shanghai e notano che il nome è sbagliato. Si consultano, fanno un paio di telefonate, è chiaro che non sanno come procedere. Alla fine una poliziotta mi dice che loro non possono fare nulla, è meglio che me ne vada, loro faranno finta di non avermi visto, e quando avrà il passaporto mi regolarizzerò.



Per questioni varie riesco a tornare a Shanghai solo il 7 luglio. L’agenzia mi viene a prendere sulla solita macchina nera, ritira il mio lasciapassare shanghainese e dopo un’ora è di ritorno, con due libretti: uno è il fantomatico Permesso di Lavoro, che mi autorizza a svolgere un impiego in terra cinese (dopo tre anni che lavoro in Cina), l’altro il passaporto con visto Z, validità un anno, entrate illimitate.



Dovrei tornare a casa il 9 luglio, ma per impegni di lavoro diventa prima il 10 e poi l’11, venerdì. Ha fatto bello tutta settimana, ma un’ora prima di uscire dall’ufficio comincia a piovere. Cerco un taxi ma non ce sono, rimango piantato in mezzo alla strada con le mie valigie, ignorando stoicamente le gocce che mi lavano, mentre attorno a me è battaglia per accaparrarsi i pochi taxi liberi. Sarà perché sono l’unico in tutta la strada che mantiene il sangue freddo, nessuno mi sfida e quando un taxi si ferma vicino a me salgo. “All’aeroporto di Hongqiao”.



Sono all’aeroporto all 6.45. Acquisto un biglietto per il primo volo per Pechino, quello delle 9. Vado al banco dello Standby, il ragazzo mi guarda negli occhi, mi fa saltare la fila delle persone inferocite, batte due tasti e mi cambia il biglietto: “Imbarco tra cinque minuti” dice, indicandomi il gate. La gente attorno a m è incredula ma non fiata. All’immigration ho davanti una comitiva di trenta turisti cantonesi: faccio segno a quella con la bandierina, mostro il biglietto, e quella mi fa passare davanti. Un attimo dopo, un impiegato apre un nuovo sportello, accorciando ulteriormente la mia attesa.



Il volo è quasi puntuale. Sono a Pechino alle 9.45. C’è fresco, una leggera brezza. Alle 10.45 sono a casa, la mia lei mi aspetta in camicia da notte. La faccio vestire, poco dopo siamo in Guijie a mangiare ali di pollo piccanti e jiaozi alla sichuanese. Torniamo a casa a piedi godendoci il fresco, e poi mangiamo bigné di Beard Papa che ha comprato per me e stappiamo una bottiglia d’Asti spumante. Quindi facciamo l’amore, e quando abbiamo finito torniamo sul divano, a vedere una puntata d Scrubs su DVD. Ci addormentiamo tardi, sfiniti.



I miei documenti sono ancora sul tavolo, vicino alla bottiglia di vino usata per festeggiare. In tre mesi, da quando li ho richiesti, ho passato a Pechino, a casa, un terzo del mio tempo, costantemente obbligato ad andarmene per regolarizzarmi. Ma ora sono qui, e sono legale. Nessuno potrà cacciarmi da qui, almeno fino al 19 giugno del 2009.



E’ un anno difficile, ma il successo è più dolce, se si è dovuto faticare per ottenerlo.



“Giro nella notte forte che questo tempo non mi avrà


ormai il contratto è già firmato sono tutelato, sono assicurato


un dio mi ha dato l'immunità e questo tempo non mi avrà mai”


Oltre il confine, Negrita, Paradisi per Illusi (1995)




Documenti

lunedì 23 giugno 2008

Meraviglia

2006-10 - Anindo Ghosh - Colors beyond capture

Ci sono sogni in cui la nostra mente crea illusioni fantastiche, di dimensioni tali da stupirci e farci svegliare ancora sorpresi dalla visione che la nostra memoria ricorda. Sono sogni speciali, che non capitano spesso e si fissano nella memoria a lungo, espandendo o forse semplicemente portando alla luce una parte nascosta della nostra immaginazione. La scorsa notte ho avuto uno di questi splendidi sogni...




Era il primo anniversario di matrimonio mio e della mia Radha, e per festeggiarlo ero stato in grado, sorprendentemente, di convincerla ad andare in India. Avevamo prenotato una stanza in un albergo lussuosissimo, un palazzo un tempo appartenuto al raja locale, costruito sulla cima di una collina circondata da futteti e, più in là, da una valle erbosa che degradava dolcemente verso un grande fiume. Oltre la linea grigio scuro delle acque, in lontananza si potevano distinguere lontane cime himalayane, coronate di nubi plumbee dorate dai raggi del sole al tramonto. Eravamo appena arrivati alla nostra destinazione, e lo staff, due camerieri sikh in livrea e una vecchia donna in sari rosso, con una vistosa catena argentea che le collegava gli anelli all’orecchio e al naso, ci stavano mostrando la nostra camera, abbellita da un letto baldacchino istoriato in legno duro, tappezzerie in broccato rosso, zafferano e oro, cristalli, statue bronzee e dipinti a olio con cornici in stile europeo.



Guardando dalla finestra in vetro antico, ammiravo la natura selvaggia e il cielo maestoso, quando scorsi all’orizzonte, avvicinarsi a gran velocità, una nube nera come la pece, che fluttuava a poca distanza dal terreno. Troppo spessa e densa per essere una tempesta di sabbia, troppo compatta e veloce per essere semplice fumo da incendio, la scambiai dapprima per un’emanazione tossica da qualche grande complesso industriale. Allarmato, chiesi informazioni al personale che, con l’usuale aplomb indiano scossero la testa e, con sorriso enigmatico e voce tranquilla, spiegarono che si trattava di una semplice invasioni di pipistrelli giganti, fenomeno comune in quella stagione. Non c’era ragione di preoccuparsi, aggiunsero, per essere tranquilli e sicuri sarebbe bastato chiudere le finestre. Mentre i tre scuotevano graziosamente il capo e destra e sinistra, ripetendo il mantra “no problem”, scorgevo altri servitori dell’albergo uscire dall’edificio con bastoni e fucili e, ai piedi della collina, ingaggiare battaglia con l’avanguardia della nube, battendo presto in ritirata davanti alla furia di mostri neri con ali larghe quanto quelle d’un aquila e artigli proporzionati.


2008-04 - Kaziranga - divingdog5



Voltandomi dall’altro lato, vidi un gruppo d’elefanti avanzare, seguiti da un secondo gruppo di enormi rinoceronti e una vasta mandria di bufali. Tra loro, appiedati, soldati in uniforme e turbante verde, i visi scuri resi impassibili dalle folte barbe e i fucili in mano, anch’essi in marcia verso la nube di pipistrelli che, da vicino, non faceva che cambiare forma agendo quasi come un’unica creatura, incombente a pochi metri dal terreno. I colpi dei soldati non sembravano causare alcun danno all’opprimente massa.



E’ allora che vidi i primi elefanti corazzati: si trattava di elefanti domestici che, sulle spalle, portavano coperture prelevate da carri armati, e adattate a colpi di martello alla schiena delle some. Alcune di queste armature erano senz’altro riciclate da carri in disuso, mentre altre, che univano tre elfanti in una sorta di treno corazzato, sembravano create apposta per essere utilizzate allo scopo. Gli enormi cannoni si preparavano a fare fuoco sui pipistrelli nella luce drammatica del tramonto, mentre altri soldati marciavano impassibili verso il nemico, lo sguardo privo di emozioni fisso sulla nube scura.



“In India, anche l’esercito è disperatamente povero” commentò mia moglie, con sarcasmo “non hanno nemmeno i soldi per i cingoli”



Mi voltai verso la servitù, che continuava ad ostentare un quieto sorriso illuminato dagli ultimi raggi del sole dorato, come se tutto quel che avveniva fuori fosse assolutamente normale e, in fondo, non ci riguardasse.




Forse qualcuno potrebbe trovare abbondanti archetipi jungiani e significati freudiani nel mio sogno... non lo so. Quel che conta per me, è che la mia mente sia ancora capace, talvolta, di viaggi simili in terre immaginarie, esplorando i confini sconosciuti della mia coscienza.




2008-02 - Assam2 - Rita Willaert

sabato 24 maggio 2008

Addio a Casa di Giulia

Casa di Giulia

“Tanelorn aveva una strana caratteristica: attraevae accoglieva i vagabondi. Alle sue tranquille vie e alle sue basse case giungevano i disperati, gli infelici, i perseguitati, i tormentati, e lì trovavano la pace”


Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock


 


Ci son quei posti dove hai passato alcuni dei momenti più strani e intensi della tua vita, che quando ci pensi ti evocano in mente il concetto stesso di amicizia. Uno di quei posti è Casa di Giulia.


 


Casa di Giulia era particolare, nel senso che era una ex portineria: quando entravi nel portone di questo palazzo d’epoca a due passi dal Parco Ravizza, svoltavi a sinistra e, oltre una porta a vetri, c’era un’anticamera: procedendo lungo la scala c’era un portone di quelli che intimidiscono, ed è l’ufficio di qualcuno che di giorno è importante, ma che di sera quando noi facevamo bisboccia non c’era mai, e questo vi basti. A destra e sinistra c’era Casa di Giulia. A destra, la camera da letto più disordinata che io abbia mai visto e un piccolo bagno umido e con le tubature vecchie, di cui ricordo il poster di Kenshiro attaccato di fianco al cesso, il cui asse andava tenuto con le mani se no cascava a mo’ di ghigliottina sul più bello. A sinistra il salotto, le cui pareti erano completamente dipinte dall’artista di casa, Giulia appunto, una cucina minuscola con un numero spropositato di bicchieri e tazze spaiati, un soppalco su cui si montava tramite una scala di metallo ripida e traballante, e che ospitava una scrivania con un computer sempre acceso e connesso; quindi un loculo senza finestre adibito a sgabuzzino per cianfrusaglie da artista e che, anni fa, costituiva l’inquietante camera da letto di una coinquilina.


 


Ma non si descrive Casa di Giulia così: il suo aspetto materiale non è che il riflesso pallido di quello astrale, quello che esiste nei sogni e nelle memorie di noi tutti che, in questi sette anni di affitto, ci siamo ritrovati come una congrega di streghe in questo appartamento agli orari più improbabili, per lo più studenti privi di soldi per andar nei bar e sprovvisti di spazi propri. E’ anche vero che altre case c’erano e si usavano talvolta, ma nessuna si è mai avvicinata così tanto ad incarnare l’ideale bohemién come l’appartamento di Giulia. Lì ci si sentiva davvero a casa, si poteva fare tutto, ci si serviva da soli, non avevi mai timore di sporcare o mettere in disordine perché nessun altro lo faceva; non ti veniva voglia di chiedere cose strane perché non ce n’erano – c’erano acqua purificata o supertisane turboteosofiche col miele, il resto ce lo si portava. Di solito si portavano lo sigarette, se si era in sei c’erano almeno sei pacchetti sul tavolo da cui tutti si servivano, se si era in otto, almeno otto pacchetti, e via a fumare che tanto il soffitto era alto e la finestra sulla strada aperta. C’erano anche il gatto nero, più tardi due, e i serpenti e i gechi nelle teche, che obiettivamente contribuivano a rafforzare la sensazione di luogo bohemién. Insomma, per farla breve, c’era buona energia.


 


Sette anni son lunghi, e va detto che il periodo d’oro di questi anni si è avuto più o meno a metà. Poi io sono finito dall’altra parte del mondo, e anche gli altri hanno scuse simili. Giulia è cresciuta, s’è diplomata all’Accademia, ha trovato un lavoro non bohemién che le offre una vita più stabile, e adesso ha una macchina e una casa sua, luminose e ordinata, un po’ più in là verso la periferia. Quindi ieri sera ci s’è trovati per dire addio alla Casa, tristemente spoglia, anche se l’energia era la stessa. C’era qualche grande assente del gruppo originale, mancavano i gatti e il computer che oramai hanno traslocato, c’era il nuovo ragazzo di Giulia che è arrivato dopo il gruppo e non lo conosce, ma ne avrebbe potuto benissimo esser parte; c’era anche che io ho smesso di fumare e non ho potuto prtecipare alla maratona di sigarette come si faceva una volta, a malincuore. Ma grosso modo l’atmosfera era quella. S’è bevuto, s’è fumato, s’è scherzato, s’è ragionato di cose degne, e poi, per l’ultima volta in questo luogo, ci s’è salutati distribuendo gli appiedati sulle macchine disponibili.


 


Un pezzo di Storia passa, e mi sentirei quasi malinconico se il buon Rev non m’avesse esorcizzato la malinconia alla maniera degli psicologi buddhisti. Tutto passa, m’ha detto, e ora lo capisco: Casa di Giulia era un luogo dello spirito fatto di persone, un po’ come la Tavola Rotonda non era fatta di legno ma di cavalieri. Noi, il vecchio gruppone, lo zoccolo duro che rimane anche dopo il passaggio di tante comparse più o meno degne, è sempre qui a Milano. La padrona di Casa Giulia, il filosofeggiante Rev, Gas dal cuore grande, il tagliente Gene, il trascendente Gab, il malvagio Will; e poi lo zio Tony il furbacchione, l’elegante Alberto, e tutti gli altri. Fin che siam noi qui, la Casa continuerà ad esistere, in diverse forme, per noi.


 


 “Tanerlorn esisterà finché esisteranno gli uomini – disse l’eremita – Non è una città, quella che hai difeso oggi. E’ un ideale. Tanelorn è un ideale.


 E sorrise”


Per la Salvezza di Tanelorn, Micheal Moorcock


 


 


“The fellowship was a brief beginning, a fair time that cannot be forgotten; and because it will not be forgotten, that fair time may come again.”


Arthur, Excalibur