E' un mese che sono tornato a studiare… sono sempre stato insofferente alla vita da studente, e anche se il lavoro è molto più stressante, e lo studio lascia a disposizione molto tempo libero, sto cominciando a sentire un'inquietudine che si fa di settimana in settimana più forte… l'ansia di far qualcosa, di produrre. Sarà la mia cultura milanese che mi tormenta?
Non so… non è davvero questione di denaro o di utilità. Mi andrebbe bene creare qualunque cosa, purché essa porti la mia impronta. Dev'essere come quando non si fa l'amore per tanto tempo, e si diventa frustrati e irascibili. Io non esercito la mia arte, non lascio la mia impronta sul mondo, e questo mi rende nervoso, scapitante, come se la clessidra del tempo facesse scorrere in basso i suoi grani di sabbia davanti a me, per ricordarmi che questo tempo non lo sto usando come potrei…
Dovrei davvero trovarmi un'occupazione. Scrivere. Suonare. Portare avanti giochi di ruolo. Ma sono cose che già faccio, più o meno. Vorrei fare qualcosa di più grande… dedicata a un pubblico più ampio di pochi e sparuti amici. Diventare chief representative o general manager di qualche impresa italiana in Cina forse mi farebbe bene. Vorrei davvero avere in mano risorse e muoverle per creare valore, in modo creativo, s'intende, in modo elegante, con una mossa da far meraviglia e invidia. Come quando partii per la prima volta per la Cina. Quello fu un colpaccio!
Prima di partire, non ci credeva quasi nessuno, e perfino io dubitavo di me stesso. Ero un ragazzo un po' fantasioso, con una punta di stravaganza tollerabile solo perché controbilanciata da un carattere quieto e meditativo. E invece, quella mattina di gennaio, ero seduto su un aeroplano che sorvolava le distese innevate della Mongolia, diretto verso Pechino, con un paio di valigie mezze vuote e un indirizzo scritto in cinese nella tasca della giacca. Nessuno della mia famiglia o della mia cerchia d'amici era mai stato così lontano… nemmeno per turismo, e nemmeno andando all'indietro per parecchie generazioni. Fu come rompere tutti gli schemi mentali e le aspettative delle persone che mi conoscevano, come dire: io non sono più il prodotto delle vostre aspettative, plasmato dal mio ambiente e imprigionato in un personaggio stereotipato che la gente proietta su di me. Io ero fuori da tutti gli schemi, e nella confusione delle persone che avevo attorno, nulla era impossibile e tutto era concesso.
Adesso la realtà intorno a me si sta cristallizzando di nuovo, e la sento stretta, non mi ci muovo abbastanza bene. Avrei bisogno di tirare un paio di colpi a queste pareti per farmi spazio, e poter essere di nuovo ciò che desidero, una persona al di là delle fantasie di chi mi circonda. Tornare a mettere le persone in soggezione perché non sono in grado di inquadrarmi e prevedere le mie mosse, e in tal modo sfuggire a giudizi superficiali ed etichettature scomode.
Per questo voglio fare, creare, e quindi essere. Perché il nostro valore viene misurato nelle nostre azioni, e anche se il pensiero e la volontà possono costruire splendidi mondi immaginari, sono le cose che facciamo a renderci parte del mondo in cui viviamo, e definiscono il nostro ruolo in esso. E' con le azioni che compriamo la nostra libertà, ed è influenzando il mondo attorno a noi che cambiamo noi stessi in modo permanente e stabile.
Non si possono abitare per sempre i mondi creati dai nostri sogni, e nascondersi nella loro tranquillità artificiale… prima o poi bisogna cercare di scolpire le loro forme nel mondo reale, per renderlo un posto migliore, e proclamare ai quattro venti: ecco, io sono ciò che io voglio, e lo sono perché lo faccio.
E a me oggi sembra di avere un martello troppo pesante e uno scalpello spuntato…
"Perché il nostro valore viene misurato nelle nostre azioni"...
RispondiEliminaNe sei sicuro? Perchè io ho vissuto una vita in funzione di questo assioma, e quello che ti lascia è solo un vuoto incolmabile, quando ti accorgi che non è assolutamente vero.
Ma sono punti di vista, e poi tu sei molto più trasceso di me (essendo io solo una femminista cinica, no?) quindi chi sono io per aver già capito che una tua idea non funzione "in the real world"?
un abbraccio, Giu.