Ieri sera ho avuto la cena più economica della mia vita. Mi sono seduto, sono stato servito, ho mangiato un piatto completo, ho bevuto, e mi sono alzato sazio. In tutto, 3 kuai, l’equivalente di 30 centesimi di euro.
Questa è la dimostrazione che esiste un’economia sostenibile fatta di piccoli piaceri e allegria, senza il bisogno di marketing o mode.
Il ristorante dove sono stato si trova nella via di casa mia. La sala da pranzo, priva di porte, dà direttamente sulla strada dove il cuoco, un cinese grasso, pelato, abbronzato e con i baffi, cucina in totale trasparenza, riposando un poco nei momenti di calma, e alzandosi all’entrata di un cliente. Sulla strada ci sono tavolini da campeggio per chi vuole cenare all’aperto, il pentolone del brodo, e un aiuto cuoco che spolpa uno stinco di manzo preparando pezzi di carne per la zuppa. Che per la cronaca è buona, buona da morire. Sarà che più sono sporchi, più sono buoni – e comunque non sono sicuro siano più sporchi di una qualunque cucina di McDonald o KFC – ma il mio piatto di Lanzhou Niurou Lamian, Spaghetti con manzo di Lanzhou, erano divini. Brodo di verdure fantastico, con pezzi di carne di manzo e spaghetti di farina di grano fatti al momento, davanti ai miei occhi, e cotti in un attimo nel calderone sulla strada.
Intorno a me, un nugolo di cinesi che succhiano rumorosamente i loro spaghetti. Accanto a me, il cuoco che mi fissa, sorridendo. Un po’ è incuriosito, un po’ è orgoglioso del fatto che un occidentale venga a mangiare la sua cucina e l’apprezzi. Forse si sente come un cuoco di un grande hotel a 5 stelle per stranieri.
Il suo nome non lo so, ma so che è arrivato dopo di me a Shanghai, circa un mese fa, dal Gansu, una provincia sperduta nell’Ovest, ai margini del Gobi e della steppa. Non è nemmeno cinese, come non lo sono i camerieri e gli altri cuochi: sono Hui, “Muslim”, scandiscono orgogliosi. Di fatto sono uguali ai cinesi, ma loro dichiarano di essere discendenti dei mercanti persiani che, venuti lungo la via della seta migliaia d’anni fa, hanno portato l’Islam in Cina. Sulla parete dietro a me, fa bella mostra di sé un ventaglio enorme in legno e tessuto rosso con un versetto coranico in oro, in arabo.
Mi chiedono di dove sia:
“Italiano”.
“E… a quale minoranza etnica appartieni?”
“Gli italiani”
Scuotono la testa confusi, e riformulano la domanda.
“Sono un italiano, uno straniero. Vengo da fuori la Cina, da un paese chiamato Italia molto ad Occidente”
“Abbiamo capito che sei straniero, ma se non sei cinese, devi appartenere a qualche minoranza. Noi siamo Hui, tu cosa sei?”
“Italiano. L’Italia è molto lontana, 15 ore d’aereo”
Il cuoco è venuto dal Gansu in treno, e di ore ce ne ha messe 24 per raggiungere Shanghai. L’Italia non gli sembra tanto lontana.
“Ci sono musulmani in Italia?”
“Tantissimi” gli rispondo, e li vedo contenti. Basta poco.
Sperduto nella periferia del mondo, straniero in casa di stranieri persino nel loro Paese, mi sento felice. Penso alle luci al neon, alle vetrate immobili, alla gente priva di pensieri che mangia e che lavora nei fast food che ormai stanno ricoprendo il pianeta, al cibo scadente, ai prezzi gonfiati da packaging, gadgets e marketing non richiesti, alla standardizzazione dei gusti e delle abitudini, e alla sensazione di solitudine e imbarazzo che permea quei luoghi dove nessuno ha mai conosciuto nessuno.
Io sono qui, e con 3 kuai ho cenato come raramento ho fatto in posti più ricchi e invidiati.
In culo a McDonald. Un altro mondo è possibile, ed è un mondo più umano. Io ne faccio parte.
Quest'ultima "canzone" mi ha davvero fatto sorridere. C'è speranza.
RispondiEliminaGrazie
Kià
Io invece sono alieno a tutti i mondi... e desidero la morte di tutti i mondi... un giorno sarò un vento nero nell'Abisso, sarò libero... mai più schiavitù planetaria!
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