Più o meno 500 anni prima dell'Era Moderna, nasceva a Kapilavastu (attualmente un villaggio in Nepal al confine con l'India) un principe della famiglia degli Sakya, cui fu dato nome di Gautama Siddartha. La leggenda vuole che il padre di Siddartha, sovrano di Kapilavastu, voleva che il figlio fosse protetto da ogni tipo di dolore, e per questo lo teneva prigioniero in un palazzo dove il giovane era circondato da ogni sorta soddisfazione materiale. Siddartha però fu ben presto colto da inquietudine e curiosità verso ciò che esisteva fuori. Quando scoprì l'esistenza del dolore, Siddartha si propose di conoscerlo e cercare di sfuggire ad esso. Abbandonò la vita del nobile, e come altre persone in quei giorni, cominciò a vagare in cerca della Verità Suprema, sperimentando vari sentieri spirituali.
Era il tempo in cui il nord dell'India era diviso in tanti piccoli regni e oligarchie mercantili, in cui la società indiana mostrava le proprie contraddizioni e i propri mutamenti con la crisi della religione tradizionale, l'insofferenza verso la ritualità fine a sé stessa della del culto vedico. Era un tempo in cui gli uomini abbandonavano le città per vivere sulle colline, e vivere un rapporto più intimo con la propria spiritualità, stanchi della decadenza e della corruzione delle ricche città indiane. Siddartha seguì i passi di quelli venuti prima di lui.
Dopo aver provato sia l'edonismo più sfrenato nel suo palazzo, sia la mortificazione del proprio corpo vivendo in mezzo agli asceti, Siddartha si rese conto che solo attraverso l'equilibrio, la Via di Mezzo tra questi due estremi si poteva realizzare una crescita interiore.
Qualche anno dopo, Siddartha stava meditando sotto un albero di pipal nella città di Sarnath, quando raggiunse l'Illuminazione, e percepì il mondo come maya, illusione, e intuì la possibilità di superare il samsara, il ciclo di morte e rinascita che imprigiona l'anima in una successione di eterno dolore, attraverso la rinuncia e l'abbandono di ogni desiderio. Da quel momento egli viaggiò per l'India settentrionale, insegnando ascoltare le sue scoperte e le sue intuizioni a chiunque gli prestasse orecchio. Morì molti anni dopo, ormai circondato da discepoli, e avendo raggiunto il nirvana, lo stato di distacco dal mondo, non si reincarnò più.
Ciò avveniva 500 anni prima della nascita di Gesù Cristo, quando in Occidente i Greci inventavano la filosofia cercando l'arché, e in Oriente i Confucio teorizzava la tradizione, il li, come paradigma dell'etica, e si disinteressava apertamente di ogni cosa che esistesse al di fuori del quotidiano. Da qui in poi, il buddhismo si diffuse in tutta l'India, come una rivoluzione spirituale che scosse le fondamenta dell'induismo tradizionale, e che lo spronò a rinnovarsi, assorbendo al suo interno le nuove idee.
Le basi della nuova dottrina, insegnata dai monaci seguaci di Siddartha, erano che l'unica realtà è l'anima individuale, e tutto il resto è una prigione illusoria che genera gioia e dolore, per quanto alla fine il dolore vinca sempre sulla gioia. Che l'unico modo per sfuggire a questa prigione eterna è quello di rinunciare a ogni desiderio, e raggiungere così la suprema libertà del nirvana, che è anche l'estinzione dell'ego e dell'individuo. Sulla definizione di nirvana si è dibattuto molto: per alcuni è la morte definitiva, l'annullare sé stessi per sfuggire alla realtà; per altri è annullare l'individualità particolare dell'ego, e fondersi con l'Assoluto.
Il buddhismo non era rivoluzionario solo perché descriveva il mondo in maniera totalmente nuova, ma anche perché, pur ammettendo senza problemi l'esistenza di esseri sovrannaturali e divini, negava ad essi qualunque ruolo nella spiritualità umana. L'anima dell'uomo diveniva il centro dell'universo, non più il dio.
Meno di 300 anni dopo, il grande imperatore Asoka si convertiva al buddhismo. Sotto il suo regno, la nuova dottrina divenne la principale dell'India, e missioni religiose vennero mandate in ogni dove per diffondere la Verità Suprema rivelata dall'Illuminato.
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