mercoledì 5 ottobre 2022

Zephyr


You're my zephyr

a warm, gentle breeze

blowing away the musty clouds

obfuscating my head and soul

clearing my sky and turning it

into the deepest shade 

of sapphire blue


I look up and think

Today is a beautiful day


giovedì 22 settembre 2022

Watching the clouds


Watching the clouds sail by above us,

carried by the early Autumn wind

I listened to the sound of of silence.


As I spoke, my own heavy words echoed dim,

like the cars nine floors below us.


Black, leaden truths hiding in my heart for too long

were suddenly gone, blown away by a chill breeze,

dissolved in the rays of the midday Sun.

 

Unspoken secrets are now broken,

the dank tomb has been unsealed to let the day within,

and the ring of happy laughter.

 

I am not alone, because you were there with me.


Milan, 21 September 2022

lunedì 29 luglio 2019

Struggimento


“Actual happiness always looks pretty squalid in comparison with the overcompensations for misery. And, of course, stability isn't nearly so spectacular as instability. And being contented has none of the glamour of a good fight against misfortune, none of the picturesqueness of a struggle with temptation, or a fatal overthrow by passion or doubt. Happiness is never grand.”
Aldous Huxley, Brave New World

Tre donne ho amato veramente nella mia vita. La prima è l’amore idealizzato, desiderato più di ogni altra cosa e mai veramente consumato. La seconda è l’amore della giovinezza, consumato con la leggerezza d’animo che solo la giovane età concede. La terza è l’amore della maturità, l’amore realizzato: la casa, i figli, la concretezza e completezza di una relazione piena e consapevole.

Le amo ancora tutte e tre, naturalmente. Per sempre. O forse non amo loro, ma quello che hanno rappresentato per me. Tre donne che generano sentimenti diversi, ma sempre forti.

Per necessità, due di loro le tengo a distanza - più d’una attorno a me complicherebbe troppo la mia vita, la mia vita realizzata, completa, felice. Ho tutto, tutto quello che volevo. Non la perfezione, quella non è di questo mondo, ma una ragionevole felicità, quello che potevo sperare e forse anche un po’ di più.

Poi però a volte incontro una delle altre due, e allora è come quando il sole scompare, coperto da nuvole cupe, e il vento si alza. Fulmini illuminano l’orizzonte, e mi spaventano, minacciando il mio equilibrio, attentando alla mia felicità. L’elettricità mi rizza i peli del collo e delle braccia, e il cuore trema.

In quei momenti, e solo in quei momenti, mi sento veramente vivo. E quando passano, rimane lo struggimento, il desiderio per qualcosa che non si può avere, o si ha paura di avere. Doloroso eppure dolce, effimero ma affascinante come l’arcobaleno dopo una tempesta.

Abbiamo tutti fatto una scelta, prima o poi nella vita. Qualcuno non tornerebbe indietro, altri sì, ma il dubbio rimane sempre: se avessi scelto diversamente?

Ogni scelta importante, giusta o sbagliata, è un peso, una pietra sul cuore. Apre una strada e ne chiude un’altra. La sensazione di poter tornare indietro al bivio, o al crocicchio, e poter scegliere di nuovo, anche sbagliando, non è forse qualcosa di meraviglioso?

La domanda mi tormenta, e non mi voglio dare una risposta per non perdere questa sensazione, questo struggimento. Voglio rimanere ancora un po’ perduto nei miei sogni e nelle mie fantasie.

sabato 6 giugno 2015

Sei Ore

malasanità

C'era una donna con un libro. Assorta, immersa nella sua lettura, come avulsa da tutta l'umanità che le stava attorno. Come immune alla passione dell'attesa.
C'era un ragazzo nero, alto almeno un metro e novantacinque. Bello, pelle nera come l'ebano, fisico atletico, vestiti da hipster e cuffie supersize bianche, aggiustate con lo stotch. Aveva un occhio che continuava a strizzare. Parlava con un minucolo cellulare, bianco, in una lingua sconosciuta.
C'era una signora bassa e grassa. Era venuta il giorno prima perché le avevano ricoverato il marito. Ora accompagnava il figlio diciassettene che era caduto dalla moto. Soffriva di vene varicose e i piedi sembravano due palloni. Non smetteva un secondo di parlare, con chiunque avesse di fianco. "Questi sono i numeri di padre Pio" aveva detto, mostrando il biglietto della coda. 0685. 1968, l'anno in cui è morto. 5, il mese in cui è nato.
C'era Mohammed Samir Sotokes. Leggero accento straniero, ma non riconoscibile. Fascino da vendere, nonostante i suoi cinquant'anni passati. Occhi sottili e naso acuminato come Lee van Cleef. Capello lungo grigio, raccolto in una coda di cavallo, e pelle abbronzata. Mohammed Samir perché la madre era egiziana. Sotokes perché in Egitto sui documenti non riuscivano a scrivere Sophokles, il cognome del padre greco. Aveva il mal di schiena e non riusciva a dormire. Non poteva permettersi di fare delle radiografie in urgenza privatamente.
C'erano due zingari. Uno era ubriaco marcio, e gli sanguinava la testa bendata con una garza di fortuna. Parlava con la voce autoritaria del capo, ma parlava solo zingaro. L'altro, il traduttore, era un mendicante storpio. Una gamba era normale, l'altra si piegava al contrario, come quella di un satiro. Basso, scuro, peloso, occhi spaventati. Diceva che il suo compare aveva bevuto ed era caduto. E che non voleva fare la TAC alla testa. Poi l'hanno convinto a farla. Era a dorso nudo, sul lettino, sudato e mezzo ubriaco, le braccia coperte da tatuaggi artigianali, la testa fasciata, ma lo sguardo di sfida del nomade non si piegava. Lo storpio invece si guardava attorno, le pupille nere come il carbone attratte ogni attimo dal bracciale d'oro di una signora che, nervosamente, lo faceva passare tra le mani.
C'era una bella signora, vestiti eleganti, tacchi alti, l'età completamente mascherata dalla chirurgia plastica. Solo la pelle rivelava che doveva aver sorpassato i cinquanta. Suo padre era caduto in casa. Un signore elegante, alto e magro, parlava solo dialetto napoletano ma del tipo nobile. Nessuno gli teneva testa, e anche la figlia doveva tenersi a distanza per evitare le sue lamentele sul servizio.
C'era una donna in carrozzina. Era così magra che si riconosceva la forma del teschio nelle sue fattezze: gli zigomi, il mento, le arcate sopraccigliari. Era con due poliziotti, che non trovavano nessuno a cui lasciarla. Ma serviva una persona responsabile. La donna non voleva dare nessun numero di congiunti. Le avrei dato settant'anni, prima che acconsentisse a dare alla poliziotta il numero della madre, a patto che non la facessero venire. Voleva bere, ma non dal bicchiere che le avevano offerto; voleva una bottiglia d'acqua, ma non fredda come quella che le avevano portato. La poliziotta rimase al telefono con la madre mezz'ora. Nel frattempo la donna fu portata in psichiatria. Lo sguardo della poliziotta era di sollievo.
C'era una donna dalla pelle scura su una barella. Era svenuta, e aveva lividi e tagli sul viso. Al fianco la vegliava il marito. Poteva essere pachistano, o bengalese. Pregava, in silenzio, tenendole la mano, nei suoi occhi la paura.
C'erano due signori anziani, uno col bastone e i baffi, l'altro con il fiato che mancava. Avevano passato gli ottanta entrambi, erano vestiti in modo semplice ma dignitoso. Niente mogli, niente figli con loro. L'infermiere gli aveva detto che il tempo previsto d'attesa per essere visitati da un medico era di quattro ore e mezza.

Io ero lì da oltre quattro ore e mezza. Mi vergognavo quasi di essermi presentato per un lieve disturbo che, tuttavia, mi preoccupava. Il medico mi aveva rassicurato, l'infermiera aveva scherzato con me.

Mentre camminavo fuori dal pronto soccorso, all'una meno un quarto di notte, l'aria fresca di inizio giugno mi accarezzava la pelle facendomi rabbrividire. Quand'ero uscito di casa il sole era alto. Da allora non avevo mangiato. Non avevo bevuto. E come me, gran parte della gente in quelle stanze.

E non riuscivo a smettere di pensare, smettere di sentire, che esisteva un'Umanità unica, di cento età e colori, accomunata semplicemente dalla propria condizione. La caducità. E ognuno, tutti quelli che avevo visto e sentito quella sera di giugno, tutti quelli che avevo mai incontrato in tutta la mia vita, ne facevano parte. Me compreso.

martedì 1 gennaio 2013

L'Anno della Compassione

Day 68 :: touch

L'Anno della Bellezza Esteriore è finito, e non è stato un cattivo anno. Un anno intenso di lavoro e di nuove esperienze, in cui ho realizzato parecchi dei miei obiettivi yogici, tipo che ora ho dei capelli lunghi e presentabili, mi vesto più decentemente, mi prendo più cura di me stesso senza uno sforzo particolare, e soprattutto la dieta sta funzionando. In estate ho perso parecchio peso e questo, oltre a migliorare la mia immagine, mi ha fatto sentire meglio anche a livello di salute: più energetico, meno incline alla melancolia. L'autunno e poi l'inverno hanno in parte annullato i miei sforzi, ma continuo a mantenere una certa disciplina e una forma fisica migliore di quella dell'anno scorso. Cosa più importante di tutte, ho esplorato nuovi limiti del mio corpo fisico, e in questo l'hatha yoga mi ha dato una bella mano.

Ora l'anno è finito, e guardo al 2013 con aspettativa: cosa porterà? Che anno sarà questo? La decisione è stata presa pochi giorni fa. Determinanti sono stati alcuni fattori: anzitutto il mio lavoro, che mi permette di viaggiare e incontrare persone sempre diverse per età, esperienze, luogo, razza, religione. Ciascuno di loro ha sempre qualcosa da rivelarmi, nel bene e nel male, su come vivere la vita.
Nelle ultime settimane mia nonna ha cominciato a stare male: mentre il suo fisico di 95enne non sembra soffrire il tempo che passa, la sua mente è assente e non elabora più le percezioni del corpo: non riconosce le persone, non ha più cognizione del tempo, e in generale è in preda alla confusione di un cervello che non funziona più come dovrebbe. Quel che mi ha toccato di quest'evento non è affatto mia nonna: il suo tempo è arrivato e si prepara ad attraversare la soglia. Piuttosto sono i miei familiari che la assistono, e le loro reazioni, che hanno stimolato la mia curiosità: ciascuno a suo modo vive il dolore di una morte prossima, chi immergendocisi chi ignorandolo, e lo stress di prendersi cura di una persona che non è più sé stessa, ma verso cui si porta un amore viscerale che solo la prossimità di sangue permette.
Un terzo elemento di riflessione è stato il Krsnas celebrato pochi giorni fa: un bagno di folla inusuale, che ha impedito i tradizionali discorsi sulla trascendenza ma, a modo suo, ha portato comunque effetti trascendenti ai partecipanti facendo emergere in ciascuno di loro elementi di personalità a me sconosciuti, e forse sconosciuti anche agli altri. Mi è capitato di scoprire che non conoscevo così bene i miei amici più stretti – o meglio – non comprendevo così bene la loro evoluzione recente.

Queste esperienze stanno facendo sorgere in me uno strano desiderio di umanità, strano perché il mio carattere sino ad oggi ha sempre teso alla solitudine dell'eremita. Questo desiderio è stato rafforzato dall'esempio e dagli scritti del cardinal Martini, recentemente scomparso: leggendo le sue lettere pastorali, in questi giorni, scopro nuove dimensioni della spiritualità, comprendo all'improvviso che la Divinità non si trova solo nella solitudine del Deserto, ma anche nella confusione di Babilionia, esplorando la meraviglia dell'essere umano e della sua complessità, dell'unicità di ciascuno di noi, in varie dimensioni, così tante che nessuno può comprenderle tutte. Davvero in noi c'è una scintilla divina che trascende i limiti della nostra mente mortale.


Burst of Red

Vorrei che il 2013 fosse l'Anno della Compassione, un anno dedicato a comprendere gli altri, l'umanità, e imparare indirettamente dai loro successi e dai loro fallimenti. Una comprensione che non guarda tanto ai gesti esteriori e superficiali ma punta allo spirito, alla parte più profonda e sacra dell'uomo, quella parte che è buona perché l'errore del male viene dopo, ed è nella conseguenza della volontà, e non nel desiderio originale. Un buttarsi del mondo dopo un periodo di relativo isolamento spirituale, per cercare anche di mettere alla prova me stesso e cercare di non perdermi nel vortice della vita mondana, nella confusione di mille menti perdute che cercano la loro strada. Non sarà un Anno semplice, ma le sfide complesse sono anche quelle più stimolanti, e io mi sento pronto. Auguratemi buona fortuna, come io la auguro a voi!

Cyclone Day - Chennai Marina Beach

sabato 1 settembre 2012

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini.

Anzi, Carlo Maria Martini.

E Carlo Maria Martini.

E anche Carlo Maria Martini. Non potrei scrivere di meglio.

Sono stato a guardarlo, stasera. Un guscio vuoto, addormentato, sotto la cupola del Duomo di Milano. La sua morte, il suo trionfo. Fuori, la prima pioggia da 3 mesi a questa parte, l'annuncio della fine dell'estate.

Oggi il cardinale mi ha dimostrato che tutti possiamo essere grandi, nel nostro piccolo, e cambiare il mondo. Anche un uomo onesto nelle azioni e ancora prima nel pensiero, un uomo d'azione e di fede e di filosofia, ma soprattutto di cuore. Mi ha mostrato che i buoni alle volte vincono, anche nel tempo in cui viviamo oggi.

Una lezione impagabile ad impegnarsi e ad avere Fede. Grazie, cardinale, grazie.

sabato 10 marzo 2012

domenica 26 febbraio 2012

Bonjour


I bimbi e le campane 
gente con il cane 
grazie a Dio è domenica 
bello il mondo e bella tu 
bonjour (bonjour) 
sveglia amore è tardi e il cielo è blu 
bonjour 
e l’inferno dell’inverno non c’è più 
bonjour…bonjour 

hey hey hey… bonjour 

potremmo andare al mare 
o al parco a camminare 
uno spritz e due caffè per noi 
stare abbracciato a te 
bonjour (bonjour) 
sveglia amore è festa e il cielo è blu 
bonjour 
 e l’inferno dell’inverno non cè più 
bonjour…bonjour 

hey hey hey 

sveglia amore è festa e il cielo è blu 
quanta gente in festa dai scendiamo giù 
bonjour… bonjour 

hey hey hey bonjour
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Bonjour - Dannato Vivere (Negrita 2011)

domenica 22 gennaio 2012

L'Anno della Bellezza Esteriore


"Maledetta la carne che dipende dall'anima. E maledetta l'anima che dipende dalla carne".
Gesù Cristo, Il Vangelo di Tommaso

Un altro anno è passato. Un altro anno di difficoltà, di lotta, di resistenza a quelle che Amleto 'chiamava i colpi e le frecce della fortuna ostile'. Com'è andata la trascendenza di Krsna ormai Rama? Non è facile stare dietro alla cura dell'anima quando le necessità della vita materiale e i problemi familiari incombono. Disoccupazione ormai cronica, depressione della mia Sita per la scomparsa prematura della madre, presenza ingombrante per due mesi e mezzo del suocero, esclusivamente sinoparlante e pure lui in lutto, in casa. Sfighe a non finire, direbbero alcuni. Chi ha tempo di trascendere con questi problemi?
Eppure forse ha ragione chi sostiene che le difficoltà temprano: il corpo, la mente e l'anima. Perché l'anno che è passato, l'Anno dello Yoga in tutto, ha portato dei fiori e dei frutti inaspettati: grazie alla pratica dei principi yogici ho infatti realizzato una pazienza e una capacità di concentrazione che non avevo mai avuto. Ho cominciato numerosi progetti e a distanza di tempo li proseguo tutti, con passione e disciplina. Il più importante di essi è il mio libro, un romanzo storico, che è già al dodicesimo capitolo e quasi a metà del suo completamento. Ho continuato a fare hathayoga, secondo le possibilità di tempo: mi sono preso varie pause, ma sono dell'idea che le pause siano necessarie in tutto: la passione va coltivata, mai forzata.
Tra le altre cose, ho trovato lavoro. Ne ho trovati parecchi, per la verità, impieghi che non avrei mai nemmeno considerato prima di quest'anno; e li ho svolti con curiosità e interesse, sperimentandoli e abborbendo le esperienze come una spugna, prima di licenziarmi e cambiare, non appena si presentava qualcosa di più utile alla mia carriera. Ho venduto assicurazioni, per Giove. Ho venduto calcestruzzi. Calcestruzzi, cemento, asfalto! Il peggior lavoro che potessi immaginare appena laureato, quando mi dicevo: “Io non lavorerò mai in un'azienda che fa cementi”. E sapete cosa? Non è stato poi così male: l'ho preso come yoga, karmayoga. Esperienza, vita.

“[...] now I saw as clearly as in a picture what an illusion my former personality had been. The few capacities and pursuits in which I had happened to be strong had occupied all my attention, and I had painted a picture of myself as a person who was in fact nothing more than a most refined and educated specialist in poetry, music and philosophy; and as such I had lived, leaving all the rest of me to be a chaos of potentialities, instincts and impulses" Herman Hesse, Steppenwolf

Oggi invece vendo colori. Matite, pestelli, pennarelli, tempere. Arte, creatività. Ad aspettare e cavalcare l'onda karmica, nel bene e nel male, la ruota prima o poi gira, e dopo il sotto viene il sopra. Ci vuole pazienza, e tanto yoga. Grazie al nuovo lavoro la mia Sita sta meglio: non è più il solo reddito in famiglia, e sente meno ansia. E io, novello cittadino e lavoratore attivo, riesco a coltivare ancora le vecchie passioni e a praticarne di nuove, grazie appunto al reddito che entra mensilmente sul conto corrente: la scrittura, la lettura, la cucina, il gioco di ruolo, la fotografia, l'hathayoga; e i viaggi, l'acquerello, i ristoranti e i bar, l'abbigliamento. La mia vita sociale è migliorata: frequento più persone, con atteggiamento diverso, e soprattutto ne conosco spesso di nuove. Frequento nuovi posti, ambienti diversi, esperienze nuove. Insomma, un bel successo l'Anno dello Yoga in tutto, alla faccia delle sfighe.


Le difficoltà del 2011 e dei tre anni precedenti hanno però lasciato il loro segno sul mio corpo. Appaio più vecchio, più stanco, appesantito. Grasso, soprattutto, sul ventre, sul viso. Sono per la verità più forte di prima, più agile e snodato, ma quando mi guardo allo specchio non ce n'è: non mi piaccio. Per uno che per anni ha cercato la bellezza in ogni cosa, trovarsi brutto è una catastrofe cui occorre porre rimedio. Non si può trovare la bellezza senza portarla con sé: nel 2012 bisognerà ricominciare a prendersi cura di sé, ristrutturarsi, cambiare dopo tutto il tempo in cui il corpo è stata trascurato a favore degli altri aspetti della mia identità. Voglio essere più magro, più tonico, più asciutto e atletico. Più elegante, più armonioso nei movimenti. Voglio ricominciare a vestirmi con coscienza, scegliendo secondo il gusto e non solo la comodità. Voglio, in una parola, rimepirmi nuovamente di bellezza e rifletterla nelle cose mie e in quelle che mi trovo attorno. Essere circondato da bellezza, in tutto, non solo in un aspetto. Il 2012 sarà l'Anno della Bellezza Esteriore. Via, che si inizia un nuovo cambiamento!

"Though we travel the world over to find the beautiful, we must carry it with us or we find it not."
Ralph Waldo Emerson

giovedì 1 settembre 2011

Borderlands


Lake Orestias
 



Nell’agosto del 2010 ero in Grecia settentrionale, in quella parte della penisola più vicina al mondo slavo e turco, fatta di montagne e valli isolate attraverso cui, nel corso dei millenni, talvolta è passata la Storia, e poi non si è fatta più vedere per secoli, lasciando come eredità un’atmosfera da luoghi dello spirito, da dipinto romantico, da limbo sospeso in eterno ricordo e meditazione.
 
Uno di questi luoghi è Kastoria. Non so, o non ricordo, perché ci siamo passati. Forse era semplicemente sulla mappa. Arrivarci non è stato facile: la strada ferrata all’alba del XXI° secolo non è ancora arrivata nel Nordovest greco, sulle montagne dell’Epiro e della Macedonia, e ci è toccato cambiare tre diversi autobus, arrancanti su stradine di montagna tutte curve e strapiombi. Kastoria è una città su un lago vulcanico: un vecchio cratere spento s’è riempito d’acqua, diventando un vasto stagno dove gli uccelli migratori si fermano in estate, e lasciando al suo centro un piccolo cono a emergere dalle acque, coperto di vegetazione boscosa. A unire il bosco al centro del lago con le sponde c’è una lingua di terra, su cui è sorta Kastoria. Il nome viene dai castori, allevati qui sin dall’antichità per le loro pellicce, e le famiglie mercantili locali hanno creato fortune trasportando questi beni di lusso, a dorso di mulo, verso i mercati più ricchi, sulle coste del mare. Le famiglie più facoltose hanno costruito grandi dimore, gareggiando tra loro per quella più sfarzosa ed elegante, ed ogni dimora è stata dotata di una cappella dedicata al nume tutelare della famiglia.
 
Poi, all’inizio del ‘900, la concorrenza ha affossato l’oro di Kastoria, e con le leggi restrittive della caccia la città è fallita. Gran parte delle famiglie mercantili se ne sono andate, e la città si è addormentata. Oggi rimangono, a memoria del passato, decine di splendide magioni in ogni stile architettonico, dalle case tradizionali con travi di legno a vista a ville art déco, troppo belle, troppo grandi, quasi sempre vuote, abbandonate, con i vetri rotti, i pavimenti sfondati, i giardini inselvatichiti. E le cappelle, alcune di esse medievali, bizantine, con i loro affreschi e le loro icone a sfondo dorato, a rappresentare un’ideale di immutabile eternità, una sfida contro il tempo e la sua tirannia.
 
Il B&B dove stiamo a Kastoria costa poco, pochissimo. Forse anche per questo ci siamo passati. Non ci aspettiamo granché, e invece alla fine di una stradina che scende tra vecchie case e alti pini, troviamo una villetta in stile liberty, splendidamente tenuta. I proprietari, Georgios e Xenia, gestiscono uno dei B&B più puliti, piacevoli e caratteristici che si siano mai visti. La casa l’hanno costruita i nonni di Georgios, lui di Kastoria, lei della costa orientale dell’Egeo, dall’altra parte della Grecia; come tante altre, la sua famiglia era stata vittima delle deportazioni di massa del XX° secolo, ed era stata trasferita dalle spiagge dell’antica Asia minore alle montagne della Macedonia. Poi la crisi, e la disoccupazione a Kastoria. E poi il fallimento dello Stato greco. Georgios e Xenia hanno deciso di trasformare la vecchia casa, troppo grande per loro e per il loro unico figlio, in albergo, e lo hanno fatto con la passione che solo chi ama il proprio lavoro ha.
 
Georgios non ce l’ha con i turchi, come gran parte dei suoi compatrioti; è laureato a Didimoticho e gran parte dei suoi compagni di studi erano turchi di nazionalità greca. E’ anzi sorprendentemente cosmopolita, e il suo odio casomai lo dirige verso le banche che hanno strangolato il suo Paese e la classe politica che lo ha permesso. Georgios e Xenia hanno invece molti amici laureati in Italia, e due di questi hanno un ristorante sul lungolago. Il locale si chiama Peran, come il quartiere degli stranieri di Istanbul, ed offre appunto cucina greca costantinopolitana. Lo chef e la manager hanno vissuto e studiato a Pisa e parlano un eccellente italiano; il cibo è divino, raffinato, da ristorante stellato. Non spendiamo mai più di 15 euro a testa. Il costo della vita, spiegano, qui è basso.
 
Partiti da Kastoria attraversiamo le valli della Macedonia che si allargano sino ad aprirsi nella piana di Salonicco, presso il mare, ma quel luogo tra i monti ci resta a lungo nel cuore. Tornati a Milano, trovo su Facebook una richiesta d’amicizia da parte di Georgios, con cui rimango in contatto a tutt’oggi. E’ grazie a lui e a sua moglie, a Youtube e ai loro Wall che scopro la musica contemporanea greca. Uno di questi nuovi gruppi folk mi colpisce, lo ascolto e riascolto. Poi, un anno dopo, con l’estate alle porte, mi rendo conto di quanto mi manchi la Grecia, e ordino via posta l’ultimo CD di quel gruppo.
 
E questo, insomma, è il modo in cui ho scoperto i Burgundy Grapes.

 



martedì 11 gennaio 2011

L'Anno in cui Tutto è Yoga

Walking Meditation



Il 2010 è stato l'Anno del Ritorno in Patria: il 1° aprile ho abbandonato la Cina, dopo 5 anni, e sono rientrato a Milano con moglie e averi. Sono tornato alle origini come volevo, ho una casa, ma purtroppo a gennaio 2011 sono ancora senza un lavoro: la crisi perdura e l'Italia invece di reagire, come suo solito, guarda e aspetta tempi migliori. Problemi economici per noi non ce ne sono, grazie al Cielo: io e mia moglie in questi mesi abbiamo imparato a vivere con più semplicità e ad apprezzare maggiormente le piccole cose; tuttavia un lavoro più o meno stabile è un requisito necessario ad essere un membro a pieno titolo di una società, a vivere il proprio tempo e non emarginarsi. Da questo punto di vista il successo del mio mettere radici è stato dimezzato – 8 mesi e non si è ancora indipendenti e inseriti.


In ogni caso il bilancio, se non perfetto, è comunque positivo: a Milano siamo e staremo, la sentiamo ormai come la nostra casa, e abbiamo rifiutato diverse opportunità di lavoro per Pechino, Shanghai, Hongkong, Roma. Non abbiamo intenzione di muoverci di qui, per ora. Le radici hanno attecchito bene.


 


A Milano ho riallacciato i rapporti con i vecchi amici che mi mancavano, e dopo un periodo iniziale dedicato a cercare di ricreare i bei tempi andati, ho anche metabolizzato il cambiamento avvenuto nelle persone e nelle relazioni durante la mia assenza, e ora sto rivalutando molta gente, con un occhio al futuro e non più a un passato che ormai non tornerà com'era.


 


Un effetto collaterale del mettere radici è stato da un lato un nuovo interesse per la mia Storia, quella del luogo in cui vivo e quella della mia famiglia. Ho così scoperto cose molto interessanti e acquisito una prospettiva nuova e più ampia su me stesso e la mia casa; dall'altro lato il mio amore per l'Asia si è un poco affievolito: inizialmente è stata un'insofferenza verso i cinesi, che me ne hanno combinate di ogni, ma poi un rifiuto di un'Asia idealizzata è cresciuto dentro di me, e ha avviato una riflessione non ancora conclusa sull'Oriente. In ogni caso il progetto del Grande Viaggio, quello prospettato già due anni fa e sempre rimandato, è naufragato: boicottato da mia moglie, dai miei genitori, dall'ambiente in cui vivo, e disertato anche dagli amici. Questo è il più grande dei miei rimpianti, l'unico forse, una cosa che avrei dovuto fare assolutamente nella mia vita ma non farò mai. Ci sono state scelte da fare, e io le ho fatte: cercherò come sempre di non guardare troppo al passato e portare avanti le mie decisioni con coerenza.


Quanto al grande rimpianto della mia adolescenza, il mio demone che ho dovuto affrontare al mio ritorno, la mia Daphne, è superato. In qualche modo l'ho affrontato: potevo affrontarlo meglio, ma sinceramente mi aspettavo molto peggio. Ho finalmente compreso che la sua assenza mi ha reso ciò che sono, e che se lei avesse detto anche solo una volta sì, oggi sarei una persona più sicura di sé stessa, ma anche meno sensibile, compassionevole, profonda, forte. Tutta la mia arte è nata da quel rifiuto, e quel rifiuto devo benedire a riprova che i fallimenti insegnano più delle vittorie.


 


Cosa mi aspetto dall'anno nuovo, a parte un lavoro, condizione materiale necessaria a crescere nella direzione che voglio? A un livello più spirituale, due eventi sono stati determinanti nel comprenderlo.


 


Il primo evento è accaduto poco prima di Natale, il 22 dicembre, quando ho avuto la fortuna di essere solo a lezione di yoga con il mio maestro, e invece di fare una normale lezione, ho deciso di porre una domanda: “Qual'è lo scopo dello yoga?”. Era più una curiosità che altro. Avrebbe potuto rispondere “Lo yoga è un tipo di ginnastica indiana il cui scopo è la tonificazione e il rilassamento del corpo”, e io sarei stato soddisfatto, il che la dice lunga sul mio livello di trascendenza ultimamente. E invece no, invece il maestro, che ho eletto seduta stante a mio guru, ha fatto un sospiro, ha detto “Non c'è una risposta unica... ” e poi ha speso l'ora seguente a farmi una panoramica comparata le varie scuole mistico-filosofiche di origine indiana, soffermandosi specialmente sui punti in cui tutte quante concordano e sui concetti fondamentali condivisi, il tutto in modo chiaro, lineare e semplice. Erano per lo più cose che già avevo letto o sentito, oppure che avevo intuito da me, cose che sapevo ma in modo confuso o parziale, o semplicemente che avevo dimenticato; però tutte queste cose insieme non le avevo sentite mai, mai ordinate in un sistema logico, mai spiegate e definite in maniera netta e chiara, mai “ripulite” dalla massa di tradizioni religiose da cui sono nate e che si portano dietro come bagaglio aggiuntivo ma non necessario. Per me è stato come guardare un disegno astratto complesso e improvvisamente capirlo, vedere quel che nasconde, quel che significa, in modo evidente e trasparente. E' stato un po' come aver unito i puntini di un disegno e capito il loro ordine. Un'ora dopo la mia domanda, l'universo era un luogo più ampio, logico e interessante di quanto immaginassi.


 


Il secondo evento è stato un paio di giorni fa, lo scoprire che tra i miei avi figura un tale Pietro Pisani, padre della nonna paterna di mia nonna paterna, quella che un bel giorno, a 98 anni e dopo 12 che pregava per la “grazia della morte”, nello scoprire che era sana come un pesce ha deciso di far da sé e dopo un mese di digiuno passato per lo più in preghiera e contemplazione, ha reso l'anima con lucidissima serenità. Pietro era detto el Magh o el Midigòn, ed era un guaritore, uno che curava le persone, anche a distanza alle volte, con pratiche che avevano più a che fare con quella che la gente definisce magia che con la moderna scienza medica. Ancora oggi nei pressi di Confienza sorge un'edicola da lui dedicata al beato Pacifico, dove chiedeva alla gente di fare libere offerte, perché lui non riceveva nessun compenso diretto per i suoi aiuti: infatti Pietro non era guaritore di professione, lui faceva il mugnaio. Non aveva studiato, non faceva parte di congreghe o associazioni, non era nemmeno in buoni rapporti col parroco del Paese, che vedeva la sua magia con sospetto. Pietro faceva il mugnaio e basta, e fare il mugnaio era quello che gli interessava; il midigòn era un'attività collaterale, fatta forse più per aiutare la gente che veniva a chiedere aiuto che per trarne qualcosa; era infatti persona burbera e sgarbata, come tutti i guaritori di quell'epoca, quasi gli scocciasse dover occuparsi di certe faccende. A lui interessava più fare il mugnaio.


 


Al termine della lezione di yoga, il mio guru mi ha fatto camminare con lui da un lato all'altro della stanza. Ci abbiamo messo una decina buona di minuti, passo dopo passo, mettendo attenzione in ogni minimo movimento del nostro corpo. “Non importa ciò che fai” mi ha detto “ma come lo fai, l'amore e la concentrazione che ci metti fa la differenza”.


 


Alla vigilia di Natale ho fatto il bollito. Ho scelto con gran cura la carne da metterci: polpa di manzo dalla cascina dei parenti di campagna, spalla di maiale dell'Esselunga, grugno di maiale del macellaio cinese di China Town, zampa di bovino del macellaio musulmano di piazza Tirana, coscia e ala di pollo del Bontà Più in via Lorenteggio. La preparazione del bollito è un rito. Prima di buttano nell'acqua cipolla, carota, sedano. Poi le ossa. Poi quando l'acqua bolle si aggiungono i pezzi di polpa, secondo il tempo di cottura necessario. Se il brodo rischia di uscire dalla pentola va tolto, ma tenuto. Se la carne rimane fuori dal brodo bisogna aggiungere quello che si è levato prima. Occorre dosare sapientemente sale, pepe, chiodi di garofano, alloro, rosmarino, salvia, prezzemolo. E' necessario seguire la cottura regolando la fiamma e mescolando ogni 15 minuti per almeno due ore. Il bollito è un rito.


Mentre lo preparavo, a un certo punto ho avvertito il profumo che usciva dalla pentola, e ho guardato stupito la testa di Ganesh che domina la cucina. Non era un bollito qualunque: era un bollito eccezionale, e quello che lo aveva reso eccezionale erano stati il mio amore e la mia concentrazione. Tutto è yoga, se fatto con il giusto atteggiamento.
 


L'acqua bolle, e io ho fame



Ci si può sentire vicini alla perfezione e in armonia con l'universo cucinando un piatto della festa per i nostri cari. Si può sentire la vibrazione della vita nel proprio corpo camminando lentamente da una parete all'altra di una stanza. Si possono ottenere poteri di guarigione macinando il grano in farina in un mulino.


 


Il 2011 è l'anno dello yoga in tutto. Dalle meditazioni più profonde alle attività più banali e mondane, voglio trovare il giusto atteggiamento per trascendere e progredire. Cominciando possibilmente trovando un lavoro, un lavoro qualunque. Quel che conta per me non è cosa, ma come lo svolgerò.
 


Lombardia

sabato 25 dicembre 2010

Ordine e Senso




"Nelle profondità del nostro inconscio c'è un bisogno ossessivo di un universo logico e coerente. Ma il vero universo è sempre un passo al di là della logica"
Muad'Dib, Dune

Una delle caratteristiche proprie dell'uomo è quella di cercare un ordine nel cosmo. In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni classe sociale e ad ogni livello di cultura, gli uomini hanno tentato di trovare le ragioni degli avvenimenti, per unire in un filo logico gli eventi della vita. Il legame tra causa ed effetto, il perché delle cose.
Ma regolarmente gli eventi irrompono, in modo da dimostrarci i limiti delle risposte che ci siamo dati, o di quelle che abbiamo accettato da altri. L'universo ci mette davanti il nostro errore.

Il cancro è uno di questi casi. Ci sono tanti modi di morire, e a quasi tutti è facile dare una spiegazione. L'infarto capita per cattive abitudini alimentari e fisiche, e mancanza di prevenzione. Il tifo e l'epatite per scarsa igiene. La malaria per la malsanità dell'ambiente. L'alzheimer per l'età avanzata. La gente muore negli incidenti stradali, ferroviari, aerei, per errore di qualcuno o falle del sistema meccanico. Muore in guerra perché c'è qualcuno che la uccide.
Il cancro no: non si previene, è spesso impossibile da tenere sotto controllo, e se certi comportamenti ne aumentano la possibilità, non ci sono comportamenti che la escludono. Non c'è un tipo particolare di persone colpita dal cancro: può colpire chiunque, ovunque, in qualunque momento. Non è come la vecchiaia, che è una certezza; il cancro può anche non colpire mai, e tutti sperano sia così: e invece a volte colpisce, inaspettato, crudele, senza ragione apparente nella scelta della sua vittima. Come il cancro al pancreas, che si è portato via mia suocera.

Cinquantasei anni, vita sana, tranquilla. Mai fumato, mai bevuto, cibo con moderazione: poca carne, poco olio, tanta verdura fresca. Un lavoro da insegnante, quanto basta per non essere sedentaria ma al tempo stesso nemmeno schiava della frenesia moderna. Si faceva visitare spesso dal medico, attentissima ad ogni sintomo di un qualunque malessere. Persona buona, positiva, sempre pronta a dare agli altri e mai a chiedere. Da un po' aveva un mal di schiena molesto: all'inizio le avevano detto che era l'età, forse cattiva postura nel fare lavori di casa; poi invece le hanno detto che era cancro al pancreas. Così. Aveva fatto dei test per il cancro al seno e alle ossa due mesi prima, non le avevano trovato niente.
Quel giorno non è nemmeno tornata a casa, l'hanno tenuta all'ospedale. Una settimana dopo non camminava più. Una dozzina di giorni dopo la mente già si offusca, le parole escono a fatica dalle labbra. Si nutre con una flebo, il torace è pieno d'acqua. La malattia si è ormai diffusa alla milza, al fegato, ai polmoni. Sedici giorni dopo, senza nemmeno essersi resa conto di non avere più speranze, l'anima abbandona il corpo torturato.

Una causa convincente per l'effetto non si trova, io non la trovo. Non me la offre la scienza, non la religione, non la filosofia. E' capitato. Sono cose che capitano. Non a tutti, solo ad alcuni, ma non si sa mai quali, non si può prevedere. Sua madre ha 80 e passa anni, ed è sana come un pesce.

Sua figlia, 30 anni, che vive in Europa ed è tornata in Cina, lasciando il suo lavoro, per starle vicino, trova che sia ingiusto. Non c'è nessuna ragione perché sia capitato a sua madre, non se lo meritava. Non si dà pace, e fino all'ultimo, fino a quando ha visto i medici tentare di rianimarla, fino a quando uno di loro ha pronunciato il decesso, ha sperato che la madre guarisse. Sperava. Pregava. Atea, ha fatto voto di farsi cattolica se le fosse stato concesso un miracolo, ma niente. Cerca un senso in quanto è accaduto, ma non lo trova. Sua madre doveva venire in Europa l'anno prossimo, vedere un continente che da tanto tempo sognava. Aveva appena 56 anni. E' ingiusto.

Da parte mia, posso solo accettare l'insensatezza dell'universo, la fragilità della condizione umana. Morire è più facile di quanto ci illudiamo: tutti moriamo, ma raramente ci riesce di scegliere o prevedere il come e il quando. Il più delle volte la realtà lascia stupiti e insoddisfatti.
Forse un senso non c'è, o forse c'è, ma siamo noi a non trovarlo. E' un po' lo stesso, per quanto ci riguarda. Come sempre, come in ogni cosa, tocca a noi trovare le risposte, immaginare un senso nella nostra esistenza e in quella degli altri, accettando la nostra incapacità di rispondere in modo esauriente alla Domanda, cui nondimeno necessitiamo, tutti in quanto uomini, di dare una nostra Risposta, almeno temporanea. Finché l'universo tornerà nuovamente a dimostrarci i limiti della nostra comprensione umana.
Ma questi non sono che fatti, e l'ordine che sta dietro ad essi aspetta solo di essere immaginato da noi.

giovedì 7 ottobre 2010

Giovinezza

young Krishna devotees.....

Ieri ho fatto la mia migliore lezione di yoga di sempre. Concentrato, sereno, tonico, tutte le posizioni entravano e si mantenevano quasi con naturalezza, mentre attorno a me gli altri compagni tremavano e sbuffavano. E' merito del mio maestro, ed è anche un po' merito mio. Durante la lezione, mentre la mia mente vagava durante il rilassamento, e gioiva del fatto che, a 30 anni e 81kg, faccio yoga meglio di quando avevo 25 anni e 70kg, ho avuto un'epifania.

Il segreto sta tutto nel migliorare.

Implicitamente ho sempre pensato “adesso che ho 31 anni non sono più giovane, almeno non lo sono relativamente a quando avevo 25 anni”. E qui sbagliavo, confondendo una misura astratta di tempo con una condizione del mio corpo e della mia anima. Essere giovani in questo senso è relativo: c'è gente che è giovane a 60 anni, altra a 20 anni è già vecchia. Cosa significa allora essere giovane, in che cosa consiste?

Essere giovane, ho compreso ieri, significa crescere. Sapere che davanti a noi c'è un futuro in cui potremo essere persone migliori, in qualunque senso vogliamo. Più consapevoli, più buone, più forti, più sagge, più belle, più affascinanti, più esperte.

In poche parole, si è giovani finché si può sperare in un domani migliore. Si è vecchi quando i tempi migliori sono alle spalle.

Ecco, io ho capito di essere ancora giovane, perché non ho mai fatto yoga meglio di ieri, e se mi impegno so che la prossima lezione potrò raggiungere un livello ancora più alto. E non solo nello yoga. Ogni giorno voglio impegnarmi per migliorare in tutto, essere più consapevole, buono, forte, saggio, bello, affascinante ed esperto. Ricordarsi che migliorare è possibile, questo è il segreto, e non è cosa facile, con tutte le distrazioni che ci portano verso la stasi fisica e spirituale. Ci concentriamo sulle cose esterne a noi, sulle cose che possediamo o vogliamo possedere, o sulle informazioni irrilevanti che ci bombardano continuamente, e in quel momento perdiamo noi stessi, ci abbandoniamo alla vecchiaia.

Ma io so che finché mi ricorderò di migliorarmi ogni giorno, non sarò mai vecchio.

sabato 12 giugno 2010

Oltre la Tempesta

 


Sono su una nave, fabbricata da me, costruita da quella che era una zattera e poi una barca, rinforzata con pezzi di legno trovati qua e là, sulle varie isole che ho visitato nei miei viaggi. Attorno a me, bonaccia, una bonaccia che dura da lungo tempo, troppo tempo. Il sole mi ha scurito la pelle e l'ha resa come cuoio, mi ha assetato e mi ha fiaccato con la sua violenza tropicale. E poi, all'orizzonte, nero. Lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato prima o poi, in parte lo desideravo, in parte speravo non arrivasse mai. Lo stomaco mi si torce per l'ansia, per la paura. La mia nave sarà abbastanza solida? La saprò governare? Mi viene persino in mente di voltare la prua e cercare un rifugio, una baia dove nascondermi, aspettando che passi il tifone. Ma poi mi ricordo che attorno è bonaccia e non posso muovermi, e comunque la tempesta mi raggiungerebbe prima o poi. Se non oggi, forse domani.



Abbasso le vele e scruto costantemente l'orizzonte. Ostento calma per convincere me stesso, in cuor mio prego Siva perché mi dia la forza, Durga perché mi protegga, Kali che mi dia coraggio, e Rama risolutezza. La tempesta è nera, davanti a me, e diventa sempre più grande. E' una tempesta che conosco, ricordo bene le volte che, giovane, mi ci sono buttato dentro incoscientemente, il fasciame della mia imbarcazione è stato sfasciato, e io sono stato preda delle sue onde, sbattuto qua e là, fino a rimanere sfiancato, solo, abbandonato, su una spiaggia sconosciuta. Tre volte è già successo, tre volte sono naufragato per la mia inadeguatezza.


Lo stomaco fa male, mi piega quasi in due, le gambe mi tremano, ma la mia mano si stringe alle sartie e i miei occhi non si abbassano. Se oggi si affonda, si affonda con dignità, come si conviene al capitano di una nave. Le prime gocce di pioggia mi battono sul viso, pesanti. L'odore della tempesta mi avvolge, le nubi mi sono ormai addosso e coprono il sole.


E poi è pioggia e vento, e niente più. Niente tuoni, niente fulmini, niente turbini. La mia mano lascia andare una gomena e fa svolgere le vele, che vengono gonfiate da un vento per nulla indomabile. La mia nave si muove, lasciandosi condurre docilmente da me. La pioggia mi bagna, mi infradicia, e mi accorgo che lava via strati di sudore, di terra in cui sono caduto, di sangue rappreso. Mi pulisce e mi purifica. E' la tempesta che conoscevo, eppure non è la stessa – si è placata, con il tempo, mentre io sono cresciuto in abilità, e ora la mia nave nemmeno si agita. Cavalco il monsone verso la mia direzione, senza paura, senza angoscia. Il mio stomaco si è lasciato andare, le mie gambe sono divenute solide come prima. E quando ne esco, e vedo nuovamente il sole, non sono più quello che ero prima.

Una volta qualcuno disse “Un giorno rideremo di tutto questo”. Quel giorno è arrivato. Io non credevo sarebbe mai accaduto. Di certo non me l'immaginavo così. Lavato dalla pioggia, mi sento quindici anni più giovane, pieno di gloria, di fiducia, di speranze, come se il mio cuore non fosse mai stato ferito, come un adolescente che affronta al mondo senza averne mai sperimentato i mali. Il 10 giugno non è un giorno qualunque. Il 10 giugno 2003, la terza vota che mi sono buttato nella tempesta. Il 10 giugno 2004, il mio primo lavoro. Il 10 giugno 2006, il primo bacio con la mia Sita. Il 10 giugno 2010, dirigo la mia nave fuori dalla quarta tempesta, vittorioso. Una parte della mia vita finisce oggi, un nuovo capitolo comincia domani.


sabato 27 marzo 2010

Planet Caravan

Blue Sunset over Beixinqiao


Mancano quattro giorni alla partenza. Pechino ci regala miracolosamente un giorno di primavera. Usciamo per pranzo, dato che in cucina è rimasto ben poco per cucinare, e finiamo al Sandie Shui su Gulou Dajie, hot pot di costolette di maiale alla lijiangese che ci ricorda il nostro mini-viaggio di nozze nello Yunnan. Pechino il sabato a mezzogiorno è pigra, soprattutto quando esce il sole che illumina e intiepidisce un po'. Camminiamo fino all'Amilal per accordarci col proprietario sulla festa di domani, ma alle due non ha ancora aperto. Camminiamo tranquillamente verso casa godendoci la prima passeggiata di primavera, e forse l'ultima a Pechino. E' quasi un peccato andarsene ora che arriva la bella stagione, gli alberi rinverdiscono, e si può stare sulle terrazze dei bar a rilassarsi e far passare il pomeriggio.



Arriviamo a casa, una casa che per metà è già in viaggio. Il sole filtra giallo dalle finestre e illumina la polvere sbucata dal movimento di mobili e dalle finestre aperte. Diverse valigie sono sparse per le camere, il letto sfatto, i piatto da lavare, entrambi i laptop appoggiati sul tavolo, connessi a internet ed elettricità a turno. La mia Sita testa skype con i suoi, io lavo i patti ascoltando l'iPod, poi stacco i thangka dalle pareti e li preparo per il loro viaggio. Qualche amico viene a prendere quel che non riusciamo o non vale la pena spedire, e qualcosa che porterà a Milano per noi. La giornata è pigra e luminosa, la prossima partenza ci solletica lo stomaco, ma allo stesso tempo andarsene così, dopo quasi quattro anni, non è cosa semplice. La casa mezza vuota, le pareti prive di quadri mi ricordano quando sono arrivato qui, il 5 agosto di quattro anni fa. Quante cose sono successe in questa casa da allora. Ricordo quando Dandan veniva da pendolare e facevamo l'amore in ogni stanza, e tutto era nuovo, e non c'erano ancora i vicini ma gli operai. Ricordo suonare la chitarra, che ormai è a casa in Italia, e che non suono da troppo tempo. Ricordo il freddo, il caldo, il vento, la pioggia, e mille altre sensazioni provate in questo appartamento. Ricordo l'appartamento di Shanghai, prima di questo, e il trasloco dall'anno all'altro. Ricordo il trasloco da un appartamento all'altro a Shanghai. Ricordo le partenze dall'Italia, ogni volta senza certezze, ogni volta senza sapere quando sarei tornato, tra le lacrime di mia madre e l'imbarazzo confuso di mio padre. Ricordo mille viaggi, mille valigie, una vita che da molti anni, non è mai stata ferma.



E l'iPod passa una canzone, Planet Caravan dei Black Sabbath, anno 1970. E le sue note riassumono tanti anni della mia vita in movimento, anni passati, e forse anni futuri.



We sail through endless skies

stars shine like eyes

the black night sighs

 

The moon in silver trees

falls down in tears

light of the night

 

The earth, a purple blaze

of sapphire haze

in orbit always


While down below the trees

bathed in cool breeze

silver starlight breaks down the night


And so we pass on by the crimson eye

of great god Mars

as we travel the universe


Così cantava Ozzy nove anni prima della mia nascita, così suonavano Iommi, Butler e Ward in un'epoca ormai mitica, appartenente alla leggenda più che alla storia. E sono felice, perché questa è la vita che ho sempre sognato. Un altro viaggio comincia in quattro giorni, e io inseguo la Strada, come sempre, perché questa è la vita che ho scelto.


martedì 23 febbraio 2010

Inquinamento Visivo

Pubblicità

Pubblicità, ovunque. Ovunque guardi, enormi cartelloni sono presenti nella mia visuale, cercando di vendermi qualcosa. Mobili, automobili, elettronica, telefonate, intimo femminile, alimentari. Per lo più cose che compro perché ne ho bisogno, oppure non compro. Certamente marchi che non compro, per non pagare il costo della carta e della colla dei cartelloni, il lavoro di chi li stampa, li consegna e li attacca, l'affitto dello spazio. Se compro qualcosa vorrei pagare per quello, e non per altre cose.




Sono lì, i cartelloni, e li vedo. Non ho molta scelta: generazioni di pubblicitari hanno studiato il modo per attrarre la mia attenzione. Chi vi ha detto che il pubblicitario è una professione creativa o artistica sbaglia o mente; forse era così un tempo, ma ormai il pubblicitario è un tecnico, uno scienziato, formato in psicologia. I cartelloni sono disegnati con perizia seguendo precise regole, che eminenti studiosi hanno dedotto studiando il nostro cervello. Esistono precise combinazioni di colori, forme, parole, simboli, che il nostro cervello interpreta in modo prevedibile, senza interpellare necessariamente l'intelligenza cosciente. La pubblicità, come la cattiva politica e la demagogia, ha scoperto che far leva sull'intelligenza cosciente delle persone è difficile, più facile è invece girarci attorno e andare a stimolare comportamenti involontari, istinti profondi, quasi animali, meccanici. Non si possono non notare, come non si può non udire chi vi urla nelle orecchie. Non è una scelta, è una reazione inevitabile avere la propria attenzione attratta da queste cose. Se queste cose poi non vi interessano, è un fastidio notevole.




E' quindi curioso che, sebbene i rumori molesti siano stati banditi in molti luoghi, con il nome di “inquinamento acustico”, i luoghi in cui i cartelloni sono stati banditi sono pochi, molto pochi, e la nozione di “inquinamento visivo” stenta a diffondersi. In quali luoghi sono vietati i cartelloni? Semplice, nei luoghi sacri e in quelli artistici; niente cartelloni per cattedrali, meraviglie architettoniche, scenari naturali incontaminati. Il motivo è ovvio: la presenza dei cartelloni svaluta la bellezza e la sacralità di questi luoghi, attrae l'attenzione inevitabilmente verso banalità commerciali quando essa normalmente si concentrerebbe su bellezza e divinità. Negli altri luoghi invece questa situazione viene normalmente accettata come necessaria. Ma provate a pensare alla vostra città senza cartelloni. Cosa guardereste quando andate in giro? Su cosa si concentrerebbe la vostra attenzione mentre andate al lavoro o a fare la spesa? La domanda non è sciocca, e rispondere non è così immediato.




Il cielo? Le architetture? I fiori? Le persone? Quante cose più belle e interessanti ci sono da vedere, piuttosto che la pubblicità? Se volete fare un elenco, prendetevi del tempo, sarà lungo. Ora ragionate sulle conseguenze della presenza dei cartelloni: essi, di fatto, distraggono la vostra attenzione da un sacco di cose più belle, sacre, interessanti, curiose, stimolanti, ogniqualvolta uscite di casa. Succhiano gli stimoli estetici della vostra giornata, e li sostituiscono con consigli per gli acquisti, suggerimenti di come spendere il vostro denaro e, in fondo lo sapete, vi danno da pensare che di soldi da spendere non ne avete abbastanza (nessuno ne ha mai abbastanza) e forse dovreste guadagnarne di più. Dovreste fare le cose meglio di come le fate (evidentemente non le fate abbastanza bene), più velocemente, più di fretta. Vi mettono ansia. Basterebbe poco per calmarsi, basterebbe guardare un fiore in un'aiuola, una foglia su un ramo, delle belle tende colorate appese a una finestra, o una persona che, incontrando il vostro sguardo, vi sorride senza motivo. Invece entrambi state guardando un cartellone pubblicitario, e avete l'ansia.




Non voglio più vedere i cartelloni pubblicitari, non voglio più il mio mondo inquinato dai tecnici che li progettano studiando il mio cervello. Sogno città senza pubblicità. Città fatte come i disegni dei bambini: di case, strade, persone, animali, uccelli che volano e il sole che splende. Sono queste le cose che voglio vedere ogni mattina e ogni sera, cose vere, cose belle, cose a me sacre. Il mio mondo, almeno la notte, io lo vedo così.

giovedì 14 gennaio 2010

L'Anno del Ritorno in Patria



Milano

L'Anno che è passato doveva essere l'Anno dell'Abbandono dell'Individualismo. L'idea era fare tutte quelle cose che avrei voluto fare da giovane, e in particolare licenziarmi e fare un viaggio di 2-3 mesi da Pechino alla punta meridionale dell'India, prima di tornare in Italia, cercare un nuovo lavoro e diventare un serio padre di famiglia. Come avrete già capito, un po' tutti i piani sono falliti o sono stati messi da parte: non sono ancora in Italia, e quindi non sono passato per mezza Asia come speravo. L'evento chiave del mio Anno dell'Abbandono dell'Individualismo non c'è stato, né so con certezza se e quando ci sarà. In generale va detto che cose divertenti e spensierate ce ne sono state poche, ma in compenso casini tanti.





 

Il 2009, che si sperava portasse meno problemi del 2008, non è stato infatti all'altezza delle aspettative. I problemi del 2008 ci sono stati, più o meno uguali, ma questa volta una serie di eventi risolutivi li ha conclusi, nel bene e nel male. Anzitutto mi sono sposato: grande cambiamento, che ha chiuso un lungo periodo di riflessione e contrattazione con la mia Radha, che ora è la mia Sita. Il problema del mio lavoro che non mi soddisfaceva e non mi pagava si è risolto con uno spettacolare fallimento della società dove lavoravo, che mi ha lasciato a piedi da un giorno all'altro con sette mesi di stipendi non pagati e a capo di un ufficio con due persone che non venivano pagate da 5 mesi. Principalmente è stato questo a farmi abbandonare i miei piani di ritorno: il 5 di agosto, data prevista per la partenza da Pechino, invece di chiudere casa stavo rinnovando il mio contratto di affitto per un anno, sganciando tre mesi anticipati e interrogandomi su come fare a recuperare almeno una parte dei soldi che il mio ex capo mi doveva. Altri due fattori spingevano a non farmi ritornare: da un lato la crisi economica, che lasciava poche speranze di trovare lavoro in Italia dopo il Grande Viaggio (e che aveva fatto sì che quasi tutti i miei amici fossero costretti a disertare non solo il Viaggio, ma anche la cerimonia del mio matrimonio); dall'altro l'inaspettata morte della mia mentore e protettrice, colei che mi ha spedito in Cina e si era offerta di aiutarmi a tornare in Italia, a causa di una malattia tenuta a lungo nascosta a tutti tranne che ai suoi familiari. Nel mese di agosto, mentre dovevo essere su un treno verso i freschi altopiani tibetani, ero in realtà nella torrida e umida Pechino che collettivizzavo quel che rimaneva dell'azienda, vendendo il contenuto del magazzino e dell'ufficio, appellandomi ad amici e contatti d'affari per avere un aiuto, chiudendo i contratti d'affitto, pagando almeno parzialmente fornitori, dipendenti e me stesso, opera magna per fortuna ormai conclusa. Quanto al problema del visto, mentre a giugno ho ottenuto un visto tramite un truffatore professionista amico di un imprenditore corrotto amico di un funzionario dell'immigrazione di Chengdu, a novembre ho finalmente coronato il sogno di tre anni e mezzo e, certificato di matrimonio alla mano, ho ottenuto un visto di un anno multientrata senza magheggi né agenzie, in perfetta legalità, all'ufficio dell'immigrazione dietro casa. E' stato un anno di sorprese, nel bene e nel male, anche se quasi nulla è andato come doveva andare.



 




 

Ma in qualche modo il ritardo della mia partenza ha avuto un effetto importante: ha fatto maturare in me un desiderio incredibile di tornare a Milano, e di lasciare Pechino, cosa che non credevo possibile solo due anni fa. La mia Pechino, sebbene rispetto alle Olimpiadi sia migliorata, non è più la stessa e credo non lo sarà mai. Il capitalismo ha vinto anche qui: la parola d'ordine è sviluppo, nella testa della maggior parte delle persone ci sono solo lavoro-stipendio-macchina-appartamento di proprietà. Nessuno ha più tempo per sorridere, fermarsi a fare quattro chiacchiere con uno sconosciuto, sedersi su un muretto e mangiarsi un gelato per il puro piacere di mangiarsi un gelato. La Casa del Mio Spirito non è più qui – sono per certi versi triste nel vedere che nulla dura, ma anche sollevato dal fatto che sia arrivato a saturarmi di questo posto prima di andarmene. Mi mancherà, ne sono certo, qui ho passato alcuni degli anni migliori della mia vita, ma il passato non ritorna e il futuro è lì che aspetta e io devo rincorrerlo senza troppi rimpianti. Dov'è ora la Casa del Mio Spirito?



 




 

A Bali, guardando il mare dalla sommità della montagna di Munduk, ho avuto un'illuminazione. Quel che mi succede attorno, il luogo fisico in cui mi trovo, è importante solo finché influenza il luogo mentale in cui mi trovo. Con la mia Sita posso essere ovunque e felice, in barba a mille problemi professionali, economici, legali. Basta ridimensionare tali problemi e non lasciare che facciano paura e pesino sulla vita spirituale. Come recitava la canzone del nostro primo bacio, If we stand here together, We can laugh at what we've done, All our time has been wasted, And there's nowhere left to run, There may be trouble up ahead, Will we be sleeping in our beds, Or will we arise to a new world?”





 

Ramasita



 

Mi resta una gran voglia di sfogarmi, una gran voglia di prendermi tempo e spendere i risparmi di anni di sbattimenti e girare il mondo, come avrei voluto fare anni fa, e come non potrò fare da padre di famiglia. Mi rimane poco tempo: un anno, forse, due, per giocare all'eroe e al vagabondo, e poi toccherà cambiare, prendersi le responsabilità dei vecchi e dei bambini, passare dal Kama di Krsna al Dharma di Rama.



 




 

Ho bisogno di un rito di passaggio, e il Grande Viaggio è proprio questo: rinunciarvi sarebbe un peccato eccessivo, un rimpianto insanabile. Continuo a concepirlo come lo spartiacque della mia giovinezza indipendente e della mia vita da marito e padre. Senza di quello, sarei un marito e un padre a metà, distratto a guardare indietro e immaginare quello che avrebbe potuto essere. Per ora la data indicativa è l'estate prossima, ma nulla è ancora certo.



 




 

Nel frattempo continuo a praticare molte arti: la cucina, la fotografia, la scrittura, leggo e studio molto. Non lascio che le distrazioni del capitalismo me le portino via. Sono sempre meno interessato al successo professionale e più preoccupato di conservare viva e desta la scintilla divina dentro di me, quella che mi rende umano e non un animale da alveare.



 




 

Cosa succederà l'anno prossimo? Che cosa mi aspetto di ottenere? Anzitutto abbandonerò Pechino, come dovevo fare nel 2008. Questa volte le cose sono meno nebulose, ho già una casa a Milano e non ho un lavoro che mi trattiene qui. Mi trasferirò con Dandan ed entrambi dovremo adattarci a una nuova realtà, completamente nuova per lei e stranamente nuova per me, che non vivo in Italia da quattro anni e mezzo. Quando me ne sono andato avevo 25 anni ed ero fresco di laurea, ora ne ho 30, ho 15kg in più, sono sposato e non vedo l'ora di fare bambini con mia moglie. Dovremo trovare un lavoro, diventare nuovamente indipendenti economicamente cercando di vendere il nostro lavoro e non noi stessi. Diventare necessariamente persone nuove, diverse, speriamo migliori. Trovare nuovi amici e recuperare quelli vecchi, che anche loro sono cambiati. Trovare nuovi equilibri nella nostra vita.



 




 

Questa cosa mi fa un po' paura, da un lato perché l'Italia è meno “semplice” da vivere che la Cina, dall'altro perché io sono scappato da questo luogo a cui non avrei mai voluto tornare, solo qualche anno fa. Ora ritorno in parte costretto da situazioni familiari, in parte attratto da un luogo che mi appare diverso da quello che conoscevo – io sono cambiato, e quindi perché Milano non dovrebbe essere diversa per una persona diversa? Vivendo all'altro capo del Mondo mi sono reso conto che, al di là del pessimismo, della provincialità, della superficialità, della decadenza politica e morale di questa città, qui c'è cultura, qui c'è uno zoccolo duro di persone provenienti da ogni parte del mondo che lavorano, e non lo fanno solo per i soldi ma per la dignità che il lavoro dà loro, per a libertà e l'indipendenza che ne ottengono, o semplicemente per l'amore che hanno per le loro creazioni. Non si può dire lo stesso di tanti altri luoghi su questa terra. Il bello di Milano sono le persone, immagino, e me ne sono reso conto pensando a tutti i miei amici che sono lì, e che non ho mai trovato qui. E' per le persone, per la mia famiglia e per i miei amici, che torno a Milano.



 




 

Il 2010 sarà l'anno della tigre, che porta solitamente grandi cambiamenti, soprattutto sociali. Francamente me lo auguro, aria di rivoluzione tira da un bel po'. Nell'anno della Tigre prosperano coloro che seguono il cambiamento e non vi si oppongono. Potrebbe sembrare difficile trovare equilibrio in un anno così, ma credo invece sia più facile perché le vecchie realtà scomode si possono abbattere con maggiore semplicità. Nel 2010 cavalcherò la mia Tigre, come Durga insegna, e raggiungerò i miei obiettivi materiali e spirituali.



 




 

L'anno che viene sarà l'Anno del Ritorno in Patria. Tornerò alle origini con il mio bagaglio di esperienze materiali e spirituali per affrontare vecchi demoni, domarli, e ripensare a me stesso. E poi? E poi il Grande Viaggio, dopo il quale nulla sarà mai più lo stesso.




Durga sulla tigre

domenica 22 novembre 2009

Le mie rovine

La Luce Abbandonata - Sebastiano Lo Turco

Quand'ero piccolo, giocavo spesso, solo, nella vecchia cascina di mia nonna. Era una vecchia cascina della fine del '600, di quelle con la corte aperta senza cancello, ad accogliere chi entra; era situata nel cuore di un villaggio di poche centinaia d'anime, collegato al mondo da due strade strette, serpeggianti tra i campi verdi dell'estate o quelli bruni dell'inverno; e isolato da esso da un mare di nebbia padana, o dal velo di notti blu, popolate di lucciole.In questa cascina c'erano delle rovine. Ai suoi tempi era stata grande, la cascina, e numerose famiglie di fittavoli la abitavano; c'erano stalle per vacche, porci e cavalli, e più d'un pollaio. Quand'ero piccolo rimanevano mia nonna, mio nonno bloccato a letto da un ictus, e un paio di zii che svolgevano il lavoro dei fittavoli scomparsi con l'ausilio di macchine che per me avevano forme strane e fantastiche: trattori dalle enormi ruote coperte di fango, colossali trebbiatrici, raccoglitrici di fieno crudeli, tutte ruote e punte coperte di polvere, come guerrieri meccanici armati di strane lance e scudi, giganti di ferro che dormivano in garage polverosi, costruiti in mattoni e legno da uomini che ancora non immaginavano la rivoluzione industriale, e per cui modernità era una buona zappa. Attorno ai giganti, un'infinità di ferraglia: pesanti attrezzi agricoli e meccanici, pezzi di ricambio unti d'olio nero, taniche di plastica semitrasparente colme d'acidi o combustibili dall'odore penetrante. Ovunque, polvere di campagna e tele di ragno più grosse della mia testa, una sensazione di tempo lento, senza fretta, senza scossoni. Le vacche, tra tutte le cose, destavano poco la mia attenzione: stupidi, timidi animali che vivevano nello sterco e si sottraevano pavide alle mie carezze. Non giocavano nemmeno tra loro, mangiavano solo, masticando la loro vita dall'alba al tramonto: come per contrappasso, sarebbero finite a loro volta mangiate dagli uomini, sapevo. Non c'era pietà per le mucche, solo un vago disprezzo per il loro essere mandria.


La mia attenzione era soprattutto per le rovine, dove la polvere e le tele di ragno dominavano incontrastate. C'erano diverse rovine, nella mia lista: le più accessibili erano quelle della soffitta, fresca d'estate e gelida d'inverno. Quasi nessuno andava mai in soffitta, se non per abbandonare ogni genere d'oggetto – le famiglie d'una volta non buttavano via praticamente nulla, e forse generazioni di cose s'erano depositate nella penombra di quella stanza d'angolo con una sola, piccola finestra. Libri, soprattutto romanzi tascabili e testi di scuola elementare e media, vecchi giocattoli rotti appartenuti a chissà chi, scarpe e stivali, vestiti e cappotti fuori moda, tappeti da quattro soldi, lisi e sbiaditi, attrezzi per la casa, dal moderno ferro da stiro al “prete”, invenzione di secoli fa per scaldare il letto d'inverno, appendiabiti e mobili d'età dimenticate, talvolta rosi dai tarli. La soffitta era la più scura delle rovine, perché non era per nulla in rovina, e rimaneva comunque a portata di voce dalla cucina, da dove gli adulti potevano sincerarsi della mia sicurezza di tanto in tanto.

Più avventuroso della soffitta era il granaio, allo stesso livello ma sprovvisto di luce elettrica. Una volta era utilizzato come granaio, e ne aveva mantenuto il nome anche se si trattava, di fatto, di una parte abbandonata della casa. L'oscurità delle tre stanze, poste a diversi livelli e illuminate solo da una singola, piccola finestra quadrata, non mi permetteva di apprezzarne completamente le dimensioni: c'erano sempre un soffitto e una parete nascosti e irraggiungibili, al di là delle ombre. Il granaio, dove la polvere era spessa e i miei piedi lasciavano orme per terra, conteneva solo sedie rotte e granoturco di raccolti ormai dimenticati sparso sul pavimento. Le ragnatele erano grosse e oberate dal peso della polvere depositata su di esse, e i rumori tipici delle vecchie case di campagna erano magnificati: del resto il granaio, come sempre mi avvertivano mia madre e mia nonna, era popolato da topi, ed era meglio non andarci. Ci entravo con timore, non tanto dei topi quanto delle ragnatele che mi si attaccavano alla faccia e alle mani; eppure ci entravo, solo quando il giorno era pieno ed era possibile orientarsi con la fievole luce, e raggiungevo la finestrella sul fondo dell'ultima stanza, che offriva prospettive uniche sul cortile dei vicini e sulla strada. Altra attrattiva del granaio era una vecchia porta dagli angoli smussati che dava sul nulla – una porta al secondo piano verso il vuoto era qualcosa di incomprensibile ed eccitante per un bambino. Immaginavo ignari contadini di una volta aprire quella porta e piombare dritti nell'orto, tre metri più sotto, e sorridevo.
 
Decadenza - Matteo Parigi
Infine c'erano le vecchie case dei fittavoli: un altro edificio, dall'altra parte del grande cortile, le rovine vere e proprie. Le finestre di quelle case erano rotte da lungo tempo, e solo lo scheletro di legno rimaneva con qualche coccio attaccato e gli altri sparsi per terra. L'erba cresceva alta intorno ai vetusti edifici, senza aprirsi per offrire un sentiero, e spesso qualche ciuffo spuntava spavaldo anche all'interno, in qualche angolo pieno di terra. Al piano inferiore era stato ammassato tutto quello che, irrecuperabile, non aveva senso mettere in soffitta e nemmeno bruciare nel camino: televisori e radio rotte, lavandini e cessi spaccati, divani bucati e popolati ora da chissà quali bestie. Le finestre della parete opposta all'entrata davano sui limiti del mondo, ovvero un fosso scuro e un piccolo bosco di pioppi cui si accedeva solo dalla casa di un vicino sconosciuto.

Il piano di sopra era la rovina più inaccessibile: l'unico modo di arrivarci era una vecchia scala esterna, con scalini di pietra attaccati al muro da supporti di metallo arrugginito. Molti di essi avevano ceduto, e il loro scalino era piegato verso l'esterno o mancante. Gli adulti non osavano salire la scala pericolante ma io, piccolo e leggero, potevo prendere il rischio, con il cuore in gola ogni volta. Le stanze del secondo piano erano vuote, sporche di calcinacci ma vuote, e luminose. Altro non ricordo con certezza, perché il mio coraggio non mi sostenne mai abbastanza per salire quella scala più di un paio di volte. Ricordo la paura che le vecchie assi del pavimento cedessero, per cui camminavo vicino al muro, ma potrebbe essere un falso ricordo. I ricordi dei bambini sono la luce e le emozioni, non i dettagli, che interessano ai grandi, e io ricordo la luce grigia, pura e solitaria di quelle stanze vuote e silenziose, e il timore di essere solo in un luogo proibito, pericoloso. Chi aveva vissuto in quei luoghi, mi chiedevo, immaginando numerose e chiassose famiglie di fittavoli ormai appartenenti al passato. Mi chiedevo se qualcuno le ricordasse, o se più che al passato appartenessero all'immaginazione. E sembrava anche a me di camminare nel passato o dell'immaginazione, in luoghi dove gli adulti non arrivavano e non potevano arrivare, e mi sentivo esploratore, eroe.

Le mie rovine non ci sono quasi più. Le case dei contadini sono state acquistate da uno dei vicini, u ingegnere, verniciate di giallo acido e trasformate in un residence di campagna per cittadini. Il cortile comune, dove nei giorni di festa i visitatori parcheggiavano le auto è stato chiuso e diviso tra i vicini con muri prefabbricati di cemento, e la gente lascia la macchina su un piazzale d'asfalto poco lontano, cementificato dal Comune qualche anno fa; i fiori davanti alla casa di mia nonna non ci sono più, e anche l'enorme mangiatoia di pietra in cui crescevano è sparita. Mia nonna è vecchia, apparentemente vecchia come le travi di quell'antica cascina. Rimangono la soffitta e il granaio, intatti ancora per un po', fino a quando mia nonna non se ne andrà e la casa verrà ristrutturata per far posto a qualcun altro.

Io ora vivo a cinquemila chilometri di distanza, ma le mie rovine le vedo ancora di tanto in tanto. Sopravvivono nel passato, nell'immaginazione. Nei sogni, come quello da cui mi sono riscosso stamattina, prendendo il taccuino e cominciando a scrivere con il cuore stretto da una nostalgia profonda come gli anni che mi separano dai ricordi. La scorsa notte ho camminato ancora tra le mie rovine, ed esse saranno sempre con me, fino alla fine.
 Calore domestico - Klausbergheimer